mercoledì 24 agosto 2016

Barbarella

E Roger Vadim nel 1968 inventa la fantascienza pop. Una pietra miliare del cinema degli anni '60, del cinema di fantascienza, del cinema delle belle donne, del cinema della pura invenzione, in sintesi basterebbe dire.... del cinema. I puristi staranno già storcendo la bocca per l'assegnazione della pellicola al sacro genere sci-fi, ma siamo più o meno dalle stesse parti di Flash Gordon, ovvero nei territori di una "meta-fantascienza", autoironica, istrionica, consapevole, pretestuosa, strumento mediante il quale l'autore crea, inventa, mette in scena le proprie visioni (che siano narrative, scenografiche, anche banalmente relegate a costumi, acconciature e oggettistica) delineando un mondo parallelo, un universo che porta la sua firma, al netto degli stretti canoni di aderenza alla fantascienza istituzionale. Barbarella è scienza futuribile per modo di dire, quasi canzona l'argomento, ma con gusto, eleganza, savoir faire, umorismo sottile. Vadim sotto questo punto di vista è un genio, lo ha dimostrato in tuttta la sua carriera, e quanto a bellezza non conosce competitori, basta dare una scorsa alle tante mogli e relazioni che hanno scandito la sua vita, da Brigitte Bardot a Catherine Denevue, da Annette Susanne Strøyberg a Jane Fonda, di splendore in splendore.

Barbarella si piazza a metà del suo percorso artistico; a metà era già un cineasta in grado di tirar fuori dal cilindro un coniglio del genere, rendiamoci conto. L'anno di uscita del film (1968) è cruciale, certamente quello che si respirava in società (segnatamente parigina) in quel periodo ha fatto da humus per la forma e la sostanza del film. Su V-Magazine nel '62 era apparso il fumetto di Jean Claude Forest, prima ispirazione di Vadim. Le fattezze di quella Barbarella richiamavano palesemente la Bardot, ma il regista arriva a fare il film quando la sua compagna è la Fonda e così è a lei che tocca l'onore (e chissà che malumori sapendo che avrebbe dovuto infilare i panni di un'eroina pensata per la rivale in amore, e che rivale!). Il personaggio di Forest è stato definito proto-femminista per la disinvoltura con la quale ricorre all'erotismo per uscire dalle situazioni, per la sua emancipazione, (auto)determinazione e indipendenza, oltre al fatto che risulta, a tutti gli effetti, una protagonista (femminile) dai tratti eroici e non certo una casalinga da focolare. Chiaro che erotismo ed ironia vadano in realtà nella direzione di umanizzare e quindi "depotenziare" lo spessore dell'eroina, o forse questo è solo ciò che viene da pensare in maniera superficiale ai maschilisti irriducibili, poiché, a ben vedere, quei due aspetti aggiungono sfumature e acutezza all'immagine complessiva di Barbarella e del suo mondo.

Il film mantiene le stesse coordinate, sbizzarrendosi magistralmente sul piano visivo. A Vadim il film, inteso come sceneggiatura, dialoghi e azioni, interessa molto parzialmente, sono gli ambienti, i costumi, le musiche, le faccette ambigue, i sottotesti e gli ammiccamenti a solleticarlo molto di più, oltre a tutta la sperimentazione estetica che una pellicola del genere gli consente (basti far caso alle immagini che Barbarella vede sullo schermo della plancia di comando della sua "cosmonave", pura psicehdelia lisergica). E non a caso la canzone dei titoli di testa celebra "Barbarella Psychedella". I titoli di testa... forse il momento più alto dell'intero progetto. Vadim decide di iniziare col botto, regalando agli spettatori uno spogliarello (integrale) della consorte, immaginato in assenza di gravità. Pura magia. Ovvio che oggi risulti qualcosa di estremamente datato; la Fonda è chiaramente su di un piano, mentre rotea su se stessa, e quando leva i guanti si vede addirittura il riflesso del vetro, o plexiglass, sul quale recita. La sensazione di assenza di gravità c'è per modo di dire, ma sono sicuro che anche il più tignoso astrofisico, alla visione di quella scena, non si sarà soffermato granché a contestare gli aspetti più o meno realistici della mise-en-scène.

Barbarella è un'agente intergalattica del XI° secolo (nel quale guerre e violenza sono state abolite e regna la pace universale), spedita dal governatore della Terra alla ricerca di uno scenziato pazzo di nome Duran Durand (sono sicuro che vi farà venire in mente qualcosa, anzi qualcuno). Questi ha con sé il terribile raggio positronico, un'arma che se finisse in cattive mani potrebbe interrompere l'armonia che regna nello spazio, e far ripiombare il mondo nel Medioevo. Barbarella così raggiunge il pianeta Sogo, dove risiede Duran Durand, vive mille avventure e incontra una bizzarra galleria di creature e personaggi degna di Alice nel Paese delle Meraviglie, per poi individuare il mad doctor e sopraffarlo. L'universo è salvo.

Nella prima idea della co-produzione italo-francese finanziata da Dino De Laurentis (girata perlopiù a Roma), Barbarella sarebbe dovuta essere Virna Lisi, che - poco sorprendentemente - non è convinta del progetto e abbandona. Si passò quindi alla Bardot (candidata naturale), ma pure lei glissò per aver ecceduto nei ruoli sexy. Allora fu il turno della Loren, che però era incinta e non si sentiva adatta al ruolo (e infatti, non lo era). Salvo la Bardot, tutte attrici prese in considerazione solo per la loro avvenenza e per il loro richiamo glamour, piuttosto che per una reale aderenza alla parte. Sulle prime anche Jane Fonda si sentì preoccupata dell'interpretazione,  ma poi il marito seppe fare una opportuna opera di convincimento. L'accoglienza di critica e pubblico non fu subito entusiasta, e perlopiù l'equivoco si concentrò sulla eccessiva paraculaggine del film. Era troppo divertito e scostumato per essere adatto ad un pubblico di rigorosi cultori della fantascienza. Cos'era tutto quel ridacchiare, aggeggiare con apparecchi vistosamente improbabili, e mostrare curve muliebri? Non era serio. Ed infatti non era per niente serio, né aveva l'intenzione di essere percepito come tale.

Barbarella è un gioco continuo, a cominciare dalla lingua. Il pianeta Sogo, per dire, altro non è che la contrazione di Sodoma e Gomorra, ovvero il vizio incarnato. Termini come "ghiaccioplano", "psicosessodramma", "girobussola", "antenne ruspanti", "alifusti", "telespia", etc, persino nel doppiaggio italiano rendeono bene il clima di para fantascienza giocosa e sbeffeggiante che aleggia nel film. Le ali dell'angelo Pygar (John Philip Law) sono talmente pacchiane e iconiche da risultare kitsch e volutamente irreali; la Fonda cambia ben otto volte il proprio costume (Paco Rabanne), mostrandosi però sempre estremamente sensuale. Anita Pallenberg (il grande tiranno di Sogo), all'epoca compagna di Keith Richards, è all'altezza di Barbarella, anzi ne è il contraltare moro (imparruccato) ma altrettando seducente. Nel cast appare fugacemente pure Ugo Tognazzi, pelosissimo cacciatore di bambini pestiferi, che gode della fortuna di far l'amore (alla "vecchia maniera") con una sempre disponibile e teneramente svampita Barbarella. Il navigatore computerizzato della cosmonave in lingua originale ha lavoce di Henry Fonda, papà di Jane; in italiano è Alighiero Noschese, tendente ad Alberto Sordi.

L'esploratrice passa di situazione in situazione, vivendo avventure strambe e originali (le bambole assassine dai denti aguzzi sono degne di un horror, così come il Mathmos che tutto inghiotte è una gran pensata distopica). In tal senso Vadim, da estimatore dei comics quale era, intende mantenere un taglio fumettistico della storia, evitando di prendersi sul serio e accentuando la componente erotica, come del resto era nelle sue corde. La Fonda a posteriori ha definito il progetto come "sofisticatamente camp". Per Vadim spesso i personaggi della fantascienza, così immersi nella tecnologia, risultano financo noiosi, ecco che il suo primo obbiettivo (assolutamente raggiunto) fu quello di spingersi sul versante opposto. Barbarella è una pura, non ha morale e quindi non ha sensi di colpa, soprattutto riguardo al proprio corpo; agisce liberamente, secondo l'impulso del momento. Il lascito culturale sugli anni a venire di Barbarella è stato enorme, sono dozzine le popstar che a lei si sono rifatte, le band che l'hanno citata più o meno esplicitamente, la moda "spaziale" che lo stesso Rabanne inaugurò, i film di fantascienza che non disdegnarono affatto di guardare a Vadim come ad una fonte di ispirazione. In Italia persino uan pornostar (Virna Aloisio Bonino, in arte, appunto, Barbarella), ne prese il nome.

