mercoledì 7 novembre 2012

Quinto Potere

"Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più" ... il nuovo slogan dei grillini rettiliani scientologiani? No tranquilli, lo dice Howard Beale, il "pazzo profeta dell'etere", così come viene ritratto in Quinto Potere (di Sidney Lumet, 1976), un film che se fosse uscito al cinema stamattina anziché 36 anni fa sarebbe stato mostruosamente attuale e lucido. Una tirata d'orecchi satirica e grottesca al mondo dei Media, della tv in particolare, ma anche dei teleutenti, the people, la gente, le persone, in ultima analisi, la nostra marcia società. Stiamo parlando di una pellicola vincitrice di quattro Oscar e celebrata in tutto il mondo come uno dei capolavori del grande schermo da quando i Lumière Bros lo hanno inventato.

In un momento di acquisizioni cannibaliche di aziende, gruppi televisivi e sigle ad acronimo (UBS, CCA, ABC...) l'anchor man Howard Beale (Peter Finch) attraversa un momento molto difficile di vita personale, perde la moglie, perde smalto in tv, i suoi indici di ascolto vanno a picco, e dopo anni ed anni di onorato servizio, mentre il mondo attorno a lui  cambia radicalmente, viene licenziato. Nella sua penultima apparizione televisiva annuncia il suo suicidio, in diretta, per la settimana successiva, poiché perso il lavoro, non rimane altro che gli dia gioia di vivere. La bizzarra dichiarazione fa impennare gli indici clamorosamente in perdita della UBS. Ecco che viene colto l'attimo, e creato un mostro; i cinici, spietati e disumani amministratori della rete (non tutti, si scatena una faida intestina che naturalmente vede soccombere i più coscienziosi, tra cui anche il carissimo amico di Howard, Max Schumacher/William Holden) trasformano Beale in un pazzo invasato profeta delle masse, gli americani sono rabbiosi e Beale potrà essere il loro condottiero, più sarà irresponsabile, imprevedibile, fuori dagli schemi nelle sue reprimenda catodiche, più i guadgni della UBS voleranno. Beale si avvita sempre di più nel suo personaggio, sente voci che lo guidano, affoga in un esaurimento nervoso visionario, ma la sua popolarità cresce smisuratamente. La gente lo segue, e gli obbedisce ciecamente ogni qual volta lui dice cosa fare dal suo studio televisivo, addobbato come la chiesa di un telepredicatore. Una delle sue invettive però tocca sul vivo la rete, poiché Beale accusa la UBS di svendersi ai petroldollari degli arabi e chiede ai telespettatori di opporsi scrivedo telegrammi di disapprovazioone direttamente alla Casa Bianca. Il boss supremo del gruppo finaziario che detiene la UBS (Arthur Jensen/Ned Beatty) chiama a rapporto Beale, lo redarguisce e si sostituisce nel suo delirante immaginario alle voci alle quali Beale aveva dato ascolto fino a quel momento. Beatty infila nella testa di Beale una nuova cosmogonia mediatica e spedisce il profetta a diffonderla in tv, cosa che avviene puntualmente. Progressivamente però gli indici di gradimento di Beale iniziano a calare e la rete pensa nuovamente al suo licenziamento. Jensen lo vuole a tutti i costi in onda, perché Beale deve realizzare il suo progetto di nuova "alfabetizzazione" dell'etere ("non esistono nazioni, non estono continenti, esiste solo il denaro, è una legge primordiale della natura"), dunque il gruppo dirigente della UBS, all'insaputa di Jensen, decide di togliere definitivamente di mezzo Beale nell'unico modo possibile, ucciderlo. Anche questo però dovrà avvenire davanti agli schermi, con le famiglie americane incollate alla tv.

