lunedì 16 gennaio 2017

Goodbye Emmanuelle

Da molti è considerato il capitolo conclusivo della originale Emmanuelle saga, quella che appunto  - nonostante i mila titoli ascritto al personaggio ispirato alla e dalla Arsan - chiude l'epopea con Sylvia Kristel, quella pura e primigenia. Intendiamoci, anche in Emmanuelle 4 la Kristel c'è, ma funge da tramite, passa il testimone a una nuova incarnazione di Emmanuelle, interpretata da Mya Nigren. Goodbye Emmanuelle filologicamente è molto corretto, chiude il cerchio poiché stravolge completamente il personaggio, portandolo alle estreme conseguenze, quelle di abbandonare il terreno di gioco, perlomeno nelle fattezze della Kristel. Il film di per sé è il meno interessante dei tre, un po' stanco e ripetitivo, fino a che non accade l'imponderabile, Emmanuelle da libertina sessuale si fa borghese e beghina, e tutto cambia. Anarchy in the UK, anzi alle Seychelles.

Di una bellezza incommensurabile lo sfondo naturale che incornicia la storia. La Pro Loco delle isole africane avrebbe dovuto garantire un vitalizio alla produzione per aver realizzato un documentario così meraviglioso. Terminata la visione, più che essere eccitati dalle peripezie erotiche dei protagonisti si ha solo una gran voglia di correre all'aeroporto, salire sul primo volo e svegliarsi direttamente alle Seychelles, autentico paradiso del non fare niente e dello stare benissimo, mentre intorno la Natura ti culla dolcemente. E' qui che Emmanuelle e Jean (Umberto Orsini) se la spassano, concedendosi a chiunque li desideri, assieme o separati, di diritto o di rovescio, guardando con commiserazione a chi concepisce l'unione di coppia come un'unione di coppia, ovvero solamente a due.

In tutta questa libertà però accade che Emmanuelle rimanga folgorata da un tizio qualsiasi che per caso la scorge mentre amoreggia con uno svedesotto a caso. Una botta di voyeurismo che strega la nostra erotomane. Gli sguardi si incrociano e Emmanuelle è come rapita, vittima di un inspiegabile incantesimo sessuale. Deve scovare quel misterioso sconosciuto e averlo. Si tratta di Gregory (Jean-Pierre Bouvier), regista parigino complessato e antitetico al libero amore professato da Emanuelle e dal suo compagno Jean Orsini. Proprio l'opposizione quasi moralistica che Gregory ostenta verso quei costumi per lui insensati e puerilmente trasgressivi conquista Emmanuelle, secondo una precisa regola degli opposti che si attraggono. Più Jean lotta per riportare Emmanuelle alla sua realtà abituale, più Gregory ottiene di blindarne i sentimenti, convincendola addirittura ad abbandonare Jean e le Seychelles per seguirlo a Parigi. Jean ordisce un vile complotto per ingannare Emmanuelle ma omnia vincit amor, tutto è bene quel che finisce bene, ed il pubblico congeda la propria eroina mentre si imbarca verso la Francia; un capitolo durato tre film è chiuso, per la Kristel Emmanuelle finisce qui.

Davvero curiosa come inversione a U, viene rinnegato tutto quello che era stato professato per due film e mezzo, l'amore coniugale è più potente di quello senza regole; gelosia, possessione, tête-à-tête tornano a dettar legge come in una qualsiasi provincia degli anni '70. Il film decostruisce tutte le architetture erette fin lì, le smonta pezzo per pezzo. Quelli di Emanuelle più che rivoltosi atti di libertà dissacratoria appaiono più compiutamente per ciò che sono, i capricci di una bambina viziata e volubile, abituata ad avere sempre quel che vuole. Idem per i suoi lussuriosi compagni di scorribanda, debosciati ossessionati dalla copula. Gregory sembra un titano a loro confronto. Il punto è che, al netto dell'esegesi sociologica, il film di per sé è poco interessante, piatto, meccanico, freddino. Grandioso il bluray della Universal, come del resto lo sono anche i due precedenti. Ridoppiaggio (maledetto) a parte, la qualità delle immagini è eccellenti ed anche solo per quello (oltre alle Seychelles) la pellicola merita. Ottima la sequenza d'amore della Kristel con Bouvier su una spiagga all'imbrunire, davvero esotica. Piccantissima la cameriera nera (e un po' zoccola) di Emmanuelle. Il resto è ordinaria amministrazione, una catena di montaggio di situazioni erotiche perchessì che alla fine sono perchenno. Di gran lunga preferibili i due episodi precedenti. Musiche del film e ammiccante canzone omonima a cura di un Serge Gainsbourg molto paraculo.

sabato 7 gennaio 2017

La Iena

La Iena D'Amato lo gira nel mezzo di mille porno (1997), un film che ha la funzione di camera di decompressione per Massaccesi, contentissimo - si dice - di potersi dedicare ad altro, distogliere l'attenzione da quelle pellicole alimentari realizzate a ritmo industriale. Non che La Iena sia un film d'essai, con chissà quali pretese autorali, si tratta di un softcore, un thriller vietato ai minori di 14 anni di ambientazione americana, però perlomeno non è un fotti fotti senza un perché....o quasi, ma vediamo un atimo. Dunque, Emy (Cinzia Roccaforte) è la moglie di un uomo d'affari sempre in giro per lavoro. Durante uno dei suoi periodi di solitudine un disgraziato si introduce nella sua villa, secca la cameriera con una pallottola in fronte e mette sotto assedio la mogliettina biondo platino. Prima la stupra, poi le chiede 500.000 $ per liberare la sorella Francesca. Non solo, mostra a Emy delle foto che ritraggono il marito con un'amante. Emy si deprime alquanto, a tal punto da concedersi a Roy il malfattore (David D'Ingeo). In casa non ci sono contanti e le banche sono chiuse fino a lunedì, tocca aspettare e nel frattempo convivere in una maniera o nell'altra (e l'altra sappiamo qual è). Nel frattempo il maritino tutto lavoro e affari è a godersi l'intrallazzo con l'amante roscia, Angela (Linda Comeshaw). - SPOILER: i personaggi sono tutti legati tra loro, Francesca e Roy sono in combutta per fregare Emy, Angela e Roy sono in combutta per fregare Emy, il marito e Francesca. Ma alla fine la vera iena si dimostrerà Angela che, ucciso Roy (il quale ha ucciso Francesca e Emy), fuggirà col malloppo.

Non si salva nulla del film, tranne i seni delle attrici. Al primo fotogramma in cui compare in scena la Roccaforte è già nuda. La cifra del film è chiara, purtroppo. La sceneggiatura è tristemente propedeutica alle scene erotiche, per altro noiosissime, perché tutte uguali e inutilmente tirate per le lunghe. Sembra la fiera del vorrei ma non posso, da una parte D'Amato è felice di staccare dal porno, dall'altro pare sempre essere frustrato dal non poter portare la scena di sesso fino al suo (estremo) compimento. La caratterizzazione di Emy è terribile, la povera Roccaforte deve recitare con una cofana che non le dona affatto, oltre ad assumere atteggiamenti da oca stupidina e vogliosa. Il riferimento sembra quello di una Marilyn scioccherella. Assolutamente incomprensibile ed ingiustificabile il suo twist comportamentale. Va bene la sindrome di Stoccolma, ma che dopo aver visto il cadavere della cameriera trucidata, dopo essere stata stuprata, dopo essersi sentita chiedere mezzo milione per liberare la sorella rapita, decida che Roy sia irresistibile e gli si conceda anima e corpo è francamente insostenibile e rende palese quanto la sceneggitura sia solo uno scivolo verso le scene di sesso. Roy è un inetto assoluto, assalta la casa convinto di ricevere 500.000 bigliettoni pronta cassa, né si pone il problema che è venerdì sera e le banche riapriranno solo dopo due giorni, praticamente uno della Banda Bassotti.

