venerdì 17 marzo 2017

Abraxas - Riti Segreti Dall'Oltretomba

Prima ancora che il film abbia inizio Roger A. Fratter ci spiega che Abraxas nasce come suo personale omaggio al cinema di una volta, sbrigativamente definito "trash" (spazzatura) ma in verità polarizzato tra ingenuità e creatività in egual misura, cinema di un'altra epoca, un'altra mentalità e forse di un altro pubblico. I Riti Segreti Dall'Oltretomba sono questo, il piacere, l'affetto e il rispetto per un tipo di narrazione che ha emozionato molti in sala, ha riscosso spesso e volentieri un discreto successo commerciale ed ha fatto volare l'immaginazione, a dispetto dei mezzi economici, tecnici, di cast stellari e con buona pace dei critici criticoni. Impostate le coordinate Fratter si muove libero, scevro da condizionamenti che decretano quando un film si muove al di sopra o al di sotto della soglia minima di "qualità", gli standard saltano perché Abraxas ha un obbiettivo preciso, essere cinema di genere, divertente, stimolante, creativo.

La vicenda vede un gruppo di amici investigatori dell'occulto alle prese con una missione di soccorso nei confronti di Coralba (Carmen Ventura), una sensitiva tornata da un viaggio in Toscana con la personalità visibilmente alterata, preda di visioni e possessioni ai limiti del demoniaco. Tra le terre etrusche di Volterra i nostri scopriranno celarsi un'agguerrita setta di adoratori del Maligno, con la quale Coralba molto probabilmente è entrata in contatto rimanendone soggiogata. Le indagini proseguono mentre molte altre donne della zona spariscono miseriosamente, fino all'inevitabile scontro finale tra le forze del Bene e quelle del Male. Abraxas gioca su più livelli, più che horror è quasi cinema fantastico; fatte salve le scene di sangue dei sacrifici umani compiuti dalla setta, le più esplicite in tal senso, i momenti soprannaturali sono a metà strada tra l'horror e l'avventura, con la squadra di pronto intervento esoterico dei tre ragazzi (Brandon Wilde Jr., Carlo Girelli, Irene Giordano) che deve scovare indizi e metodi per combattere magicamente i servi oscuri di Lucifero. Né mancano parentesi più scollacciate o avvisaglie di commedia (i battibecchi e la scazzottata tra amici).

Il personaggio di Charlotte (Irene Giordano) è una biondina frizzante, molto rigorosa a parole, assai meno nei comportamenti. Gioca maliziosamente con i suoi compagni di viaggio, ad esempio redarguendoli ogni qual volta li vede intenti ad osservarle il seno (anche perché di reggiseno in 90 minuti di film manco a parlarne) ma poi lasciandoselo palpeggiare amabilmente come una lolita capricciosa. Disarmante la carica erotica che con pochi gesti e qualche sguardo la Giordano è in grado di sprigionare. Le fa da contraltare la corvina sacerdotessa delle cerimonia sataniche (Katia Andrews), una carismatica e malevola evocatrice (sistematicamente a seno scoperto) che anticipa di qualche anno la Mater Lacrimarum di Argento de La Terza Madre. Curiosamente i rimandi sono parecchi, comprese le "riunioni" degli adoratori in sotterranei fatiscenti. Così come il momento nel quale Charlotte viene rapita e portata al cospetto della Andrews mi ha fatto venire in mente Tutti I Colori Del Buio di Martino; quel misto di lussuria, psichedelia, voluttà e senso di impotenza che la vittima prova al cospetto della sua carnefice, stordita al contempo da attrazione e repulsione, sembra davvero rievocare quelle atmosfere, anche se purtroppo a Fratter mancava il supporto delle eccezionali musiche di Bruno Nicolai. Ma del resto, dalle nere movenze di Barbara Steele al sottobosco filmico di Jess Franco, immagino che le potenziali influenze che una pellicola come Abraxas ha metabolizzato siano sostanzialmente infinite.

Come da copione, i momenti di ingenuità sono diversi. Ad esempio è stupefacente che un gruppo di occultisti che opera da diversi anni ed ha già risolto numerosi casi, come afferma Brandon a colloquio con un prete, non abbia mai sentito parlare dell'Ombra della Sera di Volterra, la statuetta etrusca che avrà un ruolo fondamentale nella fine della nefaste influenze della setta sul luogo. E lo stesso rituale che porta alla sconfitta della Andrews e dei suoi accoliti è davvero improvvisato e "sempliciotto", ma tutto sommato poco importa; come al solito negli horror di Fratter che ho visto sin qui è l'atmosfera ciò che conta, non l'esegesi millimetrica della sceneggiatura e delle porzioni di realtà in essa contenuta.

lunedì 6 marzo 2017

Il Professore

Spesso si arriva ai film per analogia, per proprietà transitiva per catene di Sant'Antonio. Mi sono imbattuto ne Il Professore seguendo Monica Malinowska. Partendo da Roger A. Fratter, nei cui film avevo conosciuto la Malinowska, sono approdato a Sergio Zanetti e a quello che sembra essere stato il suo film esordio. La cosa buffa è che la Malinowska qui ha una sola posa ed un paio di poster affissi nella stanza in cui viene praticamente ambientato tutto il film. Aleggia come una presenza inquietante ma non si vede mai e la sua partecipazione può essere declassata a semplice comparsata. Il Professore è un film a sé stante che idealmente per me aveva un ponte di collegamento con Fratter per la medesima appartenenza ad ambienti cinefili indipendenti, cinema italiano di provincia che cerca di farsi largo come può (cioè con mezzi economici risicati) perlomeno nel circuito dell'homevideo.

Con molta sincerità confesso che dopo i primi minuti ero abbastanza disperato, convinto di essere al cospetto di una trashata di livelli infimi e insalvabili. La regia pareva decisamente sciatta ed amatoriale, con riprese in esterna fatte di luci abbastanza orribili. I primi dialoghi non sembravano all'insegna della grande letteratura e la protagonista, da subito sotto i riflettori, esibiva una dizione ai limiti del tollerabile (mi auguro un po' accentuata da parte dell'attrice per creare un tratto marcatamente "caratteristico"). La storia verte su di una studentessa universitaria, Roberta (Lucia Centorame), che viene bocciata per l'ennesima volta ad un esame universitario. Imbufalita, decide di "combattere" il Professore (Marco Giacinto D'Aquino) con le sue migliori armi a disposizione. La sera precedente alla nuova sessione di esami si imbatte "casualmente" nel docente al ristorante, si siede al suo tavolo (dopo essere stata mprovvisamente congedata dal fidanzato) e inizia un corteggiaento serratissimo durante il quale alterna stalking, volgarità e dolcezze, secondo una precisa filosofia di bastone e carota. Riesce ad intrufolarsi nell'appartamento del Prof, dove in breve rimane in tacchi e mutandine. Ha inizio la resa dei conti tra i due personaggi che durerà l'intera nottata; non è chiaro chi tenga testa a chi, con continui rovesciamenti di fronte e strategie seduttive.