Si parlò di un sequel che però non andò mai in porto. Attorno ai '90 De Laurentis recuperò l'idea, che avrebbe dovuto coinvolgere la figlia di Jane, Bridget Fonda, ma pure quel progetto naufragò. Vadim disse più volte di essere aperto ad un sequel, a patto di poter avere come neo Barbarelle Sherilynn Fenn o Drew Barrymore. Accantonata l'ipotesi sequel, arrivò quella del remake. Per un po' si parlo di Robert Rodriguez alla regia (con Sienna Miller, Scarlett Johansson, Megan Fox, Jessica Alba, Anne Hathaway, Rose McGowan, forse anche Valeria Marini e Michelle Hunziker di volta in volta accreditate come possibili protagoniste), ma ad oggi nulla è accaduto, per fortuna, aggiungo io. Barbarella è stato un fumetto, un film ed un personaggio assolutamente figlio del proprio tempo, e reintrodurlo oggi, con l'ansia di attualizzarlo, sarebbe automaticamente sfigurarlo, ma vaglielo a spiegare ai manager conta soldi di Hollywood.

lunedì 22 agosto 2016

Un Uomo, Una Città

Enrico Maria Salerno negli anni '70 fa il commissario a destra e a manca (a Roma ne La Polizia Ringrazia, a Genova ne La Polizia E' Al Servizio Del Cittadino?, a Brescia in La Polizia Sta A Guardare, dover però è questore, di nuovo a Roma in A Tutte Le Auto Della Polizia), aveva il physique du role per incarnare l'amministratore della giustizia, in anni assai difficili per l'Italia. Lo troviamo pure a Torino nel '74, sempre per Guerrieri (col quale aveva già condiviso La Polizia E' Al Servizio Del Cittadino?), a combattere il malaffare della città della Mole. Il suo Michele Parrino è un poliziotto dai modi molto umani, perfettamente in grado di relazionarsi con chiunque, a tutti i livelli, e con una spiccata propensione verso i deboli e quella fascia di popolazione che soffre condizioni di vita non esattamente dorate. La pellicola, riflessiva e crepuscolare, è una derivazione letteraria dal testo omonimo scritto dal poi sindaco della città Diego Novelli, di afferenza comunista e dunque con una prospettiva ben precisa e delineata sui fatti che accadevano nel feudo della più grande industria automobilistica italiana. La Fiat è toccata dalle pagine del libro e dai fotogrammi del film, non fosse altro per il poetico e tenero personaggio del pensionato Tino Scotti, mai ripresosi dalla cessazione della sua carriera lavorativa alla catena di montaggio dell'avvocato con l'orologio sul polsino.

Guerrieri cerca con difficoltà direndere tutte le situazioni descritto dalla penna di Novelli. Micro personaggi, piccole realtà, grandi tragedie, sempre nell'ambito del proletariato e talvolta del sottoproletariato, storie di scioperi, prostituzione, droga, rapine, corruzione, disagio giovanile, difficoltà di adattamento dei "terroni" al nord, infanzie negate, eccetera. In questo senso il film diventa frammentato, dispersivo, a volte si ha l'impressione di perdere di vista la trama principale, immaginando che Guerrieri voglia portarci da qualche altra parte, ma in realtà si tratta di un quadro d'insieme, un film "situazionista" che intende dipingere un luogo ed un momento storico. In tale humus è scaraventato il commissario Parrino, palermitano trapiantato al nord pure lui, scomodamente alla frontiera tra il dover far rispettare la legge e comprendere ed accettare le debolezze degli ultimi. Ed infatti si lascia andare a disamine sociologiche (un po' pesanti) sulla vera essenza della criminalità italiana, che in soldoni è quella dei politici e dei colletti bianchi piuttosto che dei poveracci che vivono di espedienti. Le sue filippiche hanno un che di giustificatorio non sempre apprezzabile, c'è del qualunquismo, così come gli atteggiamenti verso i pederasti risentono tantissimo degli anni ai quali appartiene il film, per certi versi ancora troppo "retrogradi" sull'argomento. Il contraltare (negativo) di Parrino sono i borghesi torinesi, debosciati e disinteressati alla vita dei propri figli, tutti dediti alla noia e delinquenza, chi più chi meno. Lo sparring partner del commissario è Ferrero, il giornalista interpretato da Luciano Salce, figura ambigua, animata da nobili ideali ma poi calata nell'agone della lotta darwiniana della specie, dove per una prima pagina sul quotidiano si è disposti a mortificare la dignità ed i sentimenti della gente. - SPOILER: tuttavia, entrambi i personaggi si redimono catarticamente nel finale; Parrino, oramai trasferito dalla Mobile alla Tributaria, e Ferrero, in rotta col direttore del giornale, vanno a teatro a riempire i bravi genitori benestanti della Torino bene di foto depravate dei figli. Una chiusura onirica, beffarda e grottesca.

Le musiche di Rustichelli sono fuorvianti, poiché per quasi tutto il film pare di essere alla visione di Amici Miei anziché di un poliziesco a tinte noir (a proposito, splendida l'ultima inquadratura su una Torino all'alba, oscura, malinconica e senza redenzione), ed infatti, soprattutto nella prima metà i toni quasi da commedia si affacciano imprevisti. Il parrucchino di Salerno è abominevole, come diavolo gli sarà venuto in mente che così addobbato il povero commissario potesse essere autorevole e credibile non è dato sapere. Le donne del film sono Paola Quattrini e Françoise Fabian, con entrambe Parrino ha un flirt, anche se mostra di preferire decisamente la seconda. Ma c'è pure una comparsata non accreditata di una giovane Ilona Staller nella parte di un'attricetta di filmetti zozzi, la morte sua. Curioso il fatto che Parrino non estragga praticamente mai una rivoltella, non sia un uomo d'azione, preferisca la parola. Con quella infatti salva dal suicidio un ragazzo salito su un campanile, mentre si imbufalisce quando durante una sparatoria ostaggi e rapinatori vengono tutti indistintamente seccati durante lo scontro a fuoco.

venerdì 19 agosto 2016

Occhio Alla Vedova!

Titolo poco frequentato, mai edito in dvd in Italia, rarissimi passaggi televisivi, poche informazoni online. Regia di Sergio Pastore, quello di Sette Scialli Di Seta Gialla (forse l'unico suo titolo edito nel mondo post vhs), film immediatamente precedente a questo, nonostante tra i due trascorra un lustro. La cifra è quella del cinema di genere, che caratterizza un po' tutta la carriera del regista cosentino. Stavolta siamo dalle parti della commedia sexy, anche se il pregio (o il difetto) di Occhio Alla Vedova! è quello di mettere troppa carne al fuoco, senza approfondire mai veramente niente. Siamo in Sicilia, dove Giovanna Lenzi è sposata con Enzo Cerusico, manovalanza della Mafia. Il furbone però inscena un incidente colposo e scappa all'estero con 100 milioni del Signorotto locale. Si sospetta che l'incidente sia una farsa, e la Lenzi viene messa sotto "protezione" per spiarne le mosse. Succede però che assieme al cassamortaro del paese, la procace donnona eredita una fortuna, a patto che si risposi proprio col becchino. E matrimonio sia. Subito dopo le nozze il malcapitato schiatta alla sola vista delle tette possenti della Lenzi, la quale parte per Marsiglia, dopo aver avuto una soffiata riguardo all'ex coniuge. Qui, trasvestita da "svedese", lo abborda e ci finisce a letto; i due si scoprono vicendevolmente e ritrovano l'amore perduto, anche se prima ci sono da evitare le lupare dei picciotti arrivati dalla Trinacria. Naturalmente tutto è bene quel che finisce bene, e i neo fidanzatini possono godersi malloppo malavitoso ed eredità.

Pastore fa in tempo a metterci tutto, la commedia scollacciata (con una Lenzi che promette tantissimo e fa vedere pochissimo), il Mafia movie (all'acqua di rose), lo slap stick con le torte in faccia e le cadute rovinose, il tutto condito da stereotipi, caratteristi in quantità industriale e musichette "terrone" adatte alla bisogna. Il primo problema è che il film non fa mai ridere. Il secondo problema è che l'aspetto erotico, ancorché inserito in un contesto comico, si limita a far immaginare quanta grazia la Lenzi ha ereditato da Madre Natura ma, in soldoni, sono forse tre in totale le scene in cui concede appena un topless. E per tutto il film vediamo sempre e soltanto lo stesso capo di lingerie, un corpetto che la donna indossa senza mai levare per via di un voto alla Madonna (scusa perfetta per fare economia sul set e magari accontentare un'attrice con poca voglia di mostrarsi). Il cast è terribile, non c'è un attore degno di tal nome, ma una schiera di caratteristi (beceri) che tiene in piedi la pellicola. La vera attrice la si vede sul finale; inspiegabilmente fa una comparsata - totalmente assurda - Sylva Koscina, nel ruolo di se stessa mentre beve un caffè a Marsiglia. Ho visto il film per curiosità archivistica, ma in tutta sincerità non vedevo l'ora che finisse. Mi pare un fallimento sotto ogni aspetto.

