giovedì 23 aprile 2015

1997: Fuga Da New York

Quando Carpenter arriva a Escape From New York (questo il titolo originale della pellicola, al quale, per qualche motivo, in Italia abbiamo deciso che andava assolutamente aggiunto l'anno 1997) proviene da una sfilza di film impressionanti. Distretto 13, Halloween, The Fog, un capolavoro dietro l'altro, al quale aggiunge il film di Jena Plissken e farà poi seguire La Cosa e Christine, per dire. Imbarazzante il livello qualitativo in cui il Carpenter di quella manciata di anni navigava. Film diversi tra di loro, eppure legati dal trade union delle atmosfere tipicamente carpenteriane. Fuga Da New York nasce come soggetto pensato originariamente per Clint Eastwood, addirittura negli anni '60, quando il giovane John frequentava l'università e assisteva da cittadino americano allo scandalo del Watergate. Viene quindi sviluppato in modo totalmente diverso e assegnato a Kurt Russell, col quale Carpenter lavorerà ripetutamente. Tommy Lee Jones e Charles Bronson furono i nomi inizialmente pensati dalla Produzione per quel ruolo, ma la spuntò Russell, che ringrazierà a vita Carpenter per avergli affidato il personaggio ed averlo eternato per sempre come quel bastardo di Plissken (cognome di un vero compagno di scuola di Carpenter). Il suo contributo alla costruzione di Jena comunque fu fondamentale. Lo immaginò come un incrocio tra Bruce Lee, Darth Vader e un vigilante (The Exterminator, pellicola americana su un reduce del Vietnam che si ricicla giustiziere), gli piazzò la benda sull'occhio e e gli assegnò la timbrica vocale sussurrata ma ferma e tagliente di Eastwood (caratteristica mantenuta fedelmente anche dalla voce italiana Carlo Valli). Per Russell il mondo di Jena sembrava destinato a finire sempre nei 60 secondi successivi, quello era il suo orizzonte degli eventi, e ciò in buona parte ne spiega la concretezza e la strafottenza.

La forza del film è la sua carica visionaria, apocalittica, stemperata al contempo - ed in modo sottile - da un'ironia sempre presente sottotraccia, che permette a Carpenter di dirigere un film testosteronico ma che, al contempo, riesce a non prendersi troppo sul serio. Tutto vero, tutto giusto, ma la forza del film risiede anche nell'estro artigianale e creativo del Carpentiere. Quelli erano anni nei quali per davvero si doveva fare tutto a mano e con pochi soldi. Oggi con la CG è uno scherzo da ragazzi, ma Carpenter gira un film che sta in piedi ancora oggi, ad oltre 30 anni di sistanza, ricorrendo a plastici (ai quali mise mano pure James Cameron, all'epoca effettista sotto contratto con Roger Corman), filtri, giochi di luce e tanta manualità (si pensi ai lampadari sull'auto del Duca, alle pistole spara capsule esplosive che sono banalmente quelle che si usano per bucare i lobi degli orecchi, o al cronometro da polso a led di Russell ricavato da un timer da cucina). Tranne la prima scena, quella dell'evasione dal carcere di Manhattan, nulla è stato girato effettivamente a New York; una zona industriale dalle parti di St. Louis era stata appena devastata da un incendio e quindi, con un po' di accorgimenti all'uopo, si prestò benissimo per simulare una New York del futuro, scassata e allo stesso tempo carceraria.

Devastante l'incipit del film, con quel tasso di criminalità aumentato del 400% (....400%!!) che rende parossisticamente l'idea del macello assoluto nel quale è piombato il pianeta alla soglia del nuovo millennio, tratteggiando sullo sfondo chissà quali conflitti nucleari. Ed infatti il Presidente degli Stati Uniti (un britannicissimo Donald Pleasence) è alle prese con valigette uraniche e conferenze radioattive. La gamma di ribelli, pazzi e spostati con cui Plissken (che tutti sappiamo essere stato un seprente e non una iena, ma "iena" si adattava molto meglio al labiale in fase di doppiaggio) deve confrontarsi - secondo la forumla "tutto in una notte", e quindi sistematicamente al buio per circa 100 minuti di pellicola - è inesauribile e assai fantasiosa. Le caratterizzazioni sono tante e contribuiscono a rendere il film mai noioso e molto vivace da un punto di vista di ritmo e tensione; il Duca, Mente, il punk che alita al vento, il lottatore gargantuesco (il wrestler professionista Ox Baker), Maggie (una Adrienne Barbeau scollacciatissima, nonché all'epoca moglie di Carpenter), il tassista bonaccione Ernest Borgnine, il durissimo commissario Hauk di Lee Van Cleef. Indipendentemente che si tratti di "buoni " o "cattivi" (per altro la differenza è labilissima e lo stesso Jena è un antieroe) il divertimento è assicurato. Il resto lo fa una fotografia assolutamente spettacolare ed una colonna sonora anch'essa entrata nella storia e composta da Carpenter.