Con altrettanta onestà intellettuale (termine che magari per qualcuno striderà come un ossimoro in questa recensione) devo ammettere che, abituatomi alla "cifra" estetica del film (e soprattutto alla terribile voce della Centorame), tutto ha preso una luce diversa. Varie le considerazioni da fare. Per quanto la sceneggiatura e le situazioni (piccanti) sembrino buttate lì tanto per far sensazione e prurito, Zanetti ha una sua logica, una sua visione lucida del film da portare a casa. La tenzone tra i due personaggi è un vero e proprio duello teatrale (anche di fatto, visto che per quasi 80 minuti tutto avviene su un divano) e un gioco al massacro del genere non lo puoi reggere se non c'è una regia, una storia e due attori in grado di sostenere le parti. La Centorame, al netto della fisicità che buca lo schermo, incarna uno stereotipo preciso e soprattutto perfettamente calzante a ciò che lo script e il "clima d'ambiente" richiedevano. Non è affatto banale recitare per un intero film sostanzialmente nuda, con naturalezza e spigliatezza, come si indossasse un abito di scena. L'attrice convince lo spettatore non perché sia bella ma perché è determinata, sicura, credibile nella sua interpretazione. D'Aquino dal canto suo le tiene testa rispondendo colpo su colpo come in una finale a Wimbledon.

Con tale ristrettezza di ambienti e tempi, l'assenza di buone battute di dialogo avrebbe ucciso immediatamente il film, cosa che non avviene, manco ci trovassimo al cospetto di una sorta di Polanski di periferia. Com'è...come non è, Il Professore a un certo punto diventa un signor film, nel quale i due antagonisti battagliano senza risparmiarsi un attimo. E non mancano i colpi di scena. Gli ultimi 20 minuti sono all'insegna di sorpassi continui, fino all'ultimo fotogramma. Chi vince lo fa al fotofinish. E, a ritroso, ti ritrovi a dover prendere atto che ciò che era cominciato come una pessima avventura si è invece rivelato uno stimolante percorso ad ostacoli fatto di piccole cose rese alla grande. Complimenti.

martedì 28 febbraio 2017

Flesh Evil - Il Male Nella Carne

Flesh Evil - Il Male Nella Carne è del 2002 e successivamente conosce una nuova edizione, upgradata qualitativamente per quanto riguarda audio e video, ed anche parzialmente rimontata per volere dell'autore Roger A. Fratter. L'ispirazione nasce dal racconto di Poe, "Ombra", contenuto ne "I Racconti del Grottesco e dell'Arabesco" (1840). Fratter si fa pervadere da quel clima, da quegli umori, da quelle visioni, anche se non mette in scena pari pari quella storia, ma la metabolizza, la mastica e se ne serve per scrivere la propria narrazione, che in alcuni momenti specifici e peculiari lascia affiorare il racconto di Poe che scorre come un fiume carsico lungo tutto il minutaggio del film. Siamo nella cittadina immaginaria di Badmarin (non sfuggirà ai cinefili più accaniti la citazione di Femmine Carnivore, la cui clinica aveva sede proprio a Badmarin), un avamposto apparentemente rurale e tranquillo dove però iniziano a verificarsi morti inquietanti. Improvvisamente persone normali commettono crimini senza spiegazione. Lo spettatore è messo subito sull'attenti poiché fin dall'inizio sa che ciò accade per il manifestarsi di una enigmatica e miteriosa figura, totalmente ammantata di nero. Alcuni telepati, interessati all'occulto, fanno gruppo cercando di dare una logica a questi fenomeni. Non sarà facile perché la lotta è impari, ciò contro cui questi ragazzi combattono è il Male assoluto, quello con la M maiuscola, quello imponderabile, indescrivibile, inconcepibile. Il suo solo passaggio corrompe le anime, tortura le menti, genera perversione, annichilimento, cancellazione della vita e della volontà. Anche chi ne rimane affascinata, come Mary Ann (Samantha Jameson), deve pagare uno scotto di sottomissione, tant'è che il bel volto della ragazza sarà deturpato esattamente come quello della creatura che si cela sotto il pesante manto. E del resto nel racconto di Poe la visione del cadavere sul tavolo dei commensali è quella di un appestato i cui tratti somatici sono stati completamente devastati dal morbo nero.

Fratter in alcuni frangenti, come quello appena descritto, cita apertamente Poe. Ad esempio anche nella scena in cui Cleo (Roxy Osbourne) viene posseduta durante una seduta spirtica e diventa il tramite tra i vivi ed i morti. Per la sua bocca spalancata escono mille voci dall'oltretomba. Espediente mutuato da Poe ma reso con una potenza ed un fascino (demoniaco) degno del miglior Fulci. Probabilmente la scena più suggestiva ed emozionante del film, perché con estrema semplicità e con i consueti pochi mezzi dovuti ad una produzione del tutto indipendente, Fratter dimostra che si può ingenerare inquietudine se si ha l'idea giusta e si sa come rappresentarla. Altro aspetto da considerare è l'attitudine atmosferica e metafisica del film; Fratter non persegue necessariamente una completezza narrativa con un inizio, uno svolgimento ed una conclusione, piuttosto Flesh Evil è una sorta di spaccato, di parentesi, una sbiriciata che lo spettatore getta in una realtà parallela dove accadono fatti, perlopiù inspiegabili (dato il confronto con entità ultraterrene) e di certo non gestibili con un approccio da ragionieri della sceneggiatura. E' stato così anche per il miglior Argento se ci pensate; Suspiria, Inferno e le migliori prove (schiettamente horror) del regista romano non vengono ricordate per la coerenza dellos cript o per l'attendibilità dei dialoghi e degli accadimenti, quanto per la capacità visionaria, immaginifica, estetizzante di metterli in scena. Non che Flesh Evil sia sconclusionato, tuttavia appare evidente - almeno a me è parso tale - come Fratter cerchi di comunicare uno stato d'animo, una cornice d'ambiente, più che un puntiglioso susseguirsi cronachistico di fatti che poi arrivano a naturale e tranquillizzante conclusione. Il finale è aperto, apertissimo, e con molta probabilità la figura nera mieterà ancora vittime senza che nessuno osi o sappia fermarla. E' l'ineluttabilità del cielo sopra le nostre teste e delle profondità oscure che si ramificano sotto i nostri piedi, le quali ci ingabbiano e ci possiedono a loro piacimento, quasi in un'ottica di impotenza assoluta di stampo lovecraftiano.