Ecstasy

Tra quella ventina scarsa di film non pornografici fatti da Moana, Ecstasy (1989) di Luca Ronchi è uno degli ultimi. Ronchi è uno dei fondatori di Telemilano assieme a Berlusconi e diverrà poi un produttore Fininvest; qui, scrive una sceneggiatura assieme alla stessa Moana - allora sua compagna - traendo ispirazione dal romanzo Polvere Bianca di A. Machen e firma una pellicola che se non è schiettamente hard ci arriva vicinissima, infarcendola tuttavia di pretese ed ambizioni molto alte. Un'operazione un po' spiazzante, sicuramente per il pubblico di Moana e del circuito a luci rosse, ma anche per i radical chic, che magari in privato, nel salottino dell'attico ai Parioli, la vhs della bella matrona genovese ce l'avevano eccome, ma in pubblico non potevano che stigmatizzare l'inteva opevazione di basso pvofilo cultuvale. Ecstasy è un film senza pubblico, non per questo privo di interesse. Certamente tanto pretenzioso quanto coraggioso, e sostanzialmente autocelebrativo. Moana si racconta in prima persona, e la narrazione del suo personaggio (che si chiama proprio Moana Pozzi) è estremamente vicina alla realtà della Moana che gli italiani erano abituati a conoscere. Una donna estremamente carismatica, disinibita, libera intellettualmente e totalmente votata al culto del corpo, della bellezza e del piacere. Le astrazioni filosofiche sono tutte discorsive, e in qualche misura fanno da contraltare alla estrema concretezza e al materialismo di Moana, che vede nel sesso una energia creatrice vitale ed essenziale, nonché l'unica per la quale abbia un senso stare al mondo. I suoi continui riferimenti alla ossessione per il suo aspetto fisico suonano beffardi col senno di poi, sapendo che il destino ha tolto precocemente a Moana quella sola cosa che le aveva dato un motivo di vivere.

Aleggia un pessimismo nero, vuoi perché il film si svolge quasi interamente nelle notti (romane) e tra set cinematografici e fotografici sempre a sfondo porno, vuoi perché in parallelo al moanismo assoluto viene sviluppata una trama che vede la sorellina della pornostar (Carrie Janisse) affetta da depressione e ai limiti dell'anoressia. Moana, sempre in rampa di lancio verso il sesso libero, viene costantemente riportata sulla Terra dal disagio esistenziale della sorella, la quale per altro è come schiacchiata dalla potenza erotica di Moana, invidiandola e quasi temendola. Naturalmente la via maestra per la liberazione è una sessualità emancipata e disinvolta, ma la Janisse è incerta, non sa se andare con gli uomini, con le donne, o stare tutto il tempo davanti alla tv a guardare film demoniaci. Moana, su consiglio di Barbarella (Virna Anderson, pure lei nella parte di se stessa), fa provare alla sorella una misteriosa droga nera africana. E' la svolta. La Janisse inizia a godere dei piaceri del sesso, ma pare una gioia effimera e temporanea, poiché fino all'ultimo Moana l'assiste come una chioccia, con una eterna malinconia sul volto. In effetti, se l'idea era comunicare l'estremo vitalismo catartico del sesso, Ecstasy va nella direzione opposta. Benché le scene erotiche siano abbondanti, generose e sempre ammiccanti all'hard tout court (anche per via del fatto che il sottobosco attoriale è esattamente quello, Rocco Siffredi compreso). Questa dicotomia tra intellettualismo decadente (notti, architetture fatiscenti, personaggi disadattati, sesso a oltranza, droga) e lussuria crea un corto circuito che, per quanto bizzarro e straniante, dà al dilm una sua cifra interessante. Saranno gli sguardi assenti di Moana, sarà l'estrema superficialità delle pornostar e dei loro sodali maschi, saranno dei dialoghi assolutamente inconcludenti e vacui (quello iniziale davanti al camino grida vendetta), ma Ecstasy diventa un film irrisolto e sgangherato che lambisce seriamente i territori del cult movie.

Per altro il libro di Machen è una specie di racconto del terrore nel quale una polvere bianca rende conferisce grandi poteri ma porta alla distruzione chi la assume (beh, banalmente... la droga). Moana è Moana, talmente tanta da non avere bisogno di descrizioni. Il suo rittratto è naturalmente accentuato a più non posso. Perla Moana di Ecstasy è il sesso è a più non posso, fuori e dentro il set, come "una montagna da scalare", non ha mai fine ed è sempre il momento. Il che forse era vero o forse no; come altri, anche io ho sempre avuto l'impressione di un certo distacco aristocratico, di una freddezza nel suo modo di "recitare", quasi come se le interessase più affermare di sé l'idea di una persona trasgressiva ed emancipata, affatto schiava della morale, anziché essere realmente una schiava del sesso. Fa piacere ritrovare Barbarella (soprattutto oggi che non è più tra noi), anche se la Anderson non fa una grandissima figura, etichettata da subito da Moana come sciocca e invidiosa. Il film si chiude senza un perché, senza un finale, come se avessimo assistito ad uno spaccato delle notti romane nelle quali Moana imperversava famelica e biondissima. Nonostante il progetto sembrasse saldamente in mano della Pozzi e del suo compagno, la Produzione impose il doppiaggio dell'attrice, la quale per protesta si fece ritrarre imbavagliata.

mercoledì 17 agosto 2016

Dottor Jekyll E Gentile Signora

Nel '79 La Fenech gira quattro film, due con Steno, col quale già l'anno prima aveva lavorato in Amori Miei. Dottor Jekyll E Gentile Singora nasce da un'idea degli infaticabili Castellano e Pipolo e approda sullo schermo grazie ad una sceneggiatura sulla quale mette le mani anche Stefano Vanzina. Si prende a pretesto il celebre romanzo di Stevenson e si fonde con una sensibilità ambientalista all'acqua di rose; nell'operazione vengono coinvolti, da protagonisti, Paolo Villaggio, sull'onda del successo dei primi Fantozzi, e la Fenech, la regina della commedia sexy all'Italiana, in grado di garantire almeno 1/3 degli incassi del film, qualsiasi film esso sia. Lo stuolo di caratteristi è un po' ai minimi termini, tolto Gianrico Tedeschi in veste di maggiordomo del Dr. Jekyll, rimangono Gordon Mitchell sgherro biondo, Paolo Paoloni (già megadirettore del ragioner Ugo) e Walter Williams, gran capo della multinazionale Pantac, alla maniera della Spectre, con tanto di mano meccanica artigliata.

Jekyll, discendente di quel Jekyll, è un perfido uomo della finanza internazionale, ordisce colpi di Stato e truffe commerciali, fin quando gli viene assegnato il compito di commercializzare un derivato del petrolio altamente nocivo. Mentre sogna di corrompere addirittura la Regina Elisabetta, Jekyll diventa preda di attacchi incontrollati ed improvvisi di buonismo, che culminano con l'incontro dell'avo Jekyll senior, poi divenuto Hyde, segretamente ancora in vita, il quale inganna Jekyll junior facendogli bere un intruglio che lo trasforma in una creatura immacolata, bionda, con un inspiegabile accento veneto, dedito solo al "ben" perché si sente "bon" come un "santòn". Jekyll/Hyde comincia così a dibattersi tra le sue due personalità, ordendo piani e poi sabotandoli. La sua perfida segretaria Barbara si innamora del ricciolone biondo poiché, nella sua immensa ed apparentemente incorruttibile bontà, la eccita terribilmente. - SPOILER: Hyde riuscirà a rovesciare i neri destini orditi da Jekyll e dalla Pantac, grazie al suo "Progettòn", ovvero produrre su scala industriale il liquido che rende tutti degl angioletti e diffonderlo globalmente mediante aerei e scie chimiche. Ma alla Pantac hanno previsto tutto e, chiusi dentro un bunker antiatomico, continuano a dominare finanziariamente il mondo servendosi degli utili idioti biondi ed ingenui.

Il film ha una prima parte discreta, poi si rivela fiacco; sarebbe un po' come dire che finché Jekyll è in scena ci si diverte, all'arrivo di Hyde la sorpresa incurioscisce per un po', poi la sceneggiatura langue e la parlata veneta non basta più a tenere viva l'attenzione. E' tutto grossolanamente scemo, d'accordo ridere con la lana grossa e non dover spiegare niente perché la comicità si spiega e si giustifica da sé, ma i cattivoni della Pantac e la sporca dozzina di tagliagole guidata da Pretorius/Gordon Mitchell sono roba da Benny Hill (basterebbe quasi velocizzare i fotogrammi). Tutto si regge esclusivamente sulle spalle di Villaggio e sulle cosce e le tette della Fenech, qui davvero insuperabile. Le sue mise ed i suoi atteggiamenti da perfida dark lady lasciano a bocca aperta; trasparenze, occhiali a cuore e trucco pesante fanno il resto. Erotismo allo stato puro. Dio solo sa come ha fatto Villaggio a girare la scena dell'assalto a letto da parte della infoiata Fenech ai danni del putto ricciolone che tenta disperatamente di leggere dei passi della Bibbia.