Il resto è folclore, come la roscia infoiata che si ingroppa Roy durante un festino a casa di Emy. Come detto, complimenti ai seni delle tre attrici che si mostrano ripetutamente e generosamente per tutta la pellicola, ma in testa allo spettatore non rimane altro perché non c'è molto altro da ricordare. Massaccesi, a mio parere, gira con poca impegno, quasi con la mano sinistra, sceglie attori dozzinali (la Roccaforte non lo sarebbe ma il contesto è quel che è), per non parlare del doppiaggio atroce che ammazza ulteriormemnte un film già scadente di per sé. Emy, oltre ad avere la voce di Minnie, trascorre quarti d'ora a gemere, chissà che divertimento per la doppiatrice della Roccaforte. Locandina scorrettissima, la Roccaforte quel pistolone non lo imbraccia mai.

domenica 1 gennaio 2017

Cenerentola

Come rendere un possibile remake live in action di un cartone animato Disney interessante e stimolante anche per un pubblico non necessariamente composto da bambini e famiglie? Beh, ad esempio affidarlo a Kenneth Branagh il quale, nonostante alti e bassi ed una certa propensione per il commerciale, vanta in carriera (soprattutto nella prima parte) titoli assolutamente di pregio, sia come regista che come attore. Onestamente non credevo ma la sua rivisitazione di Cenerentola, ancorché Disney, è davvero eccellente, gradevolissima e ottimamente realizzata. La storia è arcinota, è piombata nelle nostre sale cinematografiche dal 1950 e poi si è insediata stabilmente nei nostri lettori dapprima VHS e DVD senza più abbandonarli (chi ha marmocchi ne sa qualcosa). Il gusto della visione del film dunque sta tutto nei particolari della messa in scena, nelle interpretazioni, nelle soluzioni di regia e di snodo narrativo che Branagh architetta, come insomma il nordirlandese più shakespeariano di tutti i tempi abbia manipolato e riadattato un classico, sfida affatto facile e priva di rischi.

La pellicola in realtà è stata travagliatissima in fase di realizzazione; era nel limbo fin dal 2010 ma la spinta propulsiva venne dal successo riscosso dal riadattamento di Alice nel Paese delle Meraviglie di Tim Burton (curioso che Burton abbia smosso la Disney). La regia venne affidata inizialmente a Mark Romanek, il quale abbandonò perché la sua visione risultò troppo dark per la Disney (ecco appunto... Burton). La sceneggiatura venne riscritta due volte, ed anche per il ruolo di Ella/Cenerentola prima di assegnare la parte a Lily James vennero interpellate altre 5 prime scelte (tra le quali Emma Watson) e provinate altre 3 attrici (tra le quali Margot Robbie). Con i se ed i ma non si fa la Storia, ma a conti fatti mi pare un bene che sia stata la James a diventare Cenerentola poiché la sua prova è senz'altro un valore aggiunto del film. Non solo, Branagh ha cura di infondere alla sua Cenerentola un tocco di sensualità sempre evidente (naturalmente senza calcare la mano ed esagerare, lo stipendio arriva pur sempre da papà Disney), vestendo la James con costumi dotati di un balconicno studiato ad arte per incorniciarne le doti. Fateci caso, a parte Helena Bonham Carter (la Fata turchina), molto attrezzata di natura, nessun altro personaggio femminile ha quel tipo di sottolineatura, nonostante i costumi lo avrebbero tranquillamente consentito.

Il fido Derek Jacobi, compagno sempiterno di scorribande di Branagh, si aggiudica il solido e rigoroso ruolo del Re; Cate Blanchett è la terribile matrigna, quasi una diva degli anni '40, perfida, caricaturale, sempre truccatissima e impegnata a sottolineare ogni battuta ed ogni fotogramma nel quale è in scena con smorfie e faccette. Lo Stellan Skarsgard di Von Trier è ridotto a Gran Duca consigliere infingardo del Re, un ruolo che rende poco o che Skarsgard non sa far proprio. Così come il Capitano dell'esercito reale, il gargantuesco Nonso Anozie, pare davvero uscire da un cartone animato anziché da un film in carne ed ossa. Il Principe azzurro (Richard Madden) è poco più che un paio di abbaglianti fari celesti incastonati in un ragazzo di bell'aspetto, spesso e volentieri un po' imbambolato (del resto il Principe azzurro ce lo siamo sempre immaginati così, la forza tenace e creativa della storia è Cenerentola). Personalmente ho una dichiarata antipatia per la Bonham Carter, anche se come Fata turchina (da mettere rigorosamente a dieta) se la cava, pure lei calcando abbondantemente la mano nel repertorio di teatralità varie. Divertente la parte "magica" del film, nella quale Ella viene visitata dalla sua Tata mancina/Fata turchina e assiste alla trasformazione di zucche, topolini, lucertole e oche in altrettante carrozze, cavalli, cocchieri, etc., oltre alla fattura del vestito di Cenerentola, momento autenticamente iconico del film.

Aleggia un sentore di Frozen lungo tutta la visione, probabilmente non voluto ma ineluttabile vista una certa contiguità delle atmosfere, delle storie e del colore celeste. A rincarare la dose la proiezione in sala è stata fatta precedere dal cortometraggio Frorzen Fever, mini sequel proprio di Forzen. Tutte le suntuose location, Palazzo reale compreso, sono anglosassoni. Per la precisione Re e Principe sono stati insediati nientemeno che al Royal Navy College di Greenwich. Davvero notevole il comparto costumi, creativo, colorato e spumeggiante (tanto da guadagnarsi una nomination agli Oscar). Si parla di circa 500 ore per la realizzazione del solo vestito di Cenerentola al ballo. Ad oggi è il maggior incasso di sempre di Branagh. Apprezzabilissimo il fatto che il regista non mostri alcuna smania di adattamento modernista della storia, iattura che spesso affligge i remake dei classici. Branagh lascia Cenerentola al suo posto, in un mondo fuori dal tempo ed in uno spazio che è quello delle favole.

martedì 27 dicembre 2016

Quel Certo Non So Che

Venti anni esatti prima di quel Jesus Christ Superstar che lo eterneranno nel gotha dei registi americani forever and ever (ma non sono da scordare neppure La Calda Notte Dell'Ispettore Tibbs, Rollerball, F.I.S.T., Agnese di Dio, Stregeta Dalla Luna), Norman Jewison dirige per la sua prima volta Doris Day (faranno nuovamente team l'anno dopo in Non Mandarmi Fiori), in un ideale scambio di carriere, Jewison agli esordi, Day prossima al tramonto. Quel Certo Non So Che (1963) è una briosa commedia scoppiettante, tutta incentrata sul difficoltoso menage familiare di Beverly (Doris Day) e Gerald Boyer (James Garner), rispettivamente "donna di casa" e ginecologo. Accade che, per una serie coincidenze, Glenda venga notata da un anziano e facoltoso patriarca produttore del sapone Felice e che questi si impunti per averla come testimonial televisiva del suo prodotto, al posto della panterona sexy Berenice. Beverly, non senza difficoltà ed imbarazzi, inizia la sua avventura nel mondo dorato della tv, uscendo per la prima volta dal guscio delle faccende domestiche. Il suo crescente successo si concilierà maldestramente con la vita di moglie, madre e casalinga, tanto da portare Gerald a inscenare persino un adulterio pur di scuoterla e riportarla a pù miti ambizioni. Tutto è bene quel che finisce bene, anche se una moderna femminista rimarrà sicuramente tramortita dal messaggio (neanche tanto) strisciante che pervade tutto il film.