Al solito, molto belle alcune inquadrature, anche apparentemente "banali"; mi riferisco ad un semplice dialogo ripreso tra due personaggi in una camera da letto, ma con il punto di vista obliquo ed un taglio del personaggio che sta di "quinta" tale da rendere estremamente dinamica e diversa una scena che altrimenti sarebbe scivolata via piatta, anonima e uguale a mille altre. Importanti le musiche a corollario del clima generale (anche qui la lectio è argentiana), discreto il cast anche se il doppiaggio rompe un po' l'incantesimo, decontstualizzando voci e rumori d'ambiente. Puntuale, ritroviamo nella pellicola anche qualche goccia di erotismo, con scene di amplessi e un tocco saffico tra due sacerdotesse consacratesi al Male, un trademark che lega a doppio filo Fratter al nostro vecchio e caro cinema di genere (in questo caso sexy horror), oltre alla chiave exploitation di saper fare molto con poco a disposizione.

lunedì 27 febbraio 2017

Inferno (2016)

Mi ero già occupato del cinema di Dan Brown (che poi è altrettanto il cinema di Ron Howard e Tom Hanks, ani forse di più visto che Brown è uno scrittore e non un regista, e vista la quantità industriale di licenze poetiche che i film si sono presi sui suoi libri) e dunque la visione di Inferno era d'obbligo per chiudere la trilogia di Robert Langdon, l'Indiana Jones della filologia dantesca. Perché il maggior "dantofilo" sia americano anziché italiano un giorno qualcuno ce lo dovrà spiegare (citofonare Hollywood), ma del resto le incongruenze sono davvero tantissime. Wikipedia dedica una lista interminabile alle inesattezze storiche, cosette da niente tipo confondere il Vasari col Botticelli, sbagliare le misure del David di Michelangelo, prendere fischi per fiaschi su molti passaggi della Divina Commedia, etc.. Sono americani, non è che si può pretendere troppo, Dante Alighieri per loro è una specie di Nostradamus del sabato sera, serve a fare spettacolo. Punto. Tutte cose dette e risapute, a partire da Il Codice Da Vinci in poi Brown è stato massacrato e ridicolizzato per la messe di fandonie, accrocchi, labilissimi link e attribuzioni del tutto arbitrarie che la sua fiction esercita; allo stesso tempo egli ha sempre risposto che sostanzialmente a lui importa una ceppa, visto che si tratta di un'opera di fantasia ed intrattenimaneto ispirata a fatti storici, e non una cronaca storiografica ispirata dalla fantasia. Il che va anche bene, ci sta, ma comunque uno scrittore coscienzioso e rigoroso può documentarsi meglio e stare più sul pezzo, proprio per infondere la maggior verosimiglianza e spessore alla sua opera letteraria.

Poi ci sono i film di Howard, che rispetto ai romanzi sono altra cosa ancora, un ulteriore grado di separazione rispetto al testo scritto. E come tali vanno presi, cinema blockbuster che un solo compito si prefigge: sbancare al botteghino, non educare le masse. Se anche solo uno spettatore, dopo la visione di uno di quei film, avesse il capriccio di leggersi due righe (vere) su Dante sarebbe una conquista. A me Il Codice Da Vinci e Angeli E Demoni sono piaciuti, cinema d'evasione fatto bene, con grande potenza e maestria tecnica. Sui contenuti possiamo stendere un velo pietoso, ma non è che un qualche capitolo di 007 o di Missione Impossible, per dire, risulti assai più credibile e verosimile. Inferno - titolo che a noi italiani argentiani va già un po' storto - è notevolmente inferiore alle altre due pellicole. Il primo grosso difetto è che la componente enigmistica è ridotta al lumicino, stavolta siamo più dalle parti di un thriller da agenti segreti. Niente massoni, templari, occultisti, alchimisti, filosofi, millenaristi, piuttosto il solito miliardario pazzo che sta per disintegrare il pianeta, attorno a lui una corte di affaristi privi di scrupoli, e nel mezzo Langdon novello Jason Bourne (anche per i vuoti di memoria) che tenta di impedire il dramma planetario. Tutta la prima parte scandita da visioni sanguinarie e horror (l'inferno in terra per l'appunto) sa di già visto. Howard lo ha ammesso candidamente, quel cinema non fa per lui, non rientra nelle sue corde, ma quello richiedeva lo script e quello lui ha girato. Pare un Resident Evil fatto male, un riciclo zombesco di frattaglie e computer grafica senza cuore. I twist della trama sono troppo rapidi e privi di emozioni, vengono schiaffati in faccia allo spettatore senza tanto girarci intorno. La seconda parte invece è letteralmente solo un action movie, fiacco però e col finale suggestivo per quanto riguarda la location (la Basilica Cisterna di Istanbul) ma tiepido e superficiale per quanto attiene alla costruzione degli eventi e della tensione.

Paradossalmente manca intensità a Inferno, hai voglia a far esplodere tutto e a far urlare le casse col 5.1, non c'è anima, non c'è inventiva, non c'è la magia - artificiale e di plastica quanto volete - che pure nei precedenti capitoli sussisteva. Pure Hanks è un po' imbolsito e deve recitare la parte dello stordito per tutto il tempo. Chiaro che certe illuminazioni improvvise siano poco credibili e molte affermazioni nel film sono del tutto gratuite e sborone, ma quello potrebbe anche passare, è la cifra del franchise sin dall'inizio. Insomma, a conti fatti la trilogia si chiude in maniera deludente. Speriamo che Brown si prenda una pausa creativa o magari si dedichi alla creazione di altri personaggi, altre saghe ed altre ambientazioni (documentandosi meglio possibilmente).

martedì 21 febbraio 2017

Rocky III

Il terzo Rocky a torto o a ragione è stato a lungo tempo considerato uno dei peggiori, perlomeno fino al 1990, quando il quinto capitolo ha dato una diversa fisionomia al franchise del pugile italoamericano. In effetti le fasi sono fondamentalmente tre: 1) quella dei '70, (episodi I e II), che vede la creazione del personaggio e del mito, si parte dal basso, le ragioni sociali sono umili, Rocky è il simbolo dello sconfitto che cerca il riscatto e lo trova per l'incredibile abnegazione e per lo spirito di sacrificio, più che per delle reali qualità sportive e pugilistiche. La rivalsa del piccolo uomo acciaccato dalla società, la cui cornice sono le periferie e i quartieri poveri d'America; 2) l'esplosione parossistica del mito (III e IV), la sua consacrazione in dimensioni super eroistiche, il tutto a colpi di kitsch, glamour, lusso, tecnologia e anabolizzanti; 3) il ritorno ad una dimensione più umile e dimessa (episodi V e VI), che sostituisce la fame di riscatto alla dignità di un tramonto malinconico ma moralmente sempre rigoroso. Rocky III è la chiave di volta dalla prima alla seconda era, e anche per questo ha prestato il fianco alle critiche, oltre ad una sceneggiatura ritenuta debole. Da molto tempo non lo rivedevo, e pigramente mi ero un po' adagiato su questo refrain quando invece, dopo esserci tornato sopra, mi sono reso conto che le cose non stavano affatto così.