L'impressione è che oltre la brillante intuizione iniziale di Castellano e Pipolo non sia arrivato molto altro nella testa dei Produttori e dello stesso Steno, il quale tira un po' via, affidandosi a professionisti garantiti come Villaggio e la Fenech. I debiti fantozziani sono evidenti, ad esempio negli appellativi dei componenti del Gran Consiglio dei 10 Assenti (che già suona familiare), con quei Lup Man, Farabutt, etc. Poi ci sono i Direttori naturali, complessivi, e tutta quella terminologia grottesca e fenomenale che l'impiegatino vessato e imbranato ci aveva fatto conoscere con i film di Salce. La theme song è qualcosa di agghiacciante, kitsch e proprio per questo, in ultima analisi, perfetta per il film. Tutto fuorché una pellicola imperdibile, ma qualche risata la strappa (il povero autista vittima ogni volta di un incidente diverso con lo sportello), e la Fenech da sola vale la visione.

The Wolf Of Wall Street

Amo Scorsese, beh tutti dicono di apprezzarlo ed amarlo, ma c'è stato anche un periodo in cui andava di moda sminuirlo (capita a tutti i registi con la R maiuscola, è una specie di passaggio di crescita dei cinefili e critici con aspirazioni, ad un certo punto il parricidio è un atto obbligato per emanciparsi, un rito di iniziazione). E così, quando "Gangs Of New York non è questo granché, Scorsese ha fatto di meglio", io ero lì, gongolante, per un film di grandissimo respiro ed abbacinante bellezza. E quando "Casinò è splendido... ma quanta violenza gratuita!", ero sempre lì, a cercare di rintuzzare le critiche (motivate) di eccessiva brutalità, a fronte di uno spettacolo viviso magnifico. Soprattutto con Hugo Cabret Scorsese ha ripreso il voloo, il flirt con la critica ed il pubblico si è riallacciato forte ed intenso (The Departed e Shutter Island hanno ricevuto pareri contrastanti). The Wolf Of Wall Street - basato sull'autobiografia di Jordan Belfort - ha quasi sfiorato l'Oscar, e con il film il sempiterno nominato Leonardo DiCaprio (che poi finalmente lo agguanterà con Revenant). Ascesa e caduta del più grande lupo di Wall Street, senza redenzione. La pellicola non indica un percorso espiativo, sofferto ma catartico, niente affatto; Scorsese non cerca soluzioni, ma inscena la grottesca, surreale e bizzarra esistenza di un predatore in un mondo agnellini. Il tempio è Wall Street, come per Gordon Gekko (citato pure nel film), ma è l'intero mondo ad essere di proprietà di Belfort, o almeno così lui intende.

Lo vediamo muovere i primi passi al traino di broker senza scrupoli, per poi divenire egli stesso broker, magnate della finanza ed infine criminale incallito, con tutto gli inevitabili annessi e connessi di droga, donnine, potere, yacht ed ostentazioni gratuite. La gratuità è un po' la cifra di tutto il film. Ben 180 minuti (ma in origine erano 240), senza che ci siano 180 minuti di sceneggiatura effettiva; ad un certo punto si ha l'impressione di essere rimbalzati come una pallina da flipper tra situazioni identiche. I personaggi si drogano, poi fanno sesso, poi si drogano, poi fanno sesso, e poi si drogano. Mentre il montaggio si fa serrato, le musiche ammiccanti incalzano, DiCaprio gigioneggia, e qualche bella figliola ci mostra la mercanzia, ci addentriamo nel mondo effimero, inconsistente, eppure milionario, di Belfort, dove tutto è possibile, a patto di camminare sui cadaveri. DiCaprio è un mattatore, sproloquia continuamente, è ironico, beffardo, scarastico, cinico, violento, fa battute, si rivolge direttamente allo spettatore, se ne frega di tutto e di tutti. Saltiamo da un parossismo all'altro, copule immersi nel denaro (alla maniera del Diabolik di Mario Bava e di Proposta Indecente), nani lanciati come freccette su bersagli giganti, deretani che fungono da piano d'appoggio per pippare coca, segretarie che si fanno rasare per 10.000 dollari (che poi impiegheranno per passare da una terza ad una quarta abbondante), camerieri gay che approfittano dell'assenza dei padroni per organizzare immense orge, aragoste lanciate ad agenti dell'FBI, e soprattutto droga, droga, droga, di ogni risma e tipo, in quantità industriale.

E' l'eccesso la legge di Belfort e della sua Wall Street. In Italia Gramellini si è lamentato che la colpa di Scorsese è di far empatizzare la gente con un personaggio mostruosamente negativo come Belfort, tutto sommato un vincente, simpatico, stronzo ma che ne cava sempre le gambe. Se dovessimo adottare questo metodo dovremmo gettare nel cassonetto Shining ed il suo Jack Torrance, Full Metal Jacket ed il suo Sergente Hartmann, Arancia Meccanica ed il suo Alex DeLarge, etc. (si, l'ho notato, ho citato sempre e solo Kubrick, ma è il più grande, no?). Non mi convince come tesi, troppo bigotta, troppo per benino, troppo facile. "Quello che fanno è divertente nel contesto della verità della loro situazione, la capacità di vedere l'umorismo in situazioni che sono atroci fa parte del meccanismo di difesa. Ecco perché si ride su cose come queste.", ipse dixit Scorsese, e sta bene, caro Gramellini. Il punto non è tanto quanto sia (gratuitamente) feroce o diseducativo The Wolf Of Wall Street, quanto - a mio modesto parere - quanto sia un film di maniera per Scorsese. Voglio dire, se vi avessero dato l'autobiografia dello squalo della Borsa da leggere e vi avessero detto "prova ad immaginarne il film che potrebbe trarne uno come Scorsese", è esattamente così che lo avreste pensato. Il maestro della violenza iper realista ha quasi "pigramente" (mi si passi il paradosso) scritto la sceneggiatura con la mano sinistra (ammesso che sia destro), facendo esattamente quello che ci si sarebbe aspettati dalla sua nomea. Dopo i primi 5 minuti abbiamo già visto il bignami dell'ultra violenza che ci attende, e ce ne sono ancora altri 175 da trascorrere (che suppergiù saranno sempre sullo stesso registro).

I ritratti femminili sono mortificanti, tolta la prima moglie di Belfort (che appare per poche pose), unica donna "normale", il resto è suddiviso in due categorie, o meglio, sottocategorie: in effetti sono tutte zoccole, ma ci sono quelle da strada, con pagamento in contanti, e quelle da carta di credito, che occasionalmente possono anche diventare le mogli degli agenti di borsa. Stop. Le donne di Scorsese qui non possono avere altra aspirazione che farsi sbattere e sguazzare nel denaro. Carne da macello, esattamente come i clienti inconsapevoli di Belfort, mezzi, strumenti che lo separano dal denaro. Margot Robbie (la moglie di Belfort, Naomi) è bellissima, ma tragicamente squallida, anche più del lupo che ha sposato, poiché almeno quello ha un talento col denaro, lei ha solo un corpo da vendere.
Trascorsa la prima ora e mezzo comincia a diventare irritante sentire ripetere ad oltranza i dialoghi tra DiCaprio e Donnie Azoff su quanto siano strafatti e su quale e quanta droga assumere nelle successive parti delloa giornata. Scorsese ci si avvita proprio nella scorsesitudine, diventando pleonastico e totalmente autoreferenziale. Il riferimento piuttosto evidente è a Quei Bravi Ragazzi, con lo stesso stile crudelmente ironico, il ricorso al voice over e il personaggio di Joe Pesci eternamente ricorrente. Jordan Belfort nel film c'è per davvero, è il presentatore che annuncia se stesso sul finale, quando DiCaprio/Belfort esce di galera e chede a qualcuno del pubblico: "vendimi questa penna". Amo Scorsese, e posso permettermi di dire che The Wolf Of Wall Street non è uno dei suoi film che mi ha conquistato.

lunedì 15 agosto 2016

La Caduta Degli Dei

Primo capitolo della cosiddetta trilogia tedesca viscontiana, che proseguirà nel '71 con Morte A Venezia e nel '72 con Ludwig, nonché alfa del cinema cosiddetto nazierotico. La Caduta Degli Dei non è un film erotico, perlomeno non in senso esplicito, tuttavia contiene in sé una decadente morbosità ed una sessualità (perversa) inespressa che, tramandata dalle mani del misuratissimo Visconti a quelle di mestieranti, registi ed autori con scrupoli assai minori del cinema bis, farà fiorire - soprattutto in Italia - il cosiddetto sub genere dell'eros svastica e/o nazispolitation e/op nazi porno. Visconti ne è il padre nobile, e con molta probabilità il 90% delle pellicole (de)generate dal suo Götterdämmerung le avrebbe disapprovate; volente o nolente però, da Salon Kitty agli ultimi fuochi alla fine dei '70 con La Bestia In Calore o Holocaust Parte Seconda - I Ricordi, I Deliri, La Vendetta, il filone uncinato ha visto qualcosa che gli apparteneva in Visconti e lo ha trasfigurato nel modo moralmente più abbietto possibile.