Rivisto con gli occhi di oggi, Quel Certo Non So Che veicola messaggi effettivamente poco ricevibili. Beverly è la mogliettina perfetta, tuttta dedita ai figli, al marito e alla cottura a puntino dell'arrosto nel forno. La sua dimensione è essere la brava "moglie di", e questo l'ha sempre gratificata a sufficienza. Quando conosce un mondo altro, fuori dalla sua bolla di sapone (di detersivo), le sue velleità ed aspirazioni si rimodellano secondo un nuovo sentire, un nuovo mondo che le schiude orizzonti imprevisti. Ma il dovere la richiama all'ordine. Gerald non tollera tanta libertà, si sentre trascurato, non comprende perché essere la dolce metà di un affermato ginecologo che porta i soldi a casa non sia più l'unico desiderio della donna. Beverly, da par suo, vive la sua nuova professione con senso di colpa, quasi genetico irrisolvibile, poiché non è nata per far quello ma per essere moglie dolce, premurosa e sorridente. Persino il (falso) tradimento e Gerald è condonato pur di riaverlo amorevole e disponibile. Ed infine, quando Beverly assiste il marito durante un parto di fortuna in auto, il mettere al mondo una nuova vita (argomento "sensibile" per una donna) la fa rinsavire e le fa capire quanto importante sia il ruolo del marito ginecologo, al punto da farle effettivamente decidere di smettere con la tv e tornare al focolare (con la promessa di un terzo figlio da procreare quella notte stessa).

Tutto vero, tutto giusto, tutto sindacabile, e però la pellicola del '63 non è un trattato di sociologia, bensì una commedia brillante ben fatta, deliziosa, incardinata su meccanismi pressoché perfetti, piena di trovate comiche ed interpretata magistralmente da una coppia di attori in stato di grazia. Al netto di tutte le considerazioni antropologiche che l'analisi della condizione femminile di quegli anni in America (e non solo) potrebbero far scaturire, Quel Certo Non So Che merita di essere letto come un riuscitissimo capitolo della guerra (comica) dei sessi, inscenata mille volte dentro e fuori Hollywood. La cena a casa Fraleigh è uno spasso assoluto, a cominciare dal vecchio maggiordomo smemorato che accoglie i coniugi Boyer, passando per lo spot in tv di Berenice ragazza Felice e per i siparietti con il vecchio e attaccabrighe Tom Fraleigh.  Senza prezzo anche la gag continua di Beverly e Gerald che non riescono a comunicare telefonicamente, lasciandosi messaggi per tutto il film che non vengono praticamente mai recapitati. Meravigliosa la costruzione della piscina in giardino e le sue nefaste conseguenze. Per non parlare della terribile governante tedesca o dele schermaglie amorose tra Doris Day e James Garner. Quel Certo Non So Che ha un ritmo indiavolato, mitigato solo dalla dolcezza della Day, casalinga d'America. Un film divertentissimo, la cui sceneggitura è firmata dal futuro regista Carl Reiner, e che avrebbe dovuto vedere Judie Holliday come protagonista femminile, la quale purtroppo si ammalò di cancro. Attenzione al titolo, omonimo di un'altra pellicola del '53 con Bob Hope, ma l'ambiguità è dovuta al pressapochismo dei distributori italiani, visto che non si tratta affatto di remake (quello con Hope in originale si chiamava That Certain Feeling, quello con la Day The Thrill Of It All).

sabato 24 dicembre 2016

La Ragazza Dal Pigiama Giallo

Mai indossato un pigiama giallo? Dalila Di Lazzaro lo ha fatto, nel '77 per Flavio Mogherini, che la dirige ne La Ragazza Dal Pigiama Giallo. Quindi un film "giallo"? Si e no. In riferimento al colore del pigiama si, inteso come genere cinematografico un po' si un po' no. L'impostazione è quella (anche il periodo storico, pensando alla cinematografia italia), tuttavia già dopo una mezzoretta vittima e carnefici sono leggibili piuttosto agilmente, dunque il focus si concentra perlopiù su come accadono i fatti anziché su chi se ne è reso autore e protagonista. In questo senso il film non può propriamente definirsi un giallo, non ci sono colpevoli da scoprire, ce li abbiamo sotto gli occhi, a portata di mano. La pellicola si concentra maggiormente sulle dinamiche relazionali tra i personaggi, sui loro drammi, sulla recitazione intensa degli attori, sul tasso estetizzante di regia e fotografia, sulle atmosfere, su una certa autorialità della macchina da presa. Forse un lavoro più concettuale che srettamente di genere.

Su di una spiaggia di Sydney viene scoperto un cadavere di una ragazza col volto carbonizzato; tra i reperti rinvenuti, un lembo di stoffa gialla che si scoprirà appartenere ad un pigiama. Iniziano le indagini a doppio binario, condotte da un giovane e rampante ispettore (Ramiro Oliveros) e da un vecchio e bizzarro poliziotto in pensione (Ray Milland). Parallelamente assistiamo alle vicende di un gruppo di immigrati in terra d'Australia, l'olandese Glenda (Dalila Di Lazzaro), il cameriere italiano Antonio (Michele Placido), il suo collega danese Roy (Howard Ross). Glenda è una donna che spazia liberamente tra diversi rapporti amorosi, compreso quello col medico Henry Douglas (Mel Ferrer), fondamentalmente rimanendo una donna infelice ed insoddisfatta.
- SPOILER: E' naturalmente lei la ragazza col pigiama giallo assassinata, ed il movente va ricercato nella gelosia generata dal letale triangolo amoroso nel quale è imprigionata. Il navigato ispettore Thompson scoprirà come sono andati i fatti ma pagherà con la vita la verità, sarà così il suo giovane collega Ramsey a portare a galla la sanguinosa cronaca di quei giorni.

Mogherini ha una certa sensibilità verso le tematiche sociali, molto più pregnanti in questo film dell'aspetto giallo thriller. Viene messa in risalto la condizione di emigranti dei protagonisti, le loro difficoltà quotidiane, la loro complessa integrazione nella magnifica Australia. Così come scampoli di realtà quotidiana si presentano spesso e volentieri. Dalla polemica del vecchio ispettore Tompson verso i moderni metodi di indagine, alla faciloneria meschina con cui il professore Douglas si serve della bella e giovane Glenda, la quale a sua volta è si una donna emancipata (al punto da far marchette per ottenere il enaro che le serve), ma fondamentalmente anche irrisolta, malinconica e con un lato oscuro insanabile. Come se non bastasse, perde un figlio dopo 3 giorni dal parto. Mogherini punta molto sul montaggio ad incastro, dando una chiave di lettura al film più complessa ed originale del solito.