I due Rocky degli anni '80 scontano ovviamente il decennio a cui appartengono, il peccato originale di essere tutti muscoli e zero cervello, cinema puramente commerciale contro quella minima vena d'autore che invece altri capitoli della saga avrebbero (perlomeno il I e il VI in modo più marcato di altri). Come per molti film di Stallone, si è evocato lo spauracchio del cinema reaganiano, con tutto l'annesso e connesso metaforico-allegorico (deteriore) che ne consegue. Ora, è fuori di dubbio che Rocky III, ed il suo successore ancor di più, non sia cinema espressionista tedesco, né contenga eco di Kurosawa o Fellini, e che quindi come cinema sostanzialmente commerciale e d'intrattenimento vada inteso; detto ciò, contesto vivamente la sua retrocessione a peggior film della serie (per altro largamente attribuibile allo scialbo Rocky V). Non lo è affatto. Il prodotto è ben girato e confezionato, i suoi meccanismi, semplici, elementari e prevedibili quanto si vuole, sono oliati alla perfezione. Si parte con lo scontro spettacolare con Hulk "Labbra Tonanti" Hogan, che concede una scappatoia grossolana, ipertrofica e un po' cialtrona fuori dai confini della boxe, si prosegue con la sfida lanciata da Cluber Lang (Mr. T) a un Rocky Balboa imborghesito; quindi è il momento della scoperta di una carriera "morbida" e accomodata da parte dell'inseparabile coach Mickey (Burgess Meredith), il quale pare assai acciaccato. E infatti, in concomitanza con il primo incontro di Rocky vs Clubber Lang, ci rimette le penne, sfiancato dall'età e dalla tensione. Rocky, disorientato, viene martirizzato sul ring da un infoiato Lang e vede sgretolarsi ogni certezza e punto fermo della sua vita, prim'ancora che della sua carriera. Ecco predisposto lo schema tipico di Rocky, la dura e faticosa risalita dalla melma all'alloro della gloria. Rocky deve riscattarsi, ancora e sempre, lo fa affidandosi ad un chirurgico Apollo Creed. Ma le motivazioni tardano a venire, perché l'uomo si scopre fragile, spaventato. Il momento più intenso ed emotivamente significativo del film - a mio parere (anche se tutti direbbero la morte di Mickey) - è la chiacchierata sulla spiaggia losangelina con Adrian, compagna eternamente silenziosa e in disparte, che nei momenti cruciali però si dimostra una tigre, e motiva il suo Rocky come nessun altro saprebbe. Rocky è scosso fino alle fondamenta, riacciuffa le redini di una battaglia che stava per perdere e getta il cuore oltre l'ostacolo. Finalmente arrivano gli occhi della tigre, l'unica arma in grado di sconfiggere Clubber Lang.

E' il giorno della rivincita, l'incontro della vita o della morte (come lo era stato quello con Apollo e come sarà poi quello con Drago). Le parti si rovesciano, Lang è satollo del suo titolo, Rocky lo rivuole con la bava alla bocca. E lo otterrà, lottando come un indomabile ed infaticabile mulo, disposto ad incassare millemila colpi senza andare al tappeto, ma anzi caricandosi come una torcia elettrica. Nel mezzo ci sono i Survivor di "Eye Of The Tiger", la statua di Rocky alta 260 cm, donata alla città di Filadelfia e detestata dai critici d'arte, una Talia Shire bellissima, una serie infinita di pantaloncini, stivaletti e guantoni giallo fashion, il flipper di Rocky. La terza avventura dello Stallone italiano è tutto fuorché priva di emozioni maschie, virile ed epiche. Non ha ne vuole avere la sottigliezza della narrazione omerica o virgiliana, è solo cinema americano, sportivo, volitivo, combattivo, adrenalinico, motivazionale. Ecco, per me questo Rocky può tranquillamente stare sullo stesso piano di Ogni Maledetta Domenica quanto a vigore e motivazioni per affrontare una sfida a schiena dritta e pervasi da un entusiasmo irriducibile. Entrano in ballo i sentimenti e il giudizio non può ridursi ad un'analisi meramente estetica, critico-cinematografica o peggio, intellettuale. E' cinema della carne, del sangue che pulsa, della volontà d'acciaio, del crederci sempre, del coraggio. Ed è anche il cinema della mia adolescenza.

lunedì 20 febbraio 2017

La Tarantola Dal Ventre Nero

All'indomani delle piume di cristallo argentiane e del relativo successo raccolto in sala, i gialli zoofili andavano come il pane, un circo Togni di animali sempre connessi a terribili assassini e ammazzamenti spettacolari, in un crescendo di glamour killing che avrebbe portato lo stesso Argento ad innamorarsi perdutamente del profondo rosso e di molti altri colori derivanti dal mondo delle fiabe e dall'eredità di Mario Bava. Tra questi, ad appena un anno di distanza dall'esordio di Argento, ci fu anche La Tarantola Dal Ventre Nero di Paolo Cavara, già aiuto regista (e qualcosa di più) di Jacopetti per i suoi Mondo movies. La Tarantola è un film su commissione, voluto dal produttore Marcello Danon (quello della Da.Na Film) che ne curò anche il soggetto. La sceneggiatura venne affidata a Lucilla Lukas, penna nell'orbita di Tonino Guerra. Il film venne girato in Italia con un cast tecnico italiano, un cast artistico internazionale e soprattutto un respiro e finalità internazionali. L'idea era andare bene anche e soprattutto all'estero, dove per altro il nome di Argento avrebbe conquistato molti consensi ed estimatori.

Un serial killer agisce in città, prende di mira donne belle e piacenti, ma con qualche peccatuccio "morale". Il rituale è sempre lo stesso, la donna viene prima immobilizzata con una tecnica derivata dall'agopuntura, quindi - lucida ma immobilizzata ed impotente - sventrata, alla stessa maniera della vespa con la tarantola, come scientificamente ci viene mostrato durante il film da un entomologo coinvolto nelle indagini. Del caso si oocupa il dolente e stropicciato commissario Tellini (Giancarlo Giannini).  - SPOILER: Con il progredire delle indagini i sospetti convogliano tutti su di un salone di massaggi. La proprietaria, d'accordo con un fotografo, ricattava le sue clienti, tuttavia il vero colpevole è il massaggiatore (finto) cieco, mosso da frustrazioni personali che riversa sulle sue clienti troppo disinibite.