Con classe, formalismo, eleganza ed un certo snobismo intellettuale, Visconti dà corpo alle vicende di una potentissima famiglia industriale tedesca nella Germania di metà anni '30. Non è difficile scorgere in parallelo il nome dei Krupp, dinastia pluricentenaria di Essen che fabbricò acciaio ed armi per la Germania, e che negli anni di Hitler dovette servire la voracità del Nazionalsocialismo. Mantenendo la radice geografica, Visconti delinea il profilo degli Essenbeck, guidati dal patriarca, il barone Joachim, tutt'altro che simpatizzante del nazismo ma costretto a venirvi a patti per il bene dell'azienda. Durante una solenne cena che riunosce l'intero gruppo, lo spettatore inizia a familiarizzare con i vari personaggi, uno più dissoluto dell'altro. Chi è accetato dalla fama di potere, chi ha turbe sessuali, chi è un debole soggiogato dagli ego altrui, chi è un idealista privo di concretezza. Ha inizio il grande crepuscolo degli Dei, mentre sullo sfondo il mostro della storia, Hitler ed il suo Nazismo, sorge prepotente sul palcoscenico del '900, portando l'Europa nelle tenebre più scure e infernali che abbia mai conosciuto. Depurato dell'alone di apocalisse imminente, tragedia e ineluttabilità mortifera, La Caduta Degli Dei è una grande soap opera di intrighi e inganni familiari, con personaggi borderline spesso ai limiti del kitsch. Il cugino Aschenbach (Helmut Griem) è lo stereotipo macchiettistico del nazismo più becero, un pallottoliere di morte che cammina, un generatore di pugnalate alla schiena, ciecamente asservito al progetto della svastica; Sophie von Essenbeck (Ingrid Thulin) è una matrona ambigua e provocante, sessualmente indecisa tra l'amante ed il figlio, divorata dall'ambizione e dalla brama di potere; suo figlio Martin (Helmut Berger) è un concentrato di turbe psichiche, soffre del complesso di Edipo, è un frustrato represso con tendenze pedofile e con un senso di rivalsa che gli farebbe uccidere anche sua madre (cosa che in effetti farà, non senza averla pure umiliata, possedendola carnalmente); Konstantin von Essenbeck (Reinhard Kolldehoff), nipote di Joachim, ricorda un po' il Lee J. Cobb de La Parola Ai Giurati, sia per fattezze che per atteggiamenti. Nei 150 minuti di pellicola ne accadono di ogni, un tutti contro tutti che prevede alleanze discontinue ed intercambiabili, rovesciamenti di fronte e incursioni in tematiche abbastanza scabrose per la fine degli anni '60 e per un regista dei piani alti come Visconti, vedi incesto e pedofilia. Per altro, a livello strettamente tecnico-filmico, questi sono due dei momenti più belli ed intensi della storia, grazie anche al magnifico uso delle luci di Armando Nannuzzi e alla delicatezza della piccola bimba ebrea a cui Berger rivolge le sue insane attenzioni.

Non è da meno il funereo matrimonio tra la Thulin e Dirk Bogarde, con la sposa di un pallore cadaverico, straniata e allucinata poiché più prossima alla morte che alle gioie di uno sposalizio; o la terribile notte dei lunghi coltelli, in cui le SS regolarono i conti con le SA, soprendendole all'alba, in un sonno alcolico successivo ad un festino orgiastico (dai vaghi contorni gay) che Visconti e Nannuzzi rendolo al meglio, con colori irreali e teatrali. Berger raggiunge livelli parossistici (impossibile dimenticare il numero "alla Marlene Dietrich", che Tinto Brass farà ripetere ad un'altrettanto ambigua sessualmente Ingrid Thulin all'inizio di Salon Kitty, citando evidentemente La Caduta Degli Dei) e si macchia di ogni nefandezza, tuttavia pare quasi che l'occhio di Visconti sia meno indulgente con l'indolenza dell'aristocrazia tedesca, qui incarnata da Joachim von Essenbeck, tutta rivolta alla conservazione del proprio tornaconto economico e dei propri privilgei, tanto da far entrare in casa propria il nazismo, foraggiarlo ed infine farsi da parte quando oramai ogni resistenza risulta vana. Visconti dichiarò di aver voluto realizzare la sua versione moderna del Macbeth, che la fornace che apre e chiude il film è il tempio che ospita la caduta degli Dei, in un tempo volutamente "irreale", nel quale umani e divinità si mescolano intralciando gli uni i destini degli altri e soccombendo inesorabilmente.

giovedì 11 agosto 2016

Nymphomaniac

Sembrerà paradossale ma dopo 5 ore e mezzo di visione non so esattamente da dove cominciare per introdurre Nymphomaniac di Lars Von Trier. Intanto iniziamo proprio dalla durata, la versione cinematografica sforbiciata durava 4 ore, queste è quella integrale totale assoluta, approvata in fase di montaggio da Trier (pure l'altra comunque). Era evidente che un film del genere (anzi due, volume I e II), di tale durata, intensità emotiva e franchezza di immagini rappresentate, avrebbe trovato grosse difficoltà distributive; ecco che le due versioni hanno cercato di facilitare la programmazione nelle sale. La director's cut italiana di Cecchi Gori è in lingua originale con sottotitoli italiani. Louise Westh, coproduttrice, ha dichiarato che Nymphomaniac è il film più completo del regista danese, una sorta di summa non solo della sua filmografia ma anche della vita e dell'esistenza umana stessa. Suona roboante e pretenzioso, ma in un certo qual modo è una definizione molto vicina alla realtà. In Nymphomaniac c'è di tutto, dramma, erotismo, pornografia, violenza, lirismo, umorismo, religione, diritti civili, letteratura, sociologia, digressioni storiche, cinema, teatro, filosofia. Attraverso la storia di Joe/Charlotte Gainsbourg (seguita sin dall'età di due anni), una donna caratterizzata in primis dalla sua spiccata ninfomania, Lars Von Trier discetta del mondo e delle cose del mondo, spesso lasciando molte tematiche irrisolte, ma perlomeno avendo l'ardire di toccarle ed esplorarle il più possibile. Concretamente l'indagine avviene sotto forma di dialogo tra Joe e Seligman (Stellan Skarsgard), nella camera da letto dove Seligman ospita Joe, avendola letteralmente raccattata da terra in un vicolo, in fin di vita.

Joe, come una lucida e cinica narratrice, racconta la sua intera esistenza, fatta di dolore, incomprensioni ed alienazione. 8 capitoli di una blasfema via crucis, ognuno dei quali nasce prendendo spunto da un inciso che Seligman fa riguardo ad un qualche oggetto contenuto nella stanza. Dall'esca a mosca per la pesca ad un registratore che riproduce Bach, da una (falsa) icona della Chiesa Orientale ad uno specchio, da un ritratto di donna ad una macchia sulla parete. Narrativamente la cosa funzione, c'è sempre il link "a  fagiolo", alla lunga tuttavia questa perfetta simbiosi di incastri suona un po' artefatta, ma del resto va interpretata come un pretesto teatrale un po' brechtiano al quale bisogna cedere per accettare di essere calati dentro la storia, così come vuole e richiede il regista. Tutto avviene in forma di flashback, cronologicamente in divenire (pur con qualche episodico salto temporale), fatte salve le chiose di Joe e Seligman, spesso su fronti opposti, ma con Seligman che cerca costantemente una via di contatto ed empatia con Joe. Al termine delle oltre 5 ore non è tanto la stanchezza da maratoneta che assale lo spettatore, quanto lo sfinimento emotivo per le prove a cui si viene sottoposti (anche un po' sadicamente) da Trier. Due in particolare i momenti difficili, almeno per quanto mi riguarda: il capitolo Delirium e l'aborto di Joe nel capitolo The Mirror. Nel primo si parla della malattia del padre di Joe (interpretato dall'ottimo Christian Slater), un medico preparato alla morte ma non al delirium tremens, causato dai danni cerebrali nella fase terminale del suo male (chiaramente un cancro). Per chi ha vissuto quei momenti nella realtà (ed oramai purtroppo credo che chiunque all'interno della propria famiglia, prima o dopo, abbia pagato dazio in tal senso), si tratta di un passaggio estremamente doloroso, quasi intollerabile, merito anche dell'estremo verismo con cui Trier tratta la materia (ed anche non senza una minima umanità che solitamente poco gli appartiene). Nel secondo caso, assistiamo ad un aborto ostinatamente autoprocuratosi da Joe, qualcosa di assai più disturbante a livello fisico e visivo. Qualcosa che Trier avrà ritenuto sicuramente necessario, ma nel quale altrettanto sicuramente sguazza.