Si narra che la Di Lazzaro non volesse spogliarsi sul set e che per le scene più calde (pochissime per la verità) si sia dovuto ricorrere ad una controfigura. In compenso Vanessa Vitale (Evelina nel film, amica di Glenda nel film con tendenze lesbo) ha una sola posa ma incandescente. Le belle musiche sono di Riz Ortolani e Amanda Lear si incarica di cantare due ammiccanti theme song altrettanto notevoli. Splendida la fotografia di Carlo Carlini, che coglie dei paesaggi urbani di Sydeny assolutamente mozzafiato, anche se poi il film è stato parzialmente girato a Cinecittà. Placido non fa fare una gran figura all'emigrante italiano (ovviamente meridionale) incarnandone tutti gli stereotipi classici del caso. E' anche vero che lo spettatore accetta che le indagini della Polizia giungano a compimento dando per scontati molti link logici che in realtà non vengono affatto esplicitati ma, come detto, non è la componente giallo-poliziesca ad interessare a Mogherini il quale, anzi, se ne serve quasi come una cornice propedeutica. E tuttavia lo spunto della trama è ispirato ad un fatto realmente accaduto in Australia negli anni '30. Un plauso alla transalpina Le Chat Qui Fume che firma una pregevole edizione in dvd del film, con audio originale italiano ma purtroppo, sottotitoli francesi non rimovibili.

lunedì 19 dicembre 2016

Operazione Valchiria

Avevo già scritto di Operazione Valchiria tempo addietro, nell'estate del 2009, ovvero quando vidi il film al cinema. Giudizio freddino a rileggerlo, non ero evidentemente rimasto granché soddisfatto. Accade che dopo tutti questi anni l'abbia rivisto, complice l'acquisto di un boardgame sull'argomento; premesso che l'approccio nel frattempo è radicalmente cambiato, poiché avevo proprio voglia di tornare ad immergermi in quella storia, devo dire che sebbene parte delle critiche mosse all'epoca rimangano valide, il giudizio complessivo sulla pellicola è parzialmente migliorato. Non che io mi ritenga obbiettivo, nel metabolizzare un film sono sempre "viziato" dagli umori del momento; mi limito quindi a dire che ad una seconda visione la Valchiria, lungi dall'essere perfetta, mi è parsa tuttavia assai più accattivante.

Dirige Bryan Singer, uno che è abbonato a film fighetti e in qualche misura cerca di portare in quella direzione anche questo, per quanto sulla carta sarebbe dovuta essere una narrazione quanto più distante ed antitetica dalla carineria modaiola. Alla sua uscita Operazione Valchiria è stato perlopiù bocciato e le ragioni, come detto, sono in buona parte anche condivisibili. Per un film sui nazisti, di ambientazione completamente germanica, non avere praticamente neppure un elemento del cast (di primo piano) tedesco è di per sé un autogol, una scelta che dice molte cose (nonostante il profumatissimo finanziamento del German Federal Film Found). E infatti uno dei difetti da imputare a Valchiria è la maldestra caratterizzazione teutonica. Ok, il film è ispirato a fatti veri (e dunque la calamita tedesca c'è), ma se per un attimo rivestiste i militari della Wehrmacht e delle SS con uniformi di un qualsiasi altro paese, la vicenda di per sé rimarrebbe in piedi, astratta e decontestualizzata. L'atteggiamento, la recitazione, le atmosfere, il modo di ritrarre e fotografare attori, luoghi e situazioni da parte di Singer sono troppo yankee per conferire un sapore europeo e segnatamente berliner alla pellicola. Non si ha quasi mai la sensazione di essere in Germania nel '44. Tom Cruise come protagonista non è la scelta migliore; l'attore è indiscutibile e si spende anche generosamente, ma il faccione stellato e hollywoodiano del signor missione impossibile contribuisce a distogliere l'attenzione dalle imprese del povero colonnello Claus von Stauffenberg. Lo stesso dicasi per il resto del cast, dal paffuto sir Kenneth Branagh (comunque una spanna sopra tutti sempre e comunque) a quello regimental dell'altro suddito della Regina, Terence Stump.

Croce e delizia di Singer deve essere stata mostrare o non mostrare Hitler al pubblico. E' (quasi) sempre una delusione vedere un attore agghindato alla bene e meglio per cercare di somigliare il più possibile al Fuhrer, non solo nell'aspetto ma anche nella gestualità e nella follia, lucida e bestiale al contempo. Credo si sarebbe rivelata una scelta estremamente più affascinante il non far vedere lo zio Adolf esplicitamente, ma magari lasciarlo intuire di sfuggita, in piccole porzioni, nei dettagli, anche perché paradossalmente non si tratta di un protagonista della vicenda. Questo avrebbe concentrato tensione ed intensità ancora maggiori su Stauffenberg ed avrebbe conferito un alone di mistero in più al dittatore e al film stesso, a mio parere. Né convince troppo la coloritura estremamente eroica ed agiografica dei cospiratori. Fatto salvo il futuro cancelliere del quarto Reich (politico di professione ed opaco per definizione), i restanti protagonisti del complotto sembrano più partigiani che nazisti in attività. D'accordo, si erano resi conto che con Hitler la Germania era destinata all'autodistruzione, ma la Wehrmacht l'avevano respirata, mangiata e servita fino ad un minuto prima, e il senso di disgusto e orrore che evidenziano in ogni fotogramma è davvero troppo poco sfumato, interpretato, ragionato. In questo c'è tutta la semplificazione manichea di un regista e di una sceneggiatura a stelle e strisce. Abbiamo i buoni ed i cattivi, perfettamente separati da uno steccato col fil di ferro arrotolato sopra, e Tom Cruise non può che guidare il plotone dei santi immacolati. Del resto Singer ebbe a dichiarare che Stauffenberg, nella doppia veste di nazista ed "umanista", rispecchiava la stessa doppia identità di Clark Kent e Superman (....rendiamoci conto). Bill Nighy (il titubante generale Olbricht nel film) disse che una delle cose più sconcertanti che si possa immaginare è quella di indossare un'uniforme nazista. E' così associata al Male che ci volle qualche giorno all'attore per abituarsi all'idea.

All'uscita del film in Germania ci furono polemiche legate all'appartenenza di Tom Cruise a Scientology, rafforzate dall'inaugurazione di una nuova sede a Berlino a pochi mesi dal debutto in sala di Valchria, tutto avvenuto per caso naturalmente. A conti fatti, elencati i deficit che la pellicola indubbiamente ha, una seconda visione, più distesa e con minori aspettative, si è rivelata più piacevole e divertente. Valchiria non è un film riuscito, e con tutta una serie di accorgimenti sarebbe potuto risultare assai più potente e convincente (scivola anche su bucce di banane, come Carice van Houten, moglie di Cruise nel film che, dopo quattro figli partoriti e con un altro pargolo in grembo, ha il fisichino di una modella pret a porter). Così com'è rimane un operazione commerciale di medio lignaggio, appassionante più per i fatti storici ai quali si ispira che per come li mette in scena.

domenica 11 dicembre 2016

L'Ispettore Martin Ha Teso La Trappola

Quando ero bambino i miei genitori guardavano in tv le commedia americane con Walter Matthau, sono cresciuto convinto che l'attore fosse quello dei film in coppia con Jack Lemmon, delle produzioni di Billy Wilder, degli episodi dove una moglie petulante ed appiccicosa lo ossessiona e lui da bravo misogino fa tutte le facce buffe di questo mondo. Solo grandicello ho scoperto che Matthau era anche quello degli stropicciatissimi polizieschi degli anni '70 (oltre agli western del decennio precedente). Nonostante quel suo fisico slanciato ma un po' goffo e molleggiato alla Pippo, nonostante le espressioni rugose e sempre venate di sarcasmo, nonostante un modo di porsi piuttosto lontano dall'ispettore Callaghan, Matthau è stato un credibilissimo e genuino tutore della Legge, anche se sui generis quanto a deonotologia professionale e umanità. L'Ispettore Martin Ha Teso La Trappola è una di queste battaglie campali di Matthau contro il crimine.

A San Francisco un pazzo fa una strage su di un autobus di linea. Tra i morti ammazzati c'è un poliziotto, il collega del sergente Jack Martin (Matthau). Stava seguendo qualcuno; perché, se era ufficialmente in "malattia"? Martin inizia le sue indagini personali a ritroso, immergendosi sempre più in profondità in una città ed in una società che hanno perso la bussola, i valori, il controllo, la cognizione di sé. E' un mondo amaro, perverso, fragile e nichilista quello che Martin deve attraversare. Lo spalleggia il suo nuovo collega Leo Larsen (Bruce Dern), mentre il Distretto rema contro. - SPOILER: Evans, il collega morto, stava indagando su un vecchio caso irrisolto di Martin, un omicidio che aveva dato il tormento al sergente e che torna a riproporsi a due anni di distanza. Martin dovrà nuovamente affrontare il faccendiere Henry Camerero, uxoricida e pederasta a piede libero.