Il progressivo disvelamento dei misteri criminali è certamente una delle molle d'interesse di questo film, unitamente ai contenuti ammiccamenti erotici femminili, al buon cast e alle spettacolari tecniche di uccisione dell'assassino, tuttavia, oltre alla trama prettamente gialla, è meritevole sottolineare l'attenzione che la storia pone sul personaggio del commissario. Giannini dà corpo e anima ad un uomo stanco e nauseato dal suo lavoro e dal male che giocoforza lo compenetra. Più va avanti più Tellini non vuole continuare, dice di non sentirsi "tagliato" per il mestiere, che invece svolge coscienziosamente e con competenza, non lasciando nulla di intentato ed avendo cura ed attenzione per ogni minimo particolare che possa condurre alla scoperta dell'identità del maniaco omicida. Sono sue tutte le intuiszioni, suo il merito della fine della carneficina, anche se rischia di pagarla a caro prezzo. La Tarantola Dal Ventre Nero è un buon film di mestiere, che non inventa nulla ma svolge ottimamente il compito di inserirsi in un solco e valorizzarlo al meglio, secondo gli stilemi ed i cliché previsti dal filone. La risoluzione dell'enigma forse non è brillantissima, soprattutto le motivazioni che spingono l'assassino ad uccidere sono blande e tirate via (oltre che sempre le "solite"), ma a quel punto l'adrenalina è già calata,, il meglio lo abbiamo visto scorrere sullo schermo, ed il nostro bisogno di spavento ed eccitazione è stato soddisfatto.

Notevolissimo il parterre di attrici, dalla Sandrelli a Barbara Bach, da Claudine Auger a Barabara Bouchet, da Annabella Incontrera a Rossella Falk. Accreditata anche una giovane Eleonora Giorgi tra le addette della beauty farm. Tra i maschietti, oltre al commissario, il sottile e sempre ambiguo Eugene Walter, un Silvano Tranquilli in versione vecchio maschio d'antan tutto d'un pezzo, il fotografo corrotto Giancarlo Prete, il massaggiatore cieco Ezio Marano (beato lui, sotto le sue grinfie passa la Bouchet!) e lo scalcinato ma efficace investigatore Catapulta (Ettore Mattia). Un film col baricentro decisamente più femminile (e persino un accenno saffico), anche se le donne sono vittime sacrificali. La Bouchet in particolare venne scelta per il preciso motivo di essersi resa disponibile alle scene di nudo (anche se piuttosto caste), pratica che le italiane sembravano non gradire troppo (perlomeno davanti alla MdP). Citazionistica la scena dell'assassinio tra i manichini dell'atelier (ovviamente Bava) e forse, a suo modo (più ideale che contenutistico) anche quella iniziale, che a me ha fatto venire in mente Barbarella, solo che qui Barbarella è Barbarella Bouchet, mentre lì era Jane Fonda. Un bel clima, musiche di Morricone mai banali ed una scena finale alla Martin Scorsese, con l'ispettore provato e stanco della vita, che si perde come una comparsa nella fiumana di persone tra le vie della città.

lunedì 13 febbraio 2017

Independence Day: Resurgence

Independence Day nel '95 sbancò i botteghini. Non mi è mai sembrato un gran film, ma ebbe il merito di recuperare la visione più manichea e semplicistica degli alieni, quella degli anni '50, da clima della guerra fredda. Gli alieni erano nemici irriducibili, invasori (comunisti) con i quali ogni contatto o trattativa erano tempo perso, loro volevano distruggere noi dovevamo difenderci. Stop. Spazzati via anni e anni di film spilbeghiani con buffi alieni fuffosi disegnati da Rambaldi o creaturine filosofiche venute per portare pace, amore e fratellanza. Via tutto, bisognava tornare a imbracciare il fucile. Un po' mancava questa sensazione di assedio venuto dallo spazio e Emmerich prontamente la recupera. E' un trionfo al botteghino, con almeno una scena iconica che entrerà nella storia del cinema, la Casa Bianca adombrata dalla astronave che vola sulla testa del Presidente Bill Pullman.

20 anni dopo esatti esatti arriva il sequel. Se ne era parlato quasi da subito. Emmerich voleva farlo, alla Fox avevano fatto tira e molla, Will Smith voleva parecchi soldi e poi c'era la faccenda che il regista tedesco voleva girare due sequel collegati. Prima era stato un no, poi un si (all'indomani del successo di Avatar) poi un forse. Infine siamo approdati ad una sceneggiatura senza Smith (che per Emmerich era "assolutamente necessario") e con un primo film che potrebbe preludere ad un terzo capitolo. Conclusivo speriamo. Si perché Independence Day: Resurgence è or-ren-do. Emmerich mi è sempre piaciuto poco. Pur essendo uno che la macchina da presa la sa tenere in mano, nonché uno che gestisce con nonchalance megaiperultra produzioni faraoniche, i suoi film - stringi stringi - mi sono sempre sembrati orizzontali, un dispiego di forze clamoroso che non sa tradursi in una bella storia con bei personaggi e momenti intensi. La montagna partorisce il topolino e l'unica certezza è che hai assistito al dispendio di un sacco ma proprio un sacco di soldi.

Independence Day: Resurgence è cinema playstation all'ennesima potenza. E' un film che dopo mezzora ti sta già annoiando a morte. Non ha la minima costruzione di tensione, tutto è spiattellato in faccia allo spettatore a secchiate. Vuoi effetti speciali? Tie'. Vuoi astronavi? Tie'. Vuoi scene nello spazio? Tie'. Vuoi attori fighi che fanno cose? Tie'. Vuoi super battaglie nei cieli con psiuuun psiuuuun fosforescenti ed esplosioni ovunque, anche a caso? Quante ne vuoi, un chilo, due chili, cinque? Non fare complimenti, accomodati, c'è il 3x2, super offerta fino ad esaurimento scorte. I vari Jeff Goldblum, Bill Pullman, Vivica Fox etc., vengono riesumati dal sarcofago (evidentemente costavano meno di Smith) e circondati di un cast teen sparatissimo con l'intenzione di renderlo la cosa più cool e testosteronica che mente umana abbia mai osato immaginare. Naturalmente risultano solo quella più antipatica e lo fanno in 3...2...1... non saprei trovare un singolo aspetto accattivante di questo film, veramente terribile in tutto. Anche la durata è sfiancante perché quando sei saturo già al primo fotogramma e devi aspettare due lunghissime ore prima che la parata circense si concluda, rischi il blocco intestinale.