Chi dovesse approcciarsi a Nymphomaniac come ad un film destinato a suscitare un qualche eccitamento, un film schiettamente erotico e malizioso, rimarrebbe pesantemente deluso. Il sesso, anche esplicito, c'è e in abbondanza, ma non è mai offerto allo spettatore come qualcosa di gradevole e invitante, bensì come un atto meccanico, freddo, respingente. La lussuria di Joe è una fame chimica, da soddisfare per evitare crampi e febbri, una bulimia in cui il sapore del cibo quasi è del tutto assente, è solo una questione di sentirsi sazi e placare lo stimolo (in nome del quale anche atti riprovevoli vengono generosamente esplorati, sebbene il gioco di Seligman - ed in ultima analisi, di Trier stesso - sia trovarne sistematicamente l'aspetto giusitificatorio). Per lo spettatore quindi la questione "sesso e pornografia" passa rapidamente in background, né più né meno che un'esca, come quella ritratta sul manifesto del film; sono le vivaci discussioni tra Joe e Seligman, ed il modo in cui Joe racconta le sue esperienze, il taglio e l'interpretazione che ne dà, a fare la pellicola, non gli organi genitali, ovvero semplicemente "un mezzo per". I dialoghi talvolta sono più fragorosi del reale significato che hanno, Trier non appare sempre del tutto sincero, gioca al gatto col topo, stana il pubblico, lo porta allo scoperto, gli tende trappole promettendo grandi soluzioni, ultimative ed escatologiche, a problemi esistenziali, salvo poi (inevitabilmente) lasciarti con gli stessi dubbi che avevi anche prima. E tuttavia un'opera di questo genere è indubbiamente coraggiosa, perché rivela un ardire titanico, e perché ci prova, non gioca facile, non mira al minimo sindacale.

Cast nutritissimo, con attori tanto entusiasti quanto spaventati dall'idea di prender parte ad un progetto così estremo. La Gainsbourg non mi fa impazzire, ma indubbiamente regge bene la (non facile) parte, condivisa con Stacy Martin (Joe in versione giovane). Una spanna sopra tutti Uma Thurman e Christian Slater, a mio parere, oltre ovviamente a Stellan Skarsgard. Un film del genere può distruggerti la carriera come farla decollare, un gioco d'azzardo in ogni caso. Interessante il personaggio di Seligman, agli antipodi di Joe, ninfomane lei, asessuato lui, vita vissuta lei, vita mai praticata lui; si definisce il giudice perfetto per l'imputata Joe, poiché avulso da pregiudizio e preconcetti (in realtà il finale andrà in una direzione beffardamente diversa da questo assunto). Durante la visione Von Trier passa dal colore al bianco e nero, dà diversi formati all'inquadratura, alterna musiche quasi incompatibili, da Shostakovich ai Rammstein, impiega più attori per uno stesso ruolo, sovrappone pezzi documentaristici alla ficiotn quando Skarsgard fa i suoi spiegoni dotti, sperimenta e manipola continuamente la sua materia filmica, sfidando chi guarda. Il simbolismo, le allegorie e le metafore regnano sovrane, a cominciare dalla botola nera in cui veniamo calati all'inizio del film, l'abisso che si annuncia e ci attanaglierà per le prossime 5 ore e mezzo. Nymphomaniac è indubbiamente una lunga e ricca riflessione sul cinema, sulla vita e su Lars Von Trier stesso, dunque anche qualcosa di psicanalitico ed autobiografico, come sempre accade quando ci si disponde a vedere un suo film, così come mai ci abbandona la consapevolezza di essere stati sfidati su territori rigorosamente estremi e trasgressivi.

lunedì 8 agosto 2016

The Girlfriend Experience

Sasha Grey si dice grande fan di Soderbergh, Soderbergh si dice incuriosito da quello che ha letto sulla Grey, pornostar dal profilo atipico per la "tipica" pornostar. I due decidono che sarebbe un'ottima idea lavorare assieme. Succede con The Girlfriend Experience nel 2009, stesso anno di The Informant!. Il regista tuttofare di Atlanta (produttore, direttore della fotografia, montatore, sceneggiatore) è incuriosito dal mondo delle escort, quelle in grado di fornirti una "girlfriend experience", ovvero non limitarsi semplicemente a del sesso a pagamento, per quanto raffinato e di classe, ma garantire un pacchetto completo di esperienze, quanto di più simile ad un reale e concreto rapporto sentimentale di coppia, solo che ad un certo punto, quando il tassametro suona, vanno via, e devi fissare un nuovo appuntamento. Esci con loro, vai al cinema, al ristorante, condividi gusti, cibo, letture, vacanze, sanno cosa ti piace, spesso piace anche a loro, ascoltano il tuo punto di vista sulla politica, l'economia, gli amici che ti deludono e quelli che ti vogliono bene, tua moglie, i tuoi figli. Sanno consolarti, accoglierti, sostenerti. Ti si rivolgono con vezzeggiativi, sguardi e parole dolci. E tutto questo costa qualche migliaio di dollari all'ora.

Chelsea (Sasha Grey) lo fa di mestiere, è molto richiesta ma vuole ampliare il suo giro, avere più pubblicità, più clienti. Convive a Manhattan con un ragazzo, un personal trainer il quale accetta quella peculiare vita di coppia. Chelsea è una gran lettrice di testi di fisiognomica, ci basa la sua giornata, la sua esistenza, la sua visione del mondo, e anche i clienti che accetta e frequenta devono soddisfare le pre-condizioni poste dalla fisiognomica. E' così che conosce un cliente che, a giudicare dalle sue letture, potrebbe addirituura essere l'anima gemella per Chelsea. Questo destabilizza il rapporto con il suo fidanzato, assai più che la sua professione di escort. Chelsea vuole scoprire se questo nuovo incontro la completerà come persona. - SPOILER: il cliente si rivelerà inaffidabile ma la relazione tra Chelsea e Chris pare andare definitivamente in frantumi, Chris accetta un viaggio a Las Vegas al quale aveva inizialmente rinunciato per non lasciare sola Chelsea, e lei stessa, dopo una brutta avventura con un cliente squallido e meschino, torna a frequentare il cliente che l'aveva attratta.

Soderbergh descrive cinque giorni nella vita di una escort, senza particolari finalità, morali o obiettivi, se non quelli documentaristici. Chelsea fa un vero e proprio diario (raccontato con voce off in prima persona) dei suoi incontri e delle sue sensazioni. Si tratta comunque di un personaggio algido, glaciale, che solo sul finale mostra qualche emozione, fortemente provata dagli approcci di un cliente, palesemente opportunista, il quale con la scusa di un millantato progetto a Dubai, cerca di godere della "professionalità" di Chelsea. Ciò a cui assistiamo - un po' come il giornalista che assedia la ragazza e la riempie di domande per una intervista - è come vive una escort professionista in ascesa, come può coltivare un rapporto stabile di coppia, come funzionano i suoi sentimenti, come indossa una "maschera" per svolgere il lavoro che fa. Soderbergh non giudica ma mostra (dicendo di essersi ispirato a Deserto Rosso di Antonioni e Sussuri E Grida di Bergman). E trova nella Grey una partner perfetta, data l'incredibile freddezza e legnosità (funzionale) dell'attrice. In qualche misura Chelsea è una ragazza "normale", con aspirazioni, vanità, debolezze e sentimenti, ma allo stesso tempo il rovescio della medaglia è che la sua professione di escort la rende una specie di fortezza da espugnare. Pretenziosità e sciccheria convivono amabilmente nei fotogrammi di The Girlfriend Experience.

