mercoledì 24 agosto 2016

Barbarella

E Roger Vadim nel 1968 inventa la fantascienza pop. Una pietra miliare del cinema degli anni '60, del cinema di fantascienza, del cinema delle belle donne, del cinema della pura invenzione, in sintesi basterebbe dire.... del cinema. I puristi staranno già storcendo la bocca per l'assegnazione della pellicola al sacro genere sci-fi, ma siamo più o meno dalle stesse parti di Flash Gordon, ovvero nei territori di una "meta-fantascienza", autoironica, istrionica, consapevole, pretestuosa, strumento mediante il quale l'autore crea, inventa, mette in scena le proprie visioni (che siano narrative, scenografiche, anche banalmente relegate a costumi, acconciature e oggettistica) delineando un mondo parallelo, un universo che porta la sua firma, al netto degli stretti canoni di aderenza alla fantascienza istituzionale. Barbarella è scienza futuribile per modo di dire, quasi canzona l'argomento, ma con gusto, eleganza, savoir faire, umorismo sottile. Vadim sotto questo punto di vista è un genio, lo ha dimostrato in tuttta la sua carriera, e quanto a bellezza non conosce competitori, basta dare una scorsa alle tante mogli e relazioni che hanno scandito la sua vita, da Brigitte Bardot a Catherine Denevue, da Annette Susanne Strøyberg a Jane Fonda, di splendore in splendore.

Barbarella si piazza a metà del suo percorso artistico; a metà era già un cineasta in grado di tirar fuori dal cilindro un coniglio del genere, rendiamoci conto. L'anno di uscita del film (1968) è cruciale, certamente quello che si respirava in società (segnatamente parigina) in quel periodo ha fatto da humus per la forma e la sostanza del film. Su V-Magazine nel '62 era apparso il fumetto di Jean Claude Forest, prima ispirazione di Vadim. Le fattezze di quella Barbarella richiamavano palesemente la Bardot, ma il regista arriva a fare il film quando la sua compagna è la Fonda e così è a lei che tocca l'onore (e chissà che malumori sapendo che avrebbe dovuto infilare i panni di un'eroina pensata per la rivale in amore, e che rivale!). Il personaggio di Forest è stato definito proto-femminista per la disinvoltura con la quale ricorre all'erotismo per uscire dalle situazioni, per la sua emancipazione, (auto)determinazione e indipendenza, oltre al fatto che risulta, a tutti gli effetti, una protagonista (femminile) dai tratti eroici e non certo una casalinga da focolare. Chiaro che erotismo ed ironia vadano in realtà nella direzione di umanizzare e quindi "depotenziare" lo spessore dell'eroina, o forse questo è solo ciò che viene da pensare in maniera superficiale ai maschilisti irriducibili, poiché, a ben vedere, quei due aspetti aggiungono sfumature e acutezza all'immagine complessiva di Barbarella e del suo mondo.

Il film mantiene le stesse coordinate, sbizzarrendosi magistralmente sul piano visivo. A Vadim il film, inteso come sceneggiatura, dialoghi e azioni, interessa molto parzialmente, sono gli ambienti, i costumi, le musiche, le faccette ambigue, i sottotesti e gli ammiccamenti a solleticarlo molto di più, oltre a tutta la sperimentazione estetica che una pellicola del genere gli consente (basti far caso alle immagini che Barbarella vede sullo schermo della plancia di comando della sua "cosmonave", pura psicehdelia lisergica). E non a caso la canzone dei titoli di testa celebra "Barbarella Psychedella". I titoli di testa... forse il momento più alto dell'intero progetto. Vadim decide di iniziare col botto, regalando agli spettatori uno spogliarello (integrale) della consorte, immaginato in assenza di gravità. Pura magia. Ovvio che oggi risulti qualcosa di estremamente datato; la Fonda è chiaramente su di un piano, mentre rotea su se stessa, e quando leva i guanti si vede addirittura il riflesso del vetro, o plexiglass, sul quale recita. La sensazione di assenza di gravità c'è per modo di dire, ma sono sicuro che anche il più tignoso astrofisico, alla visione di quella scena, non si sarà soffermato granché a contestare gli aspetti più o meno realistici della mise-en-scène.

Barbarella è un'agente intergalattica del XI° secolo (nel quale guerre e violenza sono state abolite e regna la pace universale), spedita dal governatore della Terra alla ricerca di uno scenziato pazzo di nome Duran Durand (sono sicuro che vi farà venire in mente qualcosa, anzi qualcuno). Questi ha con sé il terribile raggio positronico, un'arma che se finisse in cattive mani potrebbe interrompere l'armonia che regna nello spazio, e far ripiombare il mondo nel Medioevo. Barbarella così raggiunge il pianeta Sogo, dove risiede Duran Durand, vive mille avventure e incontra una bizzarra galleria di creature e personaggi degna di Alice nel Paese delle Meraviglie, per poi individuare il mad doctor e sopraffarlo. L'universo è salvo.