Resurgence riesce nella non facile impresa di farmi rivalutare il già noiosetto Independence Day del '96, una passeggiata al confronto. Emmerich trasforma ogni cosa che tocca in una sagra del "tanto al kg", non si pone mai il problema del "come" e del "quale" ma solo del "quanto", e per lui quanto significa tanto. 165 milioni di dollari di budget, un incasso pari a poco più del doppio, non esattamente un trionfo per un film che avrebbe dovuto scoperhiare le sale worldwide, come l'astronave degli alieni sopra la Casa Bianca. Una delle (numerose) dimostrazioni che puoi avere tutti i soldi e i finanziamenti che vuoi, ma se non hai uno straccio di idea (eccetto "riportiamo la gente al cinema sfruttando il primo film") non vai da nessuna parte. Emmerich non sviluppa niente. Anche l'idea della fusione intervenuta tra la tecnologia umana e quella aliena, a seguito dell'incontro/scontro di 20 anni prima, è buttata lì come carne avariata per i maiali. Tutto si traduce in mega cannoni laser e elicotteroni dal design fashion.  Ammazza che minimo sindacale! Roba che Starship Troopers è il Riccardo III. Brutto, insulso, inutile, dialoghi da mentecatti, espressioni da pubblicità del cellulare top di gamma ultimo modello; andiamo spacchiamo, trionfiamo. E siamo fighi. Pessimo.

mercoledì 8 febbraio 2017

L'Amico D'Infanzia

Tra il '93 ed il '96 Pupi Avati rimette in circolo un po' di adrenalina nel suo cinema, sempre più indirizzato verso tenerezze, languori malinconici e nostalgie poetiche. Fatta eccezione per Dichiarazione D'Amore, il regista bolognese mette in fila Magnificat, L'Amico D'Infanzia e L'Arcano Incantatore, tre pellicole molto eterogenee. Medievale, agreste e millenaristica la prima, esoterica e misteriosa l'ultima. Nel mezzo un thriller di estrazione prettamente americana (anche se parte del cast tecnico e artistico è italiano), ovvero L'Amico d'Infanzia. Avati spesso si innamora di questi soggetti apparentemente avulsi dal suo cinema e riesce testardamente e sapientemente a costruirci sopra storie e progetti. Se nessuno vi dicesse che il film è una sua produzione non vi trovereste alcun elemento immediatamente riconducibile alla cifra avatiana.

Siamo tra Chicago (Illinois) e l'Indiana. Un anchorman televisivo si è tolto la vita e il network annaspa per sostituirlo alla conduzione dello show serale in prime time. Il suo posto viene preso da un caro amico del defunto, Arnold Gardner (Jason Robards III), per la verità piuttosto restio ad apparire in video e non esattamente affine alle politiche editoriali aggressive e ciniche dell'emittente. Puntata dopo puntata Gardner conquista il pubblico con un giornalismo pungente e con la schieda dritta. La sua popolarità scatena però anche la bellicosità di uno stalker che sembra provenire dal suo passato e conoscerlo molto bene. - SPOILER: Gardner ha alcuni scheletri nell'armadio e il suo ex compagno di liceo Eddie Greenberg ha una gran voglia di spolverarli e metterli in pubblico. All'epoca del Liceo i due drogarono ed abusarono di una ragazza della quale era infatuato Eddie ma che a sua volta era innamorata di Arnold. A seguito di una gravidanza imprevista, la famiglia della ragazza estorse diversi soldi a Arnold e sostanzialmente costrinse Eddie a sposarla. Tra i due compagni venne stretto un giuramento, Arnold sarebbe andato a Chicago per trovare fortuna e avrebbe poit irato fuori dalle beghe Eddie. Arnold però si volatilizza per 20 anni, fino a quando un ormai malato terminale Eddie lo vede in tv e decide di perseguitarlo per screditarne la reputazione.

L'Amico D'Infanzia è un thriller dove non c'è niente da scoprire, chi fa cosa (e perché) lo scopriamo in tempo reale, senza flashback o colpi di scena nel finale. I personaggi raccontano normalmente i fatti, disinnescando qualsiasi meccanismo thriller e depotenziando ogni elemento di tensione eventualmente presente nel film. E' evidente come ad Avati non interessi quel tipo di impostazione, quanto piuttosto se ne serva, la lambisca, per raccontare altro, una vicenda drammatica, dove il punto nevralgico è il riaffiorare dal passato di eventi sepolti e affatto graditi. In questo senso il film funziona, ovvero inteso come una gigantesca macchina del fango un po' kafkiana in cui progressivamente il protagonista rimane invischiato ed oer colpa della quale infine si vede costretto a capitolare. Quanto accaduto nel suo passato mette in discussione i suoi affetti familiari, il suo lavoro, la sua figura pubblica; in sostanza la sua intera vita. Arnold Gardner non è un eroe, non è un uomo qualunque, non è una figura positiva. E' scorbutico, ambiguo e col prosieguo della storia appare chiaro come sia anche moralmente poco limpido. Avati ci risparmia l'uomo buono, è quasi più facile empatizzare con il persecutore che con la vittima, tuttavia il nodo scorsoio che passo dopo passo gli stringe il collo rimane asfittico e angosciante, anche se rivolto ad una persona non proprio esemplare.

La regia ha un sapore un po' televisivo, vuoi perché magari Chicago non era l'Emilia che Avati conosce a menadito e nella quale si sente indubbiamente assai più a suo agio, vuoi perché il registro del thriller puro nemmeno gli è congeniale (Avati sfrutta pochissimo il discorso dei Media, che lo avrebbe potuto portare nella dirazione di un Quinto Potere, per dire), vuoi anche perché tutti gli anni '80 televisivi ci hanno abituato a talmente tante serie poliziesche che pensare di essere dentro una tv anziché tra i fotogrammi di una pellicola è un attimo. Non ci sono guizzi paerticolari nel girato, tutto molto ordinato, regolare, formale, a tratti un po' freddo e asettico. La mano di Avati però è quella di uno che i film li sa fare e dunque non si arriva al termine dei 100 minuti con una gran fatica. Bruttina la locandina.