Il film è magnetico, ha un fascino notevole, anche se a conti fatti non soddisfa nessun requisito particolare dello spettatore, se non quello della curiosità sull'argomento. Inizialmente in edizione italiana doveva uscire il doppio formato bluray e dvd, tramontato il primo (che nel caso di Soderbergh, per la fotografia, merita sempre) rimane il dvd Koch Media che tuttavia offre sia la versione cinematografica che una alternativa. Non ci sono differenze sostanziali, il minutaggio è praticamente identico (77 minuti), né la versione alternativa contiene chissà quali pruderie altrimenti censurate in quella cinematografica. C'è solo un diverso montaggio e circa 5 minuti di scene differenti, che però nulla aggiungono o tolgono al plot. La versione alternativa è più snella, più lineare, più corretta secondo il Soderbergh-pensiero, tenendo sempre conto però che la narrazione è tutto fuorché una linea retta. Si va avanti, si torna indietro, si vedono cose spezzettate e inframezzate da altre, si scopre mezzora dopo un dialogo che anticipava una cosa accaduta mezz'ora prima. Soderbergh insomma gioca col tempo, taglie e cuce alla maniera che più gli piace, rendendo più accattivanete e personale la sua materia. Al resto pensano ambienti eleganti, movenze sinuose, lunghi silenzi, una colonna sonora sperimentale ampiamente basata sulle percussioni e lo sguardo di ghiaccio della Grey. da mettere agli atti che la Grey non è mai nuda, e la si vede giusto in un paio di occasioni in lingerie, ma con immagini tutto sommato sempre molto caste. Nessun amplesso o ammiccamento facile al porno. Da notare anche che per le riprese Soderbergh è ricorso ad una videocamera digitale Red, strumento relativamente economico sul mercato, col quale voi ci fareste la comunione del nipotino, lui un film impeccabile, visivamente eccellente, per un 1,3 milioni di dollari. Dal film è nata una serie televisiva di 13 episodi che vede sempre Soderbergh come produttore. Riley  Keough interpreta lo stesso ruolo di Chelsea in tv. Sarebbe in arrivo la seconda serie.

venerdì 5 agosto 2016

Salvate Il Soldato Ryan

Nell'arco di una manciata ristretta di anni escono 4 film di guerra che ridefiniscono il genere, Platoon 1986 (4 Oscar), Full Metal Jacket (3 nomination) 1987, Salvate Il Soldato Ryan 1998 (5 Oscar), La Sottile Linea Rossa 1998 (nomination). Si scatena una specie di derby incrociato che, per una mera questione di date di uscita, prevede due gironi così composti: Platoon vs Full Metal Jacket, Salvate Il Soldato Ryan vs La Sottile Linea Rossa. E' curioso il fatto si possano ravvisare delle simmetrie in questi "scontri armati", poiché se da una parte Stone e Spielberg rappresentano la fazione più enfatica e partigiana, dall'altra Kubrick e Malick sono invece gli autori più cerebrali e metafisici riguardo alla guerra. Il pubblico cinefilo più colto e la critica più snob ha nettamente mostrato di preferire questi ultimi, ed il fatto che proprio Full Metal Jacket e La Sottile Linea Rossa non abbiano portato a casa nessuna statuetta avvalorerebbe il loro status di film "difficili" e troppo raffinati per lo spettatore (ed il critico) medio. Contrapporre le diverse opere è stupido e privo di senso, si può tranquillamente prendere atto che si tratta di 4 ottimi lavori, ognuno di essi espressione della personalità del regista, e del resto come potrebbe essere altrimenti.

Stone è l'unico del poker ad esserselo fatto davvero il Vietnam, ad aver vissuto sulla propria pelle l'intensità devastante di quelle situazioni, avendo poi cercato di tradurle in celluloide (con la trilogia Platoon/ Nato Il 4 Luglio/Tra Cielo E Terra, senza dimenticare il bellissimo Salvador), e per questo la sua biografia parzialmente funge da alibi, da scudo nei confronti delle critiche ricevute. Spielberg (che come Malick ambienta le vicende durante il secondo conflitto mondiale) è considerato di solito l'anello debole di questo Fantastic Four Team, quello col bandierone a stelle e strisce che sventola in controluce sul finale, quello che "le povere mamme americane che hanno perso i loro figli in guerra", quello che "abbiamo portato la democrazia in Europa", quello che "figliolo, sei stato un bravo soldato". Mereghetti paradossalmente arriva quasi a definirlo guerrafondaio, poiché la guerra di Spielberg è risolta, conciliante, a lieto fine, quindi necessaria. Il sangue versato ed il sacrificio degli uomini hanno eretto il piedistallo su cui è stata issata la bandiera della libertà e della pace, quindi, per quanto orrenda la guerra possa essere, se serve va combattuta fino in fondo.

Personalmente credo che quello di Spielberg, nella sua presunta intenzione "semplificatoria", sia anche il più umano dei quattro film citati in apertura. E proprio per i "limiti" indicati. La speculazione di Kubrick e Malick è eccelsa, vertiginosa, superiore, ma porta l'uomo in territori metafisici, filosofici, quasi più letterari e intellettuali. In Full Metal Jacket mancano i nemici (si combatte contro se stessi, un dualismo mefistofelico insanabile), manca financo il sangue, fatto salvo il finale con la cecchina vietnamita che ne secca tre; Salvate Il Soldato Ryan, con tutto il suo carico di retorica, manicheismo, paternalismo e spirito americano, ci mostra un campo di battaglia al massimo grado di realismo, per quello che veramente è. Non si tratta di un indagine ideale e teorica sulla guerra e sui suoi effetti degradanti sull'uomo, ma di una concreta, prosaica, sporca fotografia dell'essere gettati in mezzo alla ferocia di un conflitto a fuoco, tra cecchini appostati, granate, pioggia incessante, sangue e pezzi di corpo dei compagni che ti volano contro, e proiettili che saettano a pochi cm dai tuoi orecchi. E' terra, fango, grumi di carne. Macelleria truculenta e cruda. I primi 24 minuti - non a torto - sono sati definiti la miglior scena di battaglia mai realizzata (12 milioni di dollari, 1500 comparse). Lo sbarco a Omaha Beach e il D-Day sono quello, esattamente quello, niente di meno eroico, ridondante e patriottico. Uomini contro uomini, ragazzi contro ragazzi, terrore assoluto, casualità e puro spirito di sopravvivenza.

Successivamente la pellicola prende una piega più narrativa e meditata, e l'ambiguità tra demagogia e racconto secondo alcuni si insinua prepotente nei fotogrammi. Può darsi, Spielberg non si è mai spacciato come un platonico e distaccato romanziere la cui penna non prevede il tifo per l'America, tuttavia il talento enorme del regista (a lui ci si rivolse per terminare il lavoro di montaggio di Eyes Wide Shut interrotto dalla morte di Kubrick) e l'estrema umanità dei personaggi non può lasciare indifferente lo spettatore. Salvate Il Soldato Ryan si porta dentro un pezzo di ciascuno di noi, è ciò che probabilmente ognuno di noi sperimenterebbe se si trovasse in un aberrante contesto come quello della fase finale della Seconda Guerra Mondiale, dalle parti della Normandia. Niente archetipi grandiosi, solo uomini che attraverso linee rette possono capire ed interpretare la realtà che li circonda, che hanno bisogno di motivazioni semplici e quotidiane per scampare all'inferno, che accantonano il giusto e lo sbagliato perché la legge delle sopravvivenza, in ultima analisi quella di Natura, chiede questo.

mercoledì 27 luglio 2016

Sesso Profondo

Sergio Salviati, figlio d'arte (ovvero di uno dei più grandi operatori di macchina del cinema italiano, quando era il Cinema Italiano, e di una disegnatrice e ricamatrice di moda), spesso braccio armato di Lucio Fulci, ha messo in fila dal '71 al 2007 parecchie pellicola come direttore della fotografia (lavorando anche con Steno, Martino, Castellari, Oldoini, Vanzina). Nel 1980 si trova a dover portare a termine Sesso Profondo, preso inizialmente in carico da Marino Girolami ma non terminato, almeno così narrerebbero le cronache. La pellicola è di quelle urticanti, a partire dal titolo piuttosto esplicito, anche se sarebbe dovuto inizialmente essere Il Diario Di Una Hostess, poi passato a Il Diario Segreto Di Una Porno Hostess, approdando infine a Sesso Profondo, tanto per non lasciare margini di incertezza sull'argomento del contendere. Come racconta già Marco Giusti nel suo sovente citato (su Cineraglio) Dizionario Stracult, lo sceneggiatore Scandariato, mal pagato, getta sul tavolo poche idee alla rinfusa e controvoglia. C'era a disposizione un aereo sul quale si poteva girare senza ostacoli, ed ecco il nocciolo della trama, una donna che raggiunge l'orgasmo solo in volo, con relativo sottotesto psicanalitico. Ovviamente il versante scientifico-patologico è un pretesto bello e buono per ammantare di medicina e sociologia qualcosa che è meramente erotismo a buon mercato. Il progetto parte.

Jennifer (Eveline Barrett) si rivolge ad uno psicanalista per risolvere la sua frigidità. Ama il marito Roman (Al Cliver) ma non prova piacere durante i rapporti sessuali. A sua memoria, solo una volta, in quota, ha provato piacere. Lo psicanalista agguanta subito il toro per le corna, sottopone la donna ad una sorta di transfert regressivo e centra il punto. Da piccola Jennifer è stata ogetto di attenzioni particolari da parte del cuginetto, il quale la masturbò con un aereoplano giocattolo. Ecco il trauma, da allora Jennifer non ha più provato piacere se non in relazione al volo. Nel frattempo la donna raggiunge Roman a Santo Domingo, dove egli sta terminando il suo romanzo. Qui il solito problema si ripropone, e Roman cerca di tamponare come può, accoppiandosi con altre donne per mero bisogno "materiale". C'è maretta, e Jennifer decide di iscriversi ad un corso per hostess. Il posto di lavoro arriva solo dopo aver concesso le proprie grazie all'istruttore Mr. Murphy (Venantino Venantini). Intrapresa la professione, Jennifer ha orgasmi in quantità industriale con i membri di ogni equipaggio con il quale vola, finché raggiunge nuovamente il marito a Santo Domingo per rivelargli quanto accaduto. Roman è scioccato e, sebbene ob torto collo, accetta di parlare con lo psicanalista di Jennifer. Il medico dichiara la donna guarita, ma Roman ha difficoltà ad accettare i ripetuti tradimenti. La quadratura del cerchio arriverà con l'assunzione in qualità di steward di Roman.

