lunedì 25 gennaio 2016

Tutti I Colori Del Buio

Terzo thriller conecutivo di Sergio Martino, secondo con Edwige Fenech (sempre nel '72 con l'attrice algerina più bella di sempre arriverà pure Il Tuo Vizio E' Una Stanza Chiusa...). Martino si stava costruendo piuttosto rapidamente la nomea di capofila del cinema giallo thriller italiano. Dopo Bava e Lenzi, assieme a Argento e Fulci (e io ci metterei anche la doppietta della Morte firmata da Luciano Ercoli (i i gioiellini La Morte Cammina Con I Tacchi Alti e La Morte Accarezza A Mezzanotte) Martino ha dato il suo fondamentale contributo ad eternare il cinema di genere italiano nel mondo, con un filotto di pellicole tra il '71 ed il '75 che hanno lasciato il segno (indelebile). Tutti I Colori Del Buio segue Lo Strano Vizio Della Signora Wardh e La Coda Dello Scorpione,  e secondo qualche critico è già una flessione in negativo rispetto a questi, se non addirittura il più debole tra i thriller realizzati dal regista. Il riferimento (accusatorio) a presunti "buchi di sceneggiatura" nelle partiture di Martino c'è sempre, non fa eccezione questo titolo, che però più di altri si affida prevalentemente alle suggestioni visive ed emotive che ad una ferra scrittura.

E' proprio questo il punto. Come spesso accaduto anche ad Argento (il miglior Argento), una corenete logica stringente dei fatti e degli accadimenti non necessariamente è il focus dell'interesse di Martino, capacissimo di sviluppare la pellicola in altre direzioni, visive, sonore, psicologiche, in grado di smuovere violentemente le corde dell'inconscio e del subliminale. Tutti I Colori Del Buio, con il suo lascito polanskiano (beh, Argento aveva Bava no?), è forse l'esempio più eclatante in tal senso. La trama c'è, semplice ma c'è. Jane Harrison (Edwige Fenech) ha appena perso un bambino per aborto, il trauma l'ha sconvolta mentalmente e debilitata fisicamente. E' preda di incubi e allucinazioni. Il suo compagno Richard (George Hilton) è spesso assente per lavoro e, soprattutto, in contrapposizione con la sorella di Jane, Barbara (Susan Scott). Quest'ultima conduce Jane da uno psicologo (George Rigaud), mentre la vicina di casa Mary (Marina Malfatti) la introduce a pratiche esoteriche. Jane, sempre più stordita e incapace di reagire, finisce col divenire succube della setta in odore di satanismo, guidata da un enigmatico sacerdote (Julian Ugarte), amplificando, se possibile, ulteriormente il suo incubo.

- SPOILER: Col procedere della storia l'elemento giallo riprende il sopravvento su di una partitura che fino a quel momento aveva dato psichedelica prevalenza a connotati soprannaturali ed occultistici. E' in realtà la perfida Barbara che sta orchestrando la pazzia ad occhi aperti di Jane, per il motivo più vecchio del mondo, il denaro, quello derivante da una cospicua eredità che le sorelle dovrebbero spartirsi. La meraviglia del film risiede tanto nella sua visionarietà hippie-iconoclasta quanto nella grazia dei personaggi. Quello di Jane è il perno di tutta l'architettura. Bellissima e bravissima la Fenech nell'interpretare le vertigini e lo shock continuo che assillano la sua psiche. Un'interpretazione angosciante e conturbante al contempo. Altrettanto misteriosa e magnetica Susan Scott, sta poco in scena ma l'attrice iberica è sempre un felino che ti ipnotizza con lo sguardo e le sue movenze. Altro catalizzatore di abilità mesmeriche è il sacerdote invasato di Ugarte, fighetto e satanico allo stesso tempo. Lo psicologo Rigaud e il commissario Tom Felleghy sono la controparte rassicurante e familiare. La Malfatti garantisce l'affaccio nella malìa saffica che dà il là alla povera Jane, quella spintarella letale per chi già si trova in equilibrio precario sull'orlo del precipizio.

Martino è un vulcano di trovate, prima di tutto formali ed estetiche, e poco conta quanto sia elaborato e barocco il plot, poiché basta la profondità delle suggestioni che Tutti I Colori Del Buio garantisce a gratificare lo spettatore (oltre alla avvenenza quasi insostenibile del trio magico delle protagoniste femminili). Un film che ha in sé un portato arcano, iniziatico, segreto, e tuttavia anche maliziosamente pop (gli artigli di Ugarte, lo stilizzato occhio satanico, le pupille turchese di Ivan Rassimov, le mise scollatissime della Malfatti, i grandangoli, etc.). Le musiche di Bruno Nicolai sono al top del genere (il tema del sabba è qualcosa di estatico), così come i virtuosismi registici di Martino (si pensi banalmente ai primi minuti, l'incubo della Fenech e poi il suo sofferto risveglio, con la MdP che vorticosa le gira attorno per poi allinearsi sullo stesso piano). Evocativa anche la Londra meno popolata che si sia mai vista al cinema, con palazzoni a schiera tutti uguali, strade deserte e gotiche magioni di campagna

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