Le atmosfere ed i personaggi di questa America del 1973 filmata da Stuart Rosenberg sono splendidi. The Laughing Policeman (questo il titolo originale, dovuto all'espressione sorniona di Matthau, sempre preso a ruminare qualcosa mentre riflette) è ben altro che un "semplice" poliziesco, contiene elementi di verità quasi documentaristica. Nei suoi 112 minuti di durata mette sul piatto di tutto, violenza, droga, costumi sessuali in evoluzione, rapporti familiari complicati, minati da un lavoro - quello del poliziotto - che inaridisce progressivamente chi lo compie giorno dopo giorno, sempre in mezzo alla feccia e alla morte. Matthau ha a che fare con criminali di piccolo cabotaggio, informatori laidi, avvocati che proteggono i potenti, affaristi che vivono doppie e triple vite, colleghi che stanno sulla strada tutti i giorni e mangiano schifezze messicane nei retrobottega, comunità nere sul piede di guerra, hare krishna in cerca di proselitismo. Il figlio di Martin frequenta locali porno dove nere giumente super corazzate tengono show bollenti, magari proprio mentre Martin deve interrogarne il proprietario. Le false piste sono ovunque, Larsen è uno che parla troppo e spesso sbaglia strada per faciloneria, ma è anche un tipo generoso. Martin però deve pensare, riflettere, capire e deve risolvere una volta per tutte quel maledetto brutto affare di Henry Camerero.

Stupenda la fotografia, eccellenti le interpretazioni attoriali, ottima la musica, che cambia registro continuamente, sottolineando al meglio ogni diverso momento del film. Il caso dell'ispettore Martin è complesso ed articolato, ed ogni nuovo indizio apre ulteriori scenari, fino al concitato finale, che fa il pari con l'esplosivo inizio, un incipit magistrale che incolla immediatamente allo schermo e ci obbliga a vedere ogni fotogramma del film senza soluzione di continuità. Un puzzle articolato e in divenire che porta a livelli esponenziali la tensione ed il senso di minaccia incombente. Colpisce il ritratto di quegli anni, popolati da persone che hanno smarrito il senso di comunità e vivono come automi per le strade, ognuno indaffarato nel proprio micromondo, mentre tutto intorno la gente muore, si droga o vende il proprio corpo. All'insegna del verismo estremo anche il tentativo di salvataggio in ospedale di una delle vittime della sparatoria iniziale, davvero un brandello di medical drama inserito di prepotenza dentro la cornice del poliziesco. Originariamente la storia aveva luogo a Stoccolma, trattandosi di un romanzo scritto da Maj Sjöwall e Per Wahlöö, autori della serie riguardante il detective Martin Beck (divenuto Jack Martin nel film). Golem ha pubblicato l'ottimo dvd italiano del film, sbagliando pero l'articolo determinativo della trappola.

lunedì 14 novembre 2016

Candido Erotico

Claudio Giorgi aka Claudio Giorgiutti aka Claude Miller aka Claudio De Molinis ha recitato in una manciata di film e ne ha diretti ancora meno tra i '70 e i primissimi anni '80. Tutto cinema di genere. Tra le sue produzioni registiche il film che più spesso viene citato è Candido Erotico ('77) con Lilli Carati, ma su Cineraglio ci siamo anche occupati di Tranquille Donne Di Campagna. Candido Erotico discende dalla genia inaugurata da Ultimo Tango A Parigi, ovvero l'irruzione del tema sessuale (più o meno esplicito) nell'ambito del dramma. Un conto erano le commedia sexy, un conto le pellicole drammatiche e/o sentimentali dove la libido spesso e volentieri faceva breccia ricorrendo alla psicologia e a Freud come cavallo di Troia. Il film di De Molinis è certamente uno di questi, anche se il travaso della sessualità nella psico(pato)logia è orchestrato ad arte. Tra le righe si può anche leggere qualche velleità di contestazione alla società borghese decadente dell'epoca, da filtrare in chiave anni '70, tuttavia l'obbiettivo principale che la storia si pone non mi pare sia dare una visione critica della (allora) contemporaneità, quanto piuttosto trovare un espediente narrativo per rappresentare un circolo erotico vizioso.

Mircha Carven (Carlo) è un italiano emigrato all'estero, un estero indeterminato ma mittel/nord europeo (Marco Giusti dice Amburgo, su Davinotti ho letto Copenhagen, io avrei detto Londra, fate vobis, poco importa). Si esibisce in un locale di nome Piccadilly come fenomeno da baraccone, è un freak, uno stallone sessuale ben dotato che inscena coreografie con partner nude che poi possiede dal vivo in mezzo ad un avido pubblico pagante fatto di canuti signorotti incappottati e snob, sotto sotto marci, laidi (e, secondo Carlo, pure impotenti). Riallaccia i rapporti con Veronica (Maria Baxa), sua vecchia conoscenza, fotografa un po' osé e coniugata con Paul (Marco Guglielmi), un riccone del posto. Marito e moglie propongono a Carlo di arrotondare lo stipendio concedendosi per un rapporto a tre, nel quale il marito della Baxa perlopiù ha funzioni contemplative (pare di capire sia impotente pure lui). Questa frequentazione offre l'opportunità a Carlo di conoscere Charlotte (Lilli Carati), figlia di primo letto di Paul. Veronica teme subito questa amicizia, un po' per gelosia, un po' perché sa che Carlo non si lascerà frenare da principi morali. Ed infatti tra i due nasce un rapporto di amore che porta addirittura alle nozze. Tuttavia Carlo custodisce i segreti pruriginosi dei genitori di Charlotte, e d'altra parte le cose con Charlotte non vanno meglio poiché, pur amandola sinceramente, Carlo ha un blocco sessuale.- SPOILER: Dopo anni ed anni di vita eticamente borderline, Carlo ha sviluppato la sua depravazione, è in grado di sfogare la sua potenza sessuale solo se qualche voyeur sbircia l'amplesso, ecco che durante il film i momenti più favorevoli a Carlo sono proprio quelli durante i quali un pescatore, un passeggero del treno e la stessa Veronica osservano i suoi atti d'amore con Charlotte. Sconfitto dalle sue pulsioni impossibili, Carlo accetta l'ennesimo incontro a tre con Veronica e Paul, ma è una trappola ordita da Paul per far cogliere Carlo in flagrante da Charlotte. Svuotato, l'uomo torna in sordina ad esibirsi al Piccadilly e Charlotte gli si presenta un'ultima volta, facendosi possedere in pubblico per la prima (e ultima volta) prima di abbandonarlo per sempre.