La sceneggiatura è davvero poca cosa; al di là della idea sciocchissima della donna che prova piacere solo in volo (e perché poi....per i giochini col cugino da piccola, quelli col più volte citato aereo con le ali rosse che però sono bianche), tutto accade a macchinetta, come se fosse ovvio, persino scontato. La seduta dallo psicanalistica, con annessa individuazione del problema atavico, si risolve in due balletti, poi la Barrett che si masturba in aereo praticamente con la patonza in piazza, Al Cliver che approfitta della governante mulatta di Santo Domingo (la quale si concede chiaramente all'istante, e ci mancherebbe) sotto gli occhi della moglie remissiva, e successivamente gradisce pure la moglie del suo editore (una Adriana Giuffré in versione milf accalorata veramente notevole, credo la cosa migliore del film). Quindi Jennifer che diventa hostess in una dozzina di fotogrammi al massimo, il pedaggio obbligatorio con l'istruttore Venantini, nonché le avanches di colleghe bisex (Marcella Petrelli che ci prova con chiunque). Proseguiamo con gli amplessi a catena di montaggio in volo, poi Al Cliver che ubriaco fa da voyeur ad una seduta a tre, Jennifer dichiarata inspiegabilmente guarita dal medico, talmente guarita che infatti il marito si fa steward per poter finalmente timbrare il cartellino.

Ci si inoltra nella visione sentendosi un po' stupidi, come se fosse possibile accettare come credibile quello a cui si sta assistendo. Tuttavia porsi la domanda sul quanto sia attendibile Sesso Profondo è un punto di partenza già errato di per sé. Bisogna semplicemente mettersi nell'ordine di idee che il film altro non è che una sequenza di scene erotiche, appiccicate alla bene e meglio, con una cornicetta di sceneggiatura che sfida il ridicolo e l'imbarazzante. La versione hardizzata della pellicola monta (pure in malo modo) minuti porno all'interno delle scene soft, con stonature anche evidenti, tipo una penetrazione mentre ancora gli amanti manco si sono spogliati del tutto, e cose simili. Che dire, non che dal cinema sexy del periodo ci si dovesse aspettare storie shakespeariane, ma Sesso Profondo mi pare particolarmente avvilente, assomando insensatezze, banalità e superficialità. Si prenda a titolo di esempio il dialogo tra hostess civettuole che parlano del debito da saldare con l'istruttore per essere promosse al corso, una roba che farebbe imbufalire una femminista, anche tra le meno fanatiche. Sesso Profondo insomma non è neppure divertente, una sequenza di amplessi e nudità che non lasciano il segno.

martedì 26 luglio 2016

The Legend Of Tarzan

Ennesima rivisitazione del mito di Tarzan al cinema, figura intramontabile al quale si ritorna sempre, ciclicamente, come King Kong, Pinocchio o Superman. Avete mai letto uno dei suoi libri? Già perché Tarzan non è uno ma ventotto, ovvero il numero di pubblicazioni che gli dedica Edgar Rice Burroughs, il suo inventore, un ciclo narrativo tradotto in più di cinquanta lingue e ispiratore di almeno una trentina di film (ad oggi). Burroughs lo deriva parzialmente dal Mowgli del Libro Della Giungla di Kipling. Il britannicissimo David Yates (divenuto regista grazie all'infatuazione per Lo Squalo di Spielberg) si incarica di questa nuova trasposizione. Dopo ben quattro Harry Potter tra il 2007 ed il 2011, arriva il momento di trasferirsi nella giungla del Congo, sul finire del XIX° secolo. Anziché seguire in modo cronologicamente lineare la biografia di Tarzan, veniamo proiettati nella Londra del 1889, laddove i rapporti commerciali tra Belgio (sotto la cui giurisdizione rientra il Congo) e Inghilterra vogliono che John Clayton III di Greystoke, membro del parlamento della regina, si rechi in Africa a capo di una missione che dia visibilità e faccia buona pubblicità al lavorìo di re Leopoldo, indebitato fino al collo e smanioso di arraffare i diamanti celati nelle rocce minerarie congolesi. Clayton sulle prime diffida, ma si lascia poi convincere da Lord Washington (Samuel L. Jackson), assai preoccupato dello schiavismo selvaggio che la corona belga sta attuando in Africa centrale. Giunto sul posto, Tarzan sarà oggetto della attenzioni del faccendiere Léon Rom (Christoph Waltz), futuro governatore del Congo per conto di re Leopoldo, nonché cinico affarista senza scrupoli, il quale stringe un patto con la tribù locale di Mbonga, il leader a cui anni addietro il giovane Tarzan uccise il figlio prediletto durante una battuta di caccia. Se Mbonga potrà soddisfare la sua sete di vendetta, Rom avrà i suoi diamanti. Tarzan cade dunque in trappola, la sua bella e amata Jane (Margot Robbie) viene rapita dagli uomini di Rom, e il re della giungla dovrà rispolverare le sue radici primitive per poter ripristinare pace, amore e serenità.

Come è questo ennesimo Tarzan? Ottimo, a parer mio. Ne ho letto male, malissimo, e invece Cineraglio approva. Non che non si possano muovere critiche al film, ma complessivamente siamo ampiamente oltre la sufficienza, non c'è che da sbraciolarsi nella poltroncina del cinema e godere delle immagini, dei suoni e della notevolissima colonna sonora. Tarzan è lo svedese Alexander Skarsgår, attore ancora relativamente poco noto ma che in realtà presenzia in film dal 1984 (ovvero dall'età di 8 anni). Gli si imputa una rigidità espressiva poco felice; vero, è un po' legnoso, ma come iconico e misterioso (ex) uomo della giugnla, cresciuto da scimmie e leonesse, va più che bene. Ne riparleremo alle prese con un Amleto o un Cyrano. Dove sono rimasto poco convinto e sulla sua fisicità. Skarsgår è davvero troppo scolpito; ha un fisico piazzatissimo, appena licenziato da un personal trainer di una palestra. Passi che Tarzan debba avere un presenza possente, ma deve anche conservare i tratti di un fisico tonico, elastico, atletico, considerando la sua furtività tra le frasche e il suo zompare di liana in liana. Non dubito che il pubblico femminile abbia ampiamente apprezzato, ma assomigliare più a Schwarzenegger che ad un Serhij Bubka, per dire, secondo me toglie attendibilità al personaggio. Tarzan è troppo grosso e bestione per fare quello che fa. Mingherlino no, ma neppure wrestler. Waltz neanche mi è piaciuto; non ho ancora capito se è colpa dei registi con cui lavora o se è proprio lui, ma fondamentalmente, da quando lo conosco, recita sempre lo stesso ruolo in ogni film, le stesse movenze sornione, la stessa paffuta malevolenza. Anche basta. Jane/Margot Robbie è bellissima, per carità, però pure lei non ha un filo di trucco sbavato, ne una ciocca fuori posto nonostante giorni e giorni di prigionia nel bel mezzo della giugnla, a 40 gradi e col 200% di umidità asfissiante. Sarà stato anche l'effetto della fotografia livida e bluastra, ma pareva quasi di cogliere eco della Kate Winslet di Titanic nel suo modo di essere ed apparire.

Ok, non si può avere tutto dalla vita, e infatti il resto del film va benone. Le immagini sono mozzafiato, suggestivo lo scenario esotico, pieni di atmosfera e buoni sentimenti i siparietti con gli animali amici di Tarzan, così come ambigui e inquietanti sono gli indigeni imbiancati che rispondono ai voleri di Mbonga. Intense e dinamiche le scene di combattimento, tutte, quelle con gli uomini e quelle con le bestie. In qualche maniera, Yates si inventa come può dei punti di vista non troppo banali, non si attiene filologicamente alle pagine di Burroughs e va a cercare momenti personali ed originali. La computer grafica a volte eccede, si sente in tutta la sua pesantezza, ma mettendo sui piatti della bilancia pregi e difetti del film, personalmente voto per un sicuramente giudizio positivo. The Legend Of Tarzan è un validissimo prodotto di intrattenimento, politicamente corretto ma appassionante. La prima scelta per il ruolo di Tarzan era stata inizialmente quella del nuotatore Michael Phelps, poi Henry Cavill, Tom Hardy e Charlie Hunnam. Skarsgår sarà una volontà diretta di Yates. Per il ruolo di Jane sono state passate in rassegna una decina di attrici (tra le quali Emma Stone e Jessica Chastain) prima di addivenire alla Robbie.