Quinto Potere è un film che contiene molteplici sfumature e piani di lettura; è indubbiamente drammatico, ma nella sua rappresentazione paradossale della società mette in luce anche elementi amaramente ironici. Ha un taglio epico nella narrazione, e scivola progressivamente su di un piano quasi fantastico, metaforico, satirico appunto. La voce fuori campo che chiude il film ne è la prova lampante, quando chiosa il finale dicendo che si tratta della storia di Howard Beale, "il primo caso conosciuto di un uomo che fu ucciso perché aveva un basso indice di ascolto", consegnando agli spettatori ogni riflessione al riguardo per mezzo di una lapidaria battuta sarcastica.
Il cast è pura leggenda, Peter Finch è insuperabile come messia spiritato, esaltato, infoiato, apocalittico, che tuttavia esprime concetti assolutamente lucidi e condivisibili, per quanto generici e un po' qualunquisti. Faye Dunaway è una strega terrificante, incarna la tv stessa, la sua immorale deriva, insensibile tanto alla sofferenza quanto alla gioia, la sua impassibilità al cospetto della vita vera, fatta di emozioni e sentimenti reali. Inizialmente la sua recitazione mi pareva troppo plateale e teatrale, ma imparando a conoscere la paranoia del suo personaggio, l'ho trovata assai appropriata. Robert Duvall è il nuovo capo della UBS dopo l'acquisizione da parte della CCA, braccio armato di Ned Beatty, e uomo totalmente privo di scupli, roso dall'ambizione e dalla conquista del potere, da raggiungere mediante il compiacimento incondizionato di Jensen/Beatty. William Holden (doppiato da Massimo Foschi/Dart Fener) è forse il personaggio meno riuscito, la sua funzione è chiaramente quella del grillo parlante, la coscienza che ha ancora qualcosa di umano, ma ambiguamente infligge dolore alla propria moglie tradendola proprio con la Dunaway, che incarna l'esatto opposto umano di Holden. Lui, un anziano giornalista navigato e avviato sul viale del tramonto, sembra rimanere stregato da quella demoniaca vitalità, anche se in cuor suo la disprezza e ne è atterrito, tuttavia non può fare a meno di desiderarla, come posseduto dalla energia di attrazione gravitazionale di un buco nero. Distrugge così tutti i propri affetti familiari; sul versante professionale però è l'unico a comprendere e difendere fino in fondo Howard Beale, cerca di proteggerlo come può, ma gli eventi sono troppo grandi perché lui possa opporvisi. Il suo personaggio dunque pare un po' schizofrenico, impotente e/o indolente, romantico ed appassionato nei discorsi ma poco incisivo su di un piano reale, anche se, sul finale, in un sussulto di consapevolezza, abbandona la Dunaway per cercare di riprendere una vita normale (e sensata). Agghiacciante quando la Dunaway anche durante le effusioni amorose ed i rapporti sessuali non fa altro che parlare di lavoro, sembra proprio eccitarsi citando indici di ascolto e successi di marketing. Ma i momenti che gelano il sangue sono parecchi; un altro è quello nel quale, con assoluta serenità e freddezza viene proposto e subito accettato l'omicidio di Beale, come fosse una qualsiasi strategia commerciale di rilancio dell'azienda.

Il film è parzialmente ispirato al suicidio di di Christine Chubbick, news reporter ammazzatasi in diretta il 15 luglio del 1974, due anni prima di Quinto Potere. Così come il personaggio della Dunaway sembra avere a che fare con Lin Bolen, responsabile dei programmi della NBC dal '72 al '78. La critica espresse giudizi opposti, chi ne fu  entusiasta, chi accusò il film di peccare degli stessi peccati che intendeva stigmatizzare, sensazionalismo, qualunquismo, retorica, spettacolarizzazione. Per quanto mi riguarda è un film che rivedo ogni volta che posso, rimanendo sempre sbalordito dalla visione lungimirante che Lumet e lo sceneggiatore Chayefsky ebbero quando ancora la tv aveva un decimo della crudeltà e del potere che possiede oggi.

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