Il candore del titolo è probabilmente da riferirsi a Charlotte, il personaggio di Lilli Carati, una ragazza solare, dolce, capace di amare sinceramente, che in qualche misura cerca anche di comprendere Carlo, arrivando fin dove può. Ma il contesto che la circonda è guasto, irrecuperabile, a cominciare dai genitori. Il suo gesto finale è una sorta di rivincita, di umiliazione imposta a Carlo in primis e ad ogni altro attore della sua tragedia. Ogni personaggio porta in dote con sé un carico di grande squallore e miseria umana, amplificata dagli esterni freddi e spersonalizzanti della città mitteleuropea che ospita la vicenda. Per quanto anche la negazione dell'ottimismo, per come ce la racconta il Candido di Voltaire, ha più di una ragione per essere ricordata qui. Grande prova della Baxa, sensualissima, e ovviamente fari puntati sulla splendida protagonista. Una vena di malinconia un po' necrofila scorre lungo tutto il film. Quando Charlotte scopre i genitori con Carlo, assiste quasi ad una scena cannibalica, con Paul e Carlo riversi sulle carni della languida e infida matrigna Veronica. Le riprese al luna park chiuso aggiungono la solitudine dei luoghi a quella dei protagonisti. Sgradevolissima anche la scena in treno col disgraziatissimo Fernando Cerulli. Fidenco ricicla brutalmente le musiche di Emanuelle. Sceneggiatura di Luigi Montefiori (che forse aveva immaginato la parte del protagonista per sé, chissà). Piccolo ruolo anche per Ajita Wilson, modella che realizza un servizio fotografico un po' lesbo e che si esibisce con Carlo al Piccadilly. Kitsch e psichedelici gli show del locale (così come altrettanto onirica e "tossica" è l'orgia a cui partecipa Carlo). All'epoca Carven si spacciava come figlio illegittimo di Clark Gable. La Carati successivamente definitì il film un polpettone (è un po' vero, dai.)

martedì 8 novembre 2016

La Morte Negli Occhi Del Gatto

Prolificissimo regista di genere del nostro cinema bis, Antonio Margheriti firma nel '73, col suo inseparabile nome d'arte Anthony M. Dawson, l'horror La Morte Negli Occhi Del Gatto. Il titolo richiama il micio a Nove Code di Argento (avviatore della stagione zoofila del giallo thriller nostrano), uscito due anni prima. Nel '77 sarà la volta de Il Gatto Dagli Occhi di Giada di Bido, e assai più in là arriveranno pure i titoli felini di Luigi Cozzi (Il Gatto Nero, '89) e Fulci (Un Gatto Nel Cervello, '90). Il rimando a Argento esiste puramente nel titolo, poiché il tipo di pellicola nulla ha a che vedere con il "nuovo" giallo di stampo argentiano che si fa largo all'inizio del decennio, quanto piuttosto rimanda ad una impostazione classica anglossassone, vedi le pellicole prodotte dalla Hammer e/o dirette da Roger Corman. Qualcosa che appare immediatamente retrò; se ne rende conto lo stesso Margheriti, il quale dice di aver cercato di svecchiare il testo letterario di Peter Bryan, intitolato "Corringa" (il nome della protagonista, interpretata da Jane Birkin). Mai chiarito se dietro il nome di Bryan si celasse un autore italianissimo di trame gialle da edicola o lo sceneggiatore della Hammer. Quello che è certo invece è che il "musico" dello score è Riz Ortolani, che si cala perfettamente negli scenari anglosassoni, scozzesi per la precisione.

La famiglia MacGrief è preda di dicerie e leggende; se uno di loro muore per mano di un familiare si tramuta in vampiro, un non morto in cerca di vendetta. E se al funerale un gatto si getta sulla bara, questo sta a significare che la salma ivi contenuta è quella di un vampiro. Purtroppo di decessi in seno alla casata se ne verificano e se ne sono verificati in quantità. Lo mette a verbale Corringa, nipotina della padrona di casa Lady Mary (Françoise Christophe), che vede assassinati uno dopo l'altro la propria madre, due servitori, un medico (amante di Lady Mary, ma anche di Suzanne, una prostituta che frequenta il castello spacciandosi per istitutrice di James, figlio mentalmente instabile di Lady Mary, e immancabilmente anche Suzanne troverà la morte). - SPOILER: l'indiziato numero uno è proprio James (Hiram Keller), pazzerello e turbolento; ben presto Corringa scoprirà che il ragazzo è vittima di pregiudizi (è accusato di aver ucciso la sorella), e anzi se ne innamorerà. I suoi sospetti cadranno allora su Lady Mary, ambigua e macchinosa, ma il vero colpevole si rivelerà essere Padre Robertson, cappellano di famiglia, o meglio, un impostore che ne ha assunto l'identità dopo averlo ucciso. Il finto Robertson (Venantino Venantini) è in realtà un MacGrath emigrato in America e tornato per ereditare i beni di famiglia, sfruttando le credenze diaboliche che ne circondano il nome. Per fortuna, al climax del racconto, l'ispettore di Polizia (Serge Gainsbourg, doppiato da Oreste Lionello, in un curioso corto circuito con Woody Allen) fredderà con un colpo di rivoltella l'assassino, prima che questi si abbatta contro Corringa.

Innanzitutto devo dire che la visione del film è stata pesantissimamente viziata ed alterata dal pessimo dvd Dagored, una vera e propria truffa. Qualsiasi prezzo lo paghiate è comunque troppo. Resistere davanti allo schermo per 95 minuti (che poi sono meno, perché oltrettutto è pure sforbiciato) è una sfida, un atto d'amore per il film, Margheriti e per il cinema di genere in sé, che talvolta richiede queste prove di disciplina per i pessimi prodotti messi a disposizione dal mercato homevideo. In effetti in giro c'è di meglio, lo stesso titolo è uscito per Surf e X Rated, ma io questo avevo e questo mi sono dovuto - ahimé - sciroppare. Che sia un film gradevole, per fortuna, traspare comunque, ma certo una buona fetta del piacere e del divertimento viene letteralmente scippata dall'edizione inqualificabile della Dagored. La pellicola è fuori tempo già al tempo, ma conserva un suo fascino vetusto, che Margheriti tenta di contaminare con vari elementi. Intanto non si tratta di un horror puro ma si innestano elementi tipicamente gialli (e pure argentiani), come l'omicida che avanza in soggettiva, coi guanti neri e il rasoio scintillante ben in vista. Poi c'è il gattone rosso fuffoso (certo uno nero avrebbe contribuito maggiormente all'atmosfera generale), sempre presenta agli sgozzamenti (anzi, pare quasi li compia lui coi suoi unghielli), per dare quel tocco di esoterico che metta sulla cattiva strada lo spettatore. La Suzane di Doris Kunstmann è l'accento erotico della pellicola, si concede ad Anton Diffring ma non disdegna la compagnia femminile, tanto che in una scena nella quale la Birkin si spoglia con fare un po' civettuolo, Suzanne si morde la lingua e pregusta la prelibatezza proibita (anche perché poi forse la stessa Corringa è effettivamente "aperta" sull'argomento). Poi ancora c'è il gorillone di Keller, che fa tanto Delitti della Rue Morgue, pure quello un diversivo, una specie di falsa pista che a un certo punto parte e tenta di fuorviare lo spettatore. Insomma, di carne al fuoco ce n'è, tant'è che la tramma è abbastanza complessa e ricca di situazioni e disvelamenti. La fotografia - mi si dice - sarebbe di derivazione baviana, e io ci posso pure credere (lo confermano gli stralci del film presenti su Youtube), peccato che la Dagored abbia fatto di tutto per farmi detestare il lavoro del povero Carlo Carlini, al quale Margheriti aveva affidato le immagini.