lunedì 6 febbraio 2017

Rapporto Di Un Regista Su Alcune Giovani Attrici

Rapporto Di Un Regista Su Alcune Giovani Attrici  fin dal titolo riecheggia film di genere come Rivelazioni Di Un Maniaco Sessuale Al Capo Della Squadra Mobile, Rivelazioni Di uno Psichiatra Sul Mondo Perverso Del Sesso, Rivelazioni Di Un'Evasa Da Un Carcere Femminile Tutte "rivelazioni" quelle, d'accordo, e anche pesantemente allusive, tuttavia Fratter credo conosca e bene quel tipo di pellicole e si sarà certamente divertito a citarle, seppur in modo tangente e subliminale. Un po' tutto il suo film del resto pare un gioco di metacinema. Sono tantissime le scene in cui si vedono locandine e manifesti cinematografici; tutte quelle ambientate negli uffici della rivista di cinema diretta da Paola (Inga Sempel), oltre al consueto Nocturno in bella vista sui tavolini (e relativi cameo redazionali). Poi c'è l'abbigliamento da cowboy che Antonio estrae dall'armadio, o i suoi cortometraggi didattici nei quali le scazzottate hanno i suoni tipici dei film dei gringos o di Bud Spencer e Terence Hill. Fratter cita anche se stesso, mettendo tra le altre locandine pure le sue. E nella storia il suo ruolo è quello di Antonio, un regista in crisi creativa. Perché in crisi? Perché dopo una prima parte di carriera come "autore" di film impegnati adesso Antonio vuole provare la via del trash, vuole sperimentarsi ad un livello più commerciale, anche e soprattutto per dimostrare al pubblico (e ai critici) che la sua versatilità non teme di misurarsi  con quel cinema che dice di aver sempre disprezzato, quello che non serve unicamente ad andare a qualche festival d'essai bensì a riempire le sale (o le videoteche) e a strappare applausi e consensi a scena aperta.

E qui Fratter gioca come al gatto col topo; eh si perché lui nella realtà va facendo il percorso opposto e contrario. Nato come estimatore e profondo conoscitore del genere western, amante del cinema "stracult" dei decenni passati, cineasta indipendente dedito massicciamente al filone thriller-horror tra il 1998 ed il 2007, proprio con Rapporto Di Un Regista Su Alcune Giovani Attrici si cimenta con "altro", non dirigendo un film propriamente e chirurgicamente "d'autore" (perlomeno non nell'accezione più snobistica e pretenziosa del termine), ma certo virando su tematiche di maggior analisi ed introspezione psicologica e sentimentale, con un occhio attento alle dinamiche relazionali tra i personaggi, tra il sesso maschile e quello femminile, tra ambienti diversi di provenienza. E così la crisi di Antonio nel film riflette, magari un po' ludicamente (ridendosela sotto i baffi), la metamorfosi di Fratter nella realtà. I lavori successivi a Rapporto saranno infatti di estrazione assai distante dall'horror, ovvero commedie, drammi e un po' di erotismo (trasversale alle sue produzioni, per la verità).

Antonio è un fortino assediato da tre donne, la sua ex moglie Paola, interessata a usare la sua professionalità per un'iniziativa editoriale del giornale che lei dirige, la sua amica sceneggiatrice Tosca (Roberta Spartà), interessata a far dirigere il suo film a Antonio, la figlia di una sua antica fiamma Mara (Jill Campbell), procace lolitina interessata a ricevere qualche aiutino per sfondare nel mondo del cinema. Come se non bastasse, Antonio ha appena scoperto il tradimento (omosessuale) di sua moglie - altro dejavu che trova sponda nel film, come in un gioco di scatole cinesi e incessanti rimandi, quando Tosca gli propone di inserire un elemento di amore omosessuale nella sceneggiatura che Fratter dovrebbe dirigere - sorpresa a letto sul più bello. Ogni tre giorni Fratter incontra una studentessa di cinema a cui tiene lezioni private, e spesso e volentieri visiona provini di attrici tra le quali non mancano quelle "disposte a tutto" pur di avere successo. Antonio insomma capisce rapidamente che chiunque vuole qualcosa da lui, come dice Paola "non si fa mai niente per niente". E Antonio non sembra attrezzatissimo per respingere tutte le avances, a qualcuna cede, a qualcuna rischia di cedere, a qualcuna resiste stoicamente. Tuttavia tutte queste "crisi" esistenziali turbano il suo lavoro, rimettendolo continuamente in discussione; prova ne sia che per più volte Antonio torna sopra il soggetto ed il genere del film che vuole produrre. Dapprima pensa di mutuare alcuni suoi servizi documentaristici in un lungometraggio, poi si orienta sul western, quindi sull'erotico, infine approda al porno conclamato (tre punti esclamativi), quasi come rivalsa per quello che gli sta accadendo intorno. Degna conclusione della storia, il cedimento anche alla studentessa, l'unica con la quale per tutto il film aveva coltivato un rapporto tutto sommato formale e professionale.

Come al solito, si rivedono facce note del cinema fratteriano, in una girandola di attori che si avvicendano davanti alla sua macchina da presa. Non mi ha soddisfatto molto il doppiaggio. Mi ero abituato alla voce naturale di Fratter, mentre qui viene doppiato da uno stentoreo maschio alfa che non mi aspettavo. Così come il resto del cast (in stragrande maggioranza attrici) è chiaramente doppiato. Intensi i ruoli delle tre co-protagoniste femminili, bella e seducente la Sempel, generosa e burrosa la Spartà, peperina e un po' eccessiva (come richiedeva il personaggio) la Campbell. Non sempre ottimale la costruzione delle luci o dell'inquadratura, ma è chiaro che i potenti mezzi finanziari di Hollywood non presiedevano alla realizzazione di un film indipendente come questo. Fratter bilancia come può, con qualche invenzione estemporanea di "video arte" (lo dice pure Antonio nel film), ovvero qualche elemento di raccordo tra una scena e l'altra, penso ad esempio al "rumore" bluastro che inframezza alcuni fotogrammi, oppure penso agli spari in chiave "western" che sottolineano delle scene "tematiche" e simboliche sul finale. Momenti di rottura e sospensione della "sospensione dell'incredulità" che dovrebbero scuotere lo spettatore, facendolo transitare ripetutamente dalla narrazione (fiiction) al documentario (realtà) e viceversa, si vedano ad esempio anche i provini della attrici, che sembrano quasi provini veri insertati nel film in stile appunto "cronachistico".