Nella prima idea della co-produzione italo-francese finanziata da Dino De Laurentis (girata perlopiù a Roma), Barbarella sarebbe dovuta essere Virna Lisi, che - poco sorprendentemente - non è convinta del progetto e abbandona. Si passò quindi alla Bardot (candidata naturale), ma pure lei glissò per aver ecceduto nei ruoli sexy. Allora fu il turno della Loren, che però era incinta e non si sentiva adatta al ruolo (e infatti, non lo era). Salvo la Bardot, tutte attrici prese in considerazione solo per la loro avvenenza e per il loro richiamo glamour, piuttosto che per una reale aderenza alla parte. Sulle prime anche Jane Fonda si sentì preoccupata dell'interpretazione,  ma poi il marito seppe fare una opportuna opera di convincimento. L'accoglienza di critica e pubblico non fu subito entusiasta, e perlopiù l'equivoco si concentrò sulla eccessiva paraculaggine del film. Era troppo divertito e scostumato per essere adatto ad un pubblico di rigorosi cultori della fantascienza. Cos'era tutto quel ridacchiare, aggeggiare con apparecchi vistosamente improbabili, e mostrare curve muliebri? Non era serio. Ed infatti non era per niente serio, né aveva l'intenzione di essere percepito come tale.

Barbarella è un gioco continuo, a cominciare dalla lingua. Il pianeta Sogo, per dire, altro non è che la contrazione di Sodoma e Gomorra, ovvero il vizio incarnato. Termini come "ghiaccioplano", "psicosessodramma", "girobussola", "antenne ruspanti", "alifusti", "telespia", etc, persino nel doppiaggio italiano rendeono bene il clima di para fantascienza giocosa e sbeffeggiante che aleggia nel film. Le ali dell'angelo Pygar (John Philip Law) sono talmente pacchiane e iconiche da risultare kitsch e volutamente irreali; la Fonda cambia ben otto volte il proprio costume (Paco Rabanne), mostrandosi però sempre estremamente sensuale. Anita Pallenberg (il grande tiranno di Sogo), all'epoca compagna di Keith Richards, è all'altezza di Barbarella, anzi ne è il contraltare moro (imparruccato) ma altrettando seducente. Nel cast appare fugacemente pure Ugo Tognazzi, pelosissimo cacciatore di bambini pestiferi, che gode della fortuna di far l'amore (alla "vecchia maniera") con una sempre disponibile e teneramente svampita Barbarella. Il navigatore computerizzato della cosmonave in lingua originale ha lavoce di Henry Fonda, papà di Jane; in italiano è Alighiero Noschese, tendente ad Alberto Sordi.

L'esploratrice passa di situazione in situazione, vivendo avventure strambe e originali (le bambole assassine dai denti aguzzi sono degne di un horror, così come il Mathmos che tutto inghiotte è una gran pensata distopica). In tal senso Vadim, da estimatore dei comics quale era, intende mantenere un taglio fumettistico della storia, evitando di prendersi sul serio e accentuando la componente erotica, come del resto era nelle sue corde. La Fonda a posteriori ha definito il progetto come "sofisticatamente camp". Per Vadim spesso i personaggi della fantascienza, così immersi nella tecnologia, risultano financo noiosi, ecco che il suo primo obbiettivo (assolutamente raggiunto) fu quello di spingersi sul versante opposto. Barbarella è una pura, non ha morale e quindi non ha sensi di colpa, soprattutto riguardo al proprio corpo; agisce liberamente, secondo l'impulso del momento. Il lascito culturale sugli anni a venire di Barbarella è stato enorme, sono dozzine le popstar che a lei si sono rifatte, le band che l'hanno citata più o meno esplicitamente, la moda "spaziale" che lo stesso Rabanne inaugurò, i film di fantascienza che non disdegnarono affatto di guardare a Vadim come ad una fonte di ispirazione. In Italia persino uan pornostar (Virna Aloisio Bonino, in arte, appunto, Barbarella), ne prese il nome.

Si parlò di un sequel che però non andò mai in porto. Attorno ai '90 De Laurentis recuperò l'idea, che avrebbe dovuto coinvolgere la figlia di Jane, Bridget Fonda, ma pure quel progetto naufragò. Vadim disse più volte di essere aperto ad un sequel, a patto di poter avere come neo Barbarelle Sherilynn Fenn o Drew Barrymore. Accantonata l'ipotesi sequel, arrivò quella del remake. Per un po' si parlo di Robert Rodriguez alla regia (con Sienna Miller, Scarlett Johansson, Megan Fox, Jessica Alba, Anne Hathaway, Rose McGowan, forse anche Valeria Marini e Michelle Hunziker di volta in volta accreditate come possibili protagoniste), ma ad oggi nulla è accaduto, per fortuna, aggiungo io. Barbarella è stato un fumetto, un film ed un personaggio assolutamente figlio del proprio tempo, e reintrodurlo oggi, con l'ansia di attualizzarlo, sarebbe automaticamente sfigurarlo, ma vaglielo a spiegare ai manager conta soldi di Hollywood.

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