sabato 5 novembre 2016

Tre Giorni D'Amore

Pasquale Fanetti non ha manco una pagina italiana di Wikipedia, ci vuole quella tedesca (o IMDB) per sapere la sua filmografia, divisa tra operatore di macchina, sceneggiatore, capo elettricita e regista. Tutto cinema di genere, ma nell'ultimo caso si tratta di una lista di titoli quasi esclusivamente erotici, e tra questi, nel 1991, Tre Giorgi D'Amore con Petra Scharbach, firmato con lo pseudonimo di Frank De Niro. Una pellicola ai limiti dell'autobiografismo per l'attrice e modella (poi pure pittrice e blogger) tedesca naturalizzata italiana. Petra, quella vera, negli anni '80 vince concorsi di bellezza, lavora come modella e fotomodella, tenta la strada della musica, recita in pellicole softcore, realizza servizi fotografici per Penthouse e Playmen e lavora in tv; Lulu, il personaggio del film, è una modella, fa servizi fotografici osé e ospitate a pagamento. In Tre Giorni D'Amore la protagonista è in perenne attesa del suo uomo, mentre passa da set fotografici a discoteche, e inganna il tempo facendo shopping di lusso. Il rapporto con il suo impresario è pessimo, e più in generale tutti gli uomini la vedono come un mero oggetto sessuale. Questo perlomeno è ciò che lei attribuisce loro, arrivando ad immaginare persino come ognuno di essi vorrebbe possederla, e ammettendo per altro che la cosa - dopo un fastidio iniziale - la eccita. Finalmente Massimo (Carlo Mucari), il suo grande amore, la degna di interesse, ma anche questo rapporto è complicato e intenso. La loro frequentazione (i famosi tre giorni del titolo) è tutta incardinata sul sesso, rapporti, ammiccamenti, una sfida reciproca continua, apparentemente condotta da Massimo ma alla quale Lulu soggiace piuttosto volentieri. Fino a che Massimo non tira troppo la corda, coinvolgendo Lulu (a sua insaputa) in un rendez vous a quattro, con altre due donne. Lulu, offesa, decide di mollare Massimo, il quale continua a dichiarare il suo amore per la donna più importante della sua vita, ma senza rinnegare al contempo il bisogno di una tensione erotica sempre presente. Tre giorni di lussuria terminano così, come una cerino che avvizzisce dopo aver bruciato per tutto il tempo possibile.

Non si fa fatica a trovare rimandi con 9 Settimane e 1/2, uscito nell'86. Da metà film in poi - praticamente da quando compare Mucari - Fanetti insegue un vero e proprio remake, con richiami di scena quasi telefonati. Tre Giorni D'Amore (pochi ma buoni, verrebbe da dire) pare la versione camp del successo americano al botteghino, con una coppia d'attori sotto ipnosi (tale è la loro fissità), delle location provinciali e cheap, ed una generosa abbondanza di scene erotiche, nelle quali la Scharbach è con la macchina da presa sempre addosso, sia che amoreggi con Mucari, sia che provveda a darsi piacere in autonomia. Petra è bellissima, una vera icona degli anni '80, e la sua presenza scenica basta ed avanza a rendere meritevole di visione un'operetta del genere; tuttavia, la trama, la messa in scena e l'intero progetto sono davvero modesti, e come attrice grosse qualità non si può dire che emergano (complice anche un doppiaggio sciagurato). Pellicola cult ma anche e soprattutto trash, che ha il suo unico fulcro di interesse nelle parti anatomiche di Petrea e in come Mucari le sfrutta, le cavalca e le doma per tutto il film. I dialoghi sono abbastanza aberranti e lo sviluppo psicologico dei personaggi e da annuario di psichiatria. Le scenette kitsch diventano momenti imperdibili, come ad esempio il gioielliere che feticisticamente vuole riempire di perle e perline le nudità di Petra, il duetto lesbico con Cinderella (aka Monika Rak) o, ancora, i tremendi balli in discoteca con bellimbusti al seguito, un trionfo di cattivo gusto. Nello stesso anno di Tre Giorni D'Amore la Scharbach parteciperà anche a Paprika di Brass e girerà una sorta di seguito del suo film più rappresentativo (Lolita 2000), sempre con Fanetti, ovvero Lolita Per Sempre (nel cast pure Carmen Di Pietro e Malù).

lunedì 24 ottobre 2016

Intimo

Appena un anno dopo aver lavorato per Fellini in Intervista, la ex benzinaia del veronese Eva Grimaldi interpreta Intimo di Bob J. Ross, il cui nome assai meno hollywoodiano risponde a Beppe Cino. Sono anni febbrili per la Grimaldi (pure lei all'anagrafe fa Milva Perinoni), lanciata televisivamente da Drive In, per il quale senza ombra di dubbio aveva il physique du role. Alterna pellicole varie, d'autore, commedie, erotici, biopic, action, horror, frequentando perlopiù il cinema di genere a basso costo. Cino è un regista colto, Maturità Classica, studi in Scienze Politiche e Filosofia, diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, aiuto e collaboratore di Rossellini; a partire dall'87 circa si scopre attratto dal genere erotico, firmando il trittico Oggetto Sessuale, Fatal Temptation e Intimo, pellicole entrate stabilmente nel novero degli stracult italici, sempre ad un passo (e oltre) dal trash. Intimo - ma nei titoli di testa la scritta che compare recita Io Intimo - si offre da subito come un film con pesanti velleità letterarie, psicologiche ed intellettuali. Ma queste vertiginose intenzioni fanno a cazzotti con la messa in scena poveristica, il cast e la reale portata della sceneggiatura. La storia è quella di Tea (Eva Grimaldi) una cameriera che arrotonda facendo sfilate di biancheria intima (di qui presumo il titolo). Ha un fidanzato normale, che la ama e la rispetta, ma è proprio questa "noiosa" tranquillità sentimentale che pare aprire il varco ad una tempesta ormonale. Karl (Leonardo Treviglio), uno spasimante che la osserva durante le sfilate, inizia a tampinarla, riempiendola di parole e frasi lusinghiere (sempre molto criptiche). Tra i due si instaura un rapporto morboso e abbastanza violento, sul quale - come se non bastasse - si svorappone anche quello con il depravato e mefistofelico portiere (Thomas Arana) dell'albergo nel quale risiede l'amante della Grimaldi. I due uomini si contendono le grazie della cameriera modella, giocando al gatto col topo, fino a che, così come tutto era cominciato, improvvisamente cessa. Il focoso spasimante di Tea sparisce nel nulla ed il portiere la congeda con un sibillino "arrivederci". Ecco che la Grimaldi, forte delle sue esperienze sessuali di grande intensità, torna al suo vecchio amore, il ragazzo tranquillo (al quale si presume farà scorprire mondi finora inesplorati).

Lo stesso fiume di parole e parolone che stordisce la povera Tea, facendola capitolare, rintontisce anche lo spettatore, esausto dopo appena un quarto d'ora di proiezione. Le frasi fatte ed altisonanti prounciate da Treviglio (che farebbero capo addirittura ai vari Wedekind, Lautréamont, Céline) sono totalmente fuori contesto, immotivate, gettate in pasto alla storia un tanto al kg. Roboanti dichiarazioni completamente appese, svuotate di profondità e recitate strumentalmente per ottenere unicamente le pudenda della burrosa Grimaldi, qui al top del suo look panteresco e volgarotto. L'assurdo non-sense è dato dal fascino che un buzzurro manesco come Karl esercita sulla "principessina" Tea, finora vissuta nella candida innocenza (si fa per dire, viste le sfilate a cui si dedica con tanta convinzione). Siamo al rovescio del femminismo o, volendo, alla conferma del famoso teorema di Marco Ferradini ("prendi una donna, trattala male...."). Tea potrebbe godersi un fidanzato belloccio, dolce, premuroso e "umano", ma naturalmente i suoi pruriti sessuali sono tutti rivolti ai personaggi desadiani rappresentati da un viscidissimo (ed impotente) portire d'albergo, che si diverte a deflorare le donne con un bastone di vetro, e da un quarantenne sdrucito che recita a memoria passi letterari come fossero i bigliettini dei Baci Perugina, e pure lui chiacchiera più di quanto in realtà concluda. Ne esce fuori un quadro di caratteri abbastanza disarmanti, ottusa e stupidina lei, maniaci sessuali loro; per non parlare delle colleghe modelle con cui Tea sfila, tre sgallettate assai disinibite, che arrotondano come escort, visto che a turno si prestano alle voglie di Arana. Tra queste c'è Valentine Demy (accreditata come Marisa Parra), obbligatoriamente da segnalare perché sfoggia uno dei fisici più incredibili della storia del cinema erotico italiano (anche se purtroppo ha avuto modo di deturparlo poi a dovere).