E' palese quanto il regista si diverta durante il film. Ci sono un'infinità di dettagli che testimoniano quanto prenda un po' per i fondelli chi intenda approcciarsi "seriamente" alla storia. La bandiera americana appesa al contrario (e non dai ribelli "anti-imperialisti", ma nella sede delle Forze di Polizia di Manhattan), il Presidente cinico e pure un po "stronzo" (diciamolo), il finale beffardo, le battutine di Jena (tipo: "Plissken, che stai facendo?" - e lui: "Mi sto masturbando", mentre atterra con l'aliante sul World Trade Center), le tette gratuite della Barbeau, le citazioni di altri film e registi sparse in giro (su tutti Romero, che ha un personaggio che porta il suo nome e svariate scene che rimandano ad assalti zombeschi) sono segnali che Carpenter manda al suo pubblico, un invito al divertimento, augurato con una altamente professionale ma altrettanto bonaria pacca sulla spalla. Che poi, avete mai fatto che a Jena viene affidata una super missione e tutti si rapportano a lui come ad una specie di roboante Superman infallibile integrato da James Bond (è un ex militare pluridecorato con grandi missioni nel curriculum), anche se alla fine stiamo parlando di un orbo che è stato banalmente beccato mentre tentava di fare una rapina e che per mezzo film è pure zoppo?

Da quel 1981 le imitazioni di Fuga Da New York  in giro per il mondo non si contano. In Italia siamo stati floridissimi al riguardo; Castellari ha girato il suo ciclo del Bronx sulla falsariga di Carpenter, D'Amato ne trasse almeno in parte la sua ispirazione per Endgame, Fulci per I Guerrieri dell'Anno 2072, mentre Martino ha addirittura messo in piedi una sua versione con la pretesa di aver ispirato lo stesso originale, in quanto la sceneggiatura sarebbe stata scritta prima (ed evidentemente Carpenter l'avrebbe pure letta, dall'altra parte dell'Oceano). Un vero ispiratore di Escape Form New York potrebbe in realtà essere stato Interceptor (1979), che assieme al film di Carpenter formerà per decenni un humus di atmosfere ed ambientazioni "post" (industriali, nucleari e quant'altro) che si trasformeranno nel background ideale per un bel po' di produzioni più o meno consapevolmente riferibili ai film di Miller e Carpenter. Assieme a Terminator, si tratta probabilmente dei film più importanti di quegli anni per quanto riguarda l'onda lunga di influenza esercitata sul cinema di avventura/fantascienza/guerriglia urbana di stampo distopico (e pure un po' western). Oltre ad epigoni cinematografici, 1997 generò novellizazioni cartacee, giochi da tavolo e per computer, fumetti.

Carpenter nel '96 ha diretto una sorta di sequel (Fuga Da Los Angeles) che però è più un remake con qualche dettaglio cambiato. Il trucco sta tutto lì. Il film venne accolto tiepidamente, secondo me non comprendendone fino in fono la vera natura. I tempi rispetto agli anni '80 erano drasticamente cambiati, e Carpenter se ne fa carico infondendo alla pellicola un taglio ancora più ironico, disincantato e smaliziato, e fingendo di dirigere un sequel quando sostanzialmente si limita a tornare sul luogo del delitto, recuperarne gli stilemi e riproporli riveduti, corretti ed aggiornati tre lustri dopo. In tal senso il film è più da considerarsi un omaggio, una celebrazione, un tributo ad un piccolo gioiello inaspettato che nel 1981 sconvolse per sempre il cinema americano e mondiale. Ovviamente, in tempi di remake, si è parlato più e più volte di re-inventare 1997, con vari attori tirati in ballo al posto di Russell (ad esempio Gerard Butler), varie case cinematografiche e vari registi come candidati. Mi auguro, come sempre, che un progetto simile non veda mai la luce, ma purtroppo è comprensibile quanto quel marchio di successo possa far gola a Hollywood. Rivisto oggi, il bello di un personaggio come quello di Russell è che non è un super uomo palestrato con addominali e pettorali scolpiti in acciaio inossidabile dopo furiose sedute killer di palestra, non ha le sopracciglia rifatte, non è abbronzato al punto giusto, non sfoggia tagli di capelli demenziali, non è un metrosexual sfondatope. E' un uomo vero, nel senso di "naturale". E' robusto ma non un culturista iconico, è virile ma non artefatto né troppo spettacolare. Ha una sua forza che deriva anche dalla caratterizzazione psicologica e non solo dalle cicatrici e dai tatuaggi. Quanto questo sarebbe compreso in fase di remake 2.0?

2 commenti:

  1. Ecco... L hai fatto... Questo e' IL mio film preferito di sempre.... Non ci sono cassi... E quindi ode...ode... E lode... E pienamente d accordo su fuga da los angeles, anche a me e' piaciuto... In tanti l hanno snobbato perche in tanti si aspettavano un sequel... E d accordissimo sul fatto che non ci debba essere un remake....anche se temo ci sara.... Che poi va a finire come con the fog.... Dio salvi la regina... Ela nostra jena...ehm snake ;)

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  2. Pellicola che ogni volta riesce ad emozionarmi come quando ero giovane e, con il "Chiodo" e il capello lungo, cercavo maldestramente di emulare Jena nelle movenze e nello sguardo da duro. A parte tutto, grandissimo bel film.

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