lunedì 9 maggio 2016

Ogni Maledetta Domenica

Ogni Maledetta Domenica a casa nostra sarebbe il film sul calcio. Il Soccer, come lo chiamano oltre Oceano. A casa loro invece la domenica non può che essere consacrata al Football (in realtà anche Basket e Baseball non scherzano, ed in misura minore pure l'Hockey). Oliver Stone gira la pellicola sul Football, articolo determinativo, poiché questa è l'opera definitiva su quel mondo e quell'ambiente, e attraverso di esso, come al solito in casa Stone, viene raffigurata tutta la società americana odierna, nel bene e nel male, vizi e virtù, grandi ingenuità e colpevolezze assortite. Oltre due ore che scivolano via come una Coca ghiacciata durante un'assolata partita della NFL, col tifo indiavolato del pubblico, una telecronaca rutilante e adrenalinica, e un manipolo di gladiatori contrapposti che si mena di santa ragione nel novello Colosseo di scintillante erba verdissima (e probabilmente sintetica). La Federazione Sportiva ha boicottato apertamente il film, aspettandosi - legittimamente - roncolate da parte di un regista polemico come Stone; non è stato possibile usare marchi registrati, loghi, divise e quant'altro, Stone ha dovuto inventarsi tutto di sana pianta, compresa la squadra attorno a cui ruota la storia, i mirabolanti Sharks di Miami.

I colletti bianchi hanno remato contro ma la gente della NFL in realtà ha accolto bene il film; diversi allenatori e giocatori si sono prestati a ruoli minori e comparsate, nonostante fosse stato intimato loro di non collaborare. Stone non si è intimorito manco di una virgola e ha pestato giù duro. Il mondo del Football che egli ritrae è fatto di proprietari ricconi e avidi, giocatori primedonne, Media famelici che spolpano tutto ciò che toccano, vanagloria, nuovismo contro tradizione, sangue, violenza e machismo, ed un pizzico di doping. Il cast è quello delle grandi occasioni, Al Pacino basterebbe ed avanzerebbe ma, non contento, Stone schiera in campo pure Dennis Quaid, Jamie Foxx, Cameron Diaz, James Woods, Matthew Modine, e c'è persino una comparsata di Charlton Heston, doppiamente omaggiato, visto che ad un certo punto scorrono le immagini della corsa delle bighe di Ben Hur, perfetta metafora della filosofia "mors tua, vita mea" che permea i fotogrammi di Ogni Maledetta Domenica. Si sarebbe un torto ad asserire che un film del genere possano capirlo e "sentirlo" solo gli americani; è vero che stiamo parlando di una sorta di religione tutta a stelle e strisce, è anche vero che quel senso di pomposità, eroismo (sportivo), cameratismo, misti ad una disarmante linearità manichea di pensiero, sono pure tutti yankee; allo stesso tempo però per chi è creciuto a pane e Rocky Balboa e Karate Kid quelle vibrazioni sono state inderogabilmente introiettate, e nonostante il pesantissimo uso di una terminologia strettamente tecnica, e l'occhieggiare a schemi di gioco che sfuggono a noialtri poveri pagani mortali, si rimane progressivamente contagiati dalla genuina potenza del film, tanto da arrivare a versare la lacrimina al momento del discorso motivazionale del coach D'Amato (Al Pacino), climax del film nonché i 6 minuti più proiettati in tutte le società sportive del globo dal 1999 ad oggi.

Il vecchio e dolente Al ci mostra la differenza tra la sconfitta e la vittoria, tra vivere o morire, tra affrontare scelte e conseguenza da uomo o meno. Il suo è un coach crepuscolare, superato dallo scorrere del tempo, una sorta di vecchio saggio che dispensa le ultime pillole di saggezza prima di mollare la presa, e che tuttavia ha ancora in serbo qualche inaspettata zampata vincente. In un mondo di leoni anabolizzati, la sua è ancora la verità. Il suo rapporto col mesto quarterback Cap Rooney (Dennis Quaid), quello con l'astro nascente Willie Beamen (Jamie Foxx), puledro scavezzacollo da domare, le sue battaglie con la cinica e spietata Christina Pagliacci (Cameron Diaz) - nomen omen? - sono il senso del film, lo scontro di due civiltà, un lungo romanzo formativo che ci dice dove stia la luce e dove la tenebra (alla maniera dello zio Sam, che non è mai stato tanto per le sfumature). Riprese in campo piuttosto innovative per l'epoca. Come spettatori, non vediamo la partita dall'alto, o dagli spalti, siamo fianco a fianco ai giocatori, la visuale è quella ad altezza casco, le botte le prendiamo (e le diamo) anche noi. Verismo e sangue sono le parole d'ordine (fino all'eccesso un po' kitsch del bulbo oculare depositato sul manto verde). Colonna sonora martellante, suddivisa tra rock duro e hip hop. Al Pacino non è stata la prima scelta, Robert De Niro (eterno rivale di Pacino) e addirittura Henry Rollins furono contattati prima di lui, ma declinarono l'offerta; P. Diddy sarebbe dovuto essere Willie Beamen, ma si convinse che come giocatore di football non sarebbe stato forse troppo credibile (ecco, bravo....).

3 commenti:

  1. L’ho visto a suo tempo al cinema, Al Pacino è davvero sempre immenso; allora in Europa lo sport (che si sostiene essere anche spettacolo) non arrivava a questi “eccessi”, forse oggi là dove circolano centinaia di milioni/miliardi di Euro (da russi, sceicchi arabi, etc) si sta riducendo il divario con gli USA.
    Cameron Diaz non m’entusiasma particolarmente, per caso l’ho (ri)vista di recente in un altro film commedia drammatica USA, “Acque profonde” (con Harvey Keitel e Billy Zane)

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  2. Scusa la solita "pedanteria", mi pare di ricordare (se la memoria non mi gioca brutti scherzi, data l'età:-)))) che la manager interpretata dalla Diaz si chiami Pagnacci, forse i vari Pagliacci, Fantocci e Pupazzi stavano da Paolo Villaggio (pronunciati dal "direttore supermegaggalattico" Camillo Milli) in "Fantozzi contro tutti":-)))

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    1. si, proprio così. Agli americani farà molto "esotico", ma per noi italiani quel suono è, in effetti, abbastanza comico.

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