La Grimaldi andò a pubblicizzare il film al Maurizio Costanzo Show e si fece intervistare dall'Europeo: "Parlerei di erotismo interiore [...] una strategia di progressione del desiderio [...] nel film finisco sotto un torrente di parole che mi aggrediscono, mi lusingano e mi assillano di continuo, esercitando una grande carica di violenza. E io mi lascio travolgere, comandare, usare [...] l'ho accettato per il miscuglio di temi letterari che danno uno spessore alla materia erotica [...] ma non è solo un film di idee". Il tema letterario che nobilita l'erotismo è un grande classico tra gli argomenti usati dalle attrici che devono giustificare pellicole poi rimproverate e rinfacciate dalla critica. Va spesa una parola anche per i set drammaticamente cheap, sempre all'insegna di una fotografia (addirittura di Delli Colli) buia che più buia non si può. Le telefonate col fidanzato avvengono sistematicamente sotto un ventilatore perennemente in movimento; la pedana delle sfilate ha una disposizione spazio-temporale incomprensibile (dove cacchio sono posizionati tutti i tizi che regolarmente attaccano bottone con Tea? Sembrano sulla pedana pure loro). E che dire dei camerini o dell'albergo? Terribile anche la scena di sesso tra Treviglio e la Grimaldi, quella nella quale (finalmente) i due concludono qualcosa. Inizia dall'ascensore (dove Karl rivolge raccomandazioni assurde a Tea), per poi proseguire lungo i corridoi (contro le cui pareti la donna viene ripetutamente sbattuta, in tutti i sensi), e terminare quindi a letto (ah.... meno male!). Indubbiamente un film culto del genere "so good so bad", da prendere ovviamente con le dovute cautele, soprattutto per quanto riguarda le dinamiche comportamentali dei personaggi, antitetiche ad uno straccio di realtà degno di tale nome.

lunedì 10 ottobre 2016

Una Storia Ambigua

Era rimasto qualcosa in sospeso, dal lontano 1986. Ricordo che un cinema a luci rosse in pieno centro città aveva in bella mostra i manifesti del film, rigorosamente vietato ai minori, mi pare di 18 anni, nonostante - una volta tanto - non si trattasse di un porno ma di un softcore. Succedeva che saltuariamente la programmazione si aprisse a pellicole non strettamente del filone, ad esempio ci proiettarono pure Il Ragazzo Della Curva B con Nino D'Angelo. Vabbè, direte voi, magari suppergiù il tipo di pubblico era lo stesso. In ogni caso, da allora mi è sempre rimasto in mente Una Storia Ambigua, "quel famoso film che proiettavano all'Italia..." e che chissà cosa aveva di speciale. Nel mercato dell'homevideo non è mai uscito in dvd, solo in VHS, tuttavia anche in questo caso ero ancora troppo giovane per prenderlo in considerazione. Finché (come direbbe Carlo Lucarelli) succede una cosa: la Minerva, detentrice dei diritti di -anta film succulentissimi, magari neppure mai editi, apre il canale Youtube Films&Clips e carica in versione "full" alcune di queste pellicole, tra le quali, indovina un po', proprio Una Storia Ambigua. Bingo! Due le versioni, una "televisiva", da circa 56 minuti, ed una integrale (che immagino durerà molto poco online, visti gli standard restrittivi di Youtube).

Bene, innanzitutto grazie alla Minerva per l'opera filantropica e meritoria di dare al mondo fotogrammi di cinematografia sepolta e arcana. Venendo al film, trattasi di erotico filo-samperiano ma che sceglie come ambientazione il ventennio littorio; impossibile quindi non vengano in mente anche le firme di Brass, Cavani, Visconti. Un nipotino oramai fattosi ragazzotto (Gabriele Gori) va a trovare lo zio romano, conte e gerarca (Pietro Gerlini). Lo zio vive con la moglie mignotta (Minnie Minoprio) e la figlia (Beba Balteano), che dalla madre ha preso le medesime inclinazioni. Da subito il nipote è preda delle attenzioni delle due donne di casa, che però si manifestano in opposizione; mentre infatti la Minoprio fa di tutto per irretirlo, la Balteano disprezza, anche se, come è noto... chi disprezza compra. Molto presto l'ingenuo putto si rende conto che in casa la più tranquilla ha bisogno di impacchi di ghiaccio ad altezza inguine per passare la nottata, e non ci mette poi troppo a capitolare con la matrona di famiglia. Dopo il fatto però la Minoprio assume un atteggiamento sprezzante, avuto il giocattolo tratta con sufficienza e scherno il ragazzo; ed è a quel punto che la Balteano subentra di gran carriera, mossa da "sincero interesse" (dimostrato però con i piedi per tutto il film), ma ricevendo a sua volta il due di picche. Gori giustamente realizza di essere finito in una casa di pazze infoiate ninfomani, riprende il treno e torna al sud. Alla Minoprio non rimane altro che consolarsi con il giardiniere, il quale d'abitudine si apposta alla finestra per vedere gli striptease delle contessine del Duce.

Ho volontariamente ridicolizzato un po' la trama, lo ammetto, ma guardate che parlare di trama è una roba forte. Le paginette di sceneggiatura sono due, il nipote arriva, le donne se lo trastullano, il nipote torna al paesello. Stop. Questi eventi salienti sono infarciti il più possibile da dialoghi demenziali e pretestuosi, da lingerie in grande spolvero, e da "ciullate" di riempimento, a ulteriore testimonianza che per le due protagoniste ogni lasciata è persa. La Minoprio tenta disperatamente di far fare al proprio marito il suo dovere coniugale ma, da bravo fascista tronfio, sono più le parole che i fatti, e allora Minnie va persino in bagno, in solitaria. La Balteano invece, oltre a deliziare il giardiniere di cui sopra, si diletta con l'amica del cuore (una Manola D'Amato in formissimissima!), la quale a sua volta esegue pure lei spogliarelli in diretta per il vicino di casa e, all'occorrenza, giace lesabicamente con la Balteano sempre per i piaceri voyeuristici del guardone condominiale. Una Storia Ambigua ambigua non lo è per niente, poiché è assolutamente cristallino che tutto si risolva in una serie continua di accoppiamenti. Non siamo difronte ad un capolavoro di semantica ed approfondimento psicologico dunque; detto ciò, e interpretato il film nel suo contesto adeguato (un erotico di Mario Bianchi senza nulla a che pretendere, se non mostrare nudità ed amplessi, e con una ricostruzione storica non esattamente filologica), devo dire di aver gradito non poco l'epopea dei Conti Guerrieri.

La Minoprio è un unicum nel genere. La starletta televisiva gira pochissimi film in carriera e questo è l'unico un po' bollente. Contemporaneamente a Una Storia Ambigua escono certi servizi fotografici su certi giornaletti che sono soliti leggere certi uomini; in quel periodo evidentemente la piacente Minoprio (44enne) ha bisogno di rilanciare la carriera come può, cedendo anche al déshabillié spinto, ma se ne pente all'istante, andando in tv al Costanzo Show, contrita, a chiedere perdono e a giurare che mai più sarebbe accaduto. Oggi, sul suo sito web, non esiste alcun riferimento tangibile a questo film, come non fosse mai esistito. Ripeto, non si tratta di una pellicola irrinunciabile nella storia del cinema italiano, ma alla fine di una piccante e divertente commedia erotica si. Di quelle fatte con budget modesti, attrici molto disponibili (almeno in quel momento storico), buon mestiere da parte del regista (del resto, Bianchi, una garanzia), e un bel vdere. Io poi avevo il valore aggiunto, dovevo esaudire quella promessa fatta a me stesso nel lontano 1986...