domenica 5 febbraio 2017

I Guerrieri Dell'Anno 2072

Il poliedrico e instancabile Lucio Fulci nel 1964 si avvenura in una sorta di peplum rivisitato in chiave fantascientifica. In una manciata di anni il regista mette in fila horror, fantasy, thriller, erotici, insomma un percorso tipiamente fulciano, nulla di cui stupirsi. E' il 1984 (un anno significativo per l'immaginario distopico) ma noi siamo nel 2027, a Roma, in pieno impero, quello della WBasic che tesse e disfa i destini dei telespettatori, sinonimo di cittadini. Fulci non si limita a proiettare in avanti una vicenda "classica" come quella che vede contrapposti dei gladiatori al Potere tiranno, ma butta nel calderone varie suggestioni. Non può naturalmente mancare l'horror, derivante da un'ambientazione molto buia ed opprimente e da qualche uccisione "forte"; ci sono elementi action, confinati alle scene di "motocross", gli inseguimenti e le lotte nella New Coliseum Arena; e c'è la fantascienza con flash che rimandano a Rollerball, Arancia Meccanica (volendo anche Spartacus e volendo anche 2001: Odissea Nello Spazio), 1997: Fuga Da New York, Quinto Potere, L'Implacabile (successivo a 2072 ma tratto da un romanzo di Stephen King dell'82). Tutte pellicole che condividono una idea disturbante e asfittica di futuro. Fulci ha sempre detto che non stava rifacendosi a quei film, perlomeno non consapevolmente, ma il soggetto non era suo e nella sceneggiatura le teste pensanti furono ben 5 (Briganti, Dardano, Sacchetti e Frugoni, oltre lui). Dunque pare difficile immaginare che nessuno abbia realizzato che molti spunti provenivano da altri autori.

Il totalitarismo di un network televisivo, la sua esistenza e amministrazione pari a quella di un regime politico oscurantista, le riprese esclusivamente in notturna della città, i giochi circensi per soddisfare le folle, i concorrenti prelevati in modo coatto dalle carceri, la formula "vivere e o morire", il condizionamento delle menti e dei ricordi, la banda di assassini canterini (o meglio, fischiettanti), l'ossessione dello share televisivo, non sono pochi gli elementi che rimandano altrove, al cinema dei Jewison, dei Kubrick, dei Carpenter, dei Lumet. E allo stesso tempo questa ricchezza e versatilità tematica consente a Fulci di non limitare al perimetro della pura fantascienza da intrattentimento il suo film. Tanto estro enciclopedico permette anche di bypassare la pochezza dei mezzi finanziari e realizzativi, nonostante i quali Fulci confeziona ugualmente un prodotto assolutamente dignitoso. Fatti salvi magari i raggi verdi immobilizzatori, un po' pacchiani, e il comparto sonoro di effetti, quasi sempre dozzinali e improbabili, l'aspetto visivo di I Guerrieri Dell'Anno 2072 è tutto sommato soddisfacente considerando che siamo nel recinto del cinema (povero) di genere italiano dei primi anni '80.

Il cast è decisamente interessante, Jared Martin si assume le veci del James Caan della situzione, supportato da uno stuolo di caratteristi di prim'ordine, facce conosciutissime al pubblico italiano: Fred Williamson (il nero), Howard Ross (con una buffa uniforme corredata di un enorme cappellone degno Spaceballs), Claudio Cassinelli (con una zazzera inguardabile), Al Cliver (la scena della elettrocuzione è notevole), Hal Yamanouchi (stavolta mongolo). C'è poi Eleonora Brigliadori, con una parrucchetta a caschetto biondo. Fa un certo effetto vederla in una simile produzione (ma del resto questi film riservavano spesso sorprese del genere, si pensi alla Kanakis di 2019 di Martino); non solo la Brigliadori di oggi è (tristemente) lontana da simili orizzonti, ma anche limitandosi alla sua carriera di attrice, dopo il suo esordio proprio con Fulci, passerà sostanzialmente alle commedie (con l'eccezione dell'erotico La Cintura). Era bella la Brigliadori, peccato che tutto il resto non funzionasse.

Non mi sono piaciute granché le scene di azione, sembrano girate un po' svogliatamente, sono qualunque, anonime, prevedibili, prive di reale adrenalina, né vi è qualche trovata genialoide (a parte l'uso sapiente delle luci). Fulci risolve tutto in modo sbrigativo. Evidente quanto poco gli interessasse questo aspetto, a fronte dei contenuti distopici e delle intuizioni "artigianali" (le tante belle parentesi dutante la prigionia dei gladiatori, le scene degli allenamenti e dei tentativi di condizionamento psicologico). Curiosa anche la contrapposizione tra futuro e presente romano. Penso ad esempio a quando la Brigliadori trova il suo ex professore di Stanford confinato in una chiesa, con tanto di santini, madonne e impalcature. Pure il finale è molto tirato via, però è interessante l'interpretazione del ruolo dei computer nel mondo degli umani. Colonna sonora pomposa di Riz Ortolani. I Guerrieri Dell'Anno 2072 è un film molto divertente e pieno di spunti; in un ideale percorso del post atomico all'italiana occupa certamente un suo posto preminente.

mercoledì 1 febbraio 2017

Sono Tutte Stupende le Mie Amiche

Come promesso, approfondisco progressivamente l'opera di Fratter; nello stesso anno di Femminilità (In)corporea, dunque il 2012, il filmaker bergamasco produce anche Sono Tutte Stupende le Mie Amiche, di taglio e genere completamente diverso. La speculazione onirica e l'intensità emotiva del primo lasciano il passo (o lo seguono, poiché credo che la sequenza cronologica sia inversa a quella da me scritta) ad un registro leggero e rilassato, tutto appannaggio di una commedia dai sapori frizzanti, un po' piccanti, il cui intento è divertire ed intrattenere lo spettatore senza elucubrazioni troppo vertiginose sull'esistenza e le sue leggi immanenti (o continuare a farlo ma da tutt'altra angolazione). Anche qui Fratter si circonda  quasi esclusivamente di partner femminili, elevate all'ennesima potenza poiché il suo Dario è sostanzialmente un pianeta in una galassia di donne, le più diverse, disparate, complicate, ingestibili.

La storia è quella del professor Fratter/Dario che coltiva un rapporto "elastico" con la lunatica e bisbetica Cristiana (Liana Volpi). La loro conoscenza data fin dalla gioventù, non si sono mai persi di vista ma più che di un'amicizia bisognerebbe parlare di un conflitto a fuoco perennemente in atto. I due si attraggono reciprocamente ma non concludono mai e tuttavia sono gelosi l'uno dell'altra. Non solo, i rispettivi rapporti sentimentali ne risentono, poiché l'ombra di quella amicizia "particolare" incombe sempre sul malcapitato/a di turno il quale, inconsapevole, prova ingenuamente ad instaurare un legame affettivo. I pantaloni tra i due li porta Cristiana, donna fortissima, anticonformista, e un po' prevaricatrice. I pantaloni in senso figurato, poiché è già grassa se Cristiana indossa una gonna (o un reggiseno). Le sue scollature sono sempre generosissime - Madre Natura non si è risparmiata - il suo aspetto è costantemente provocante, scollacciato, sexy per definizione. Cristiana si prende ciò che vuole, sempre, persino in presenza di Dario, persino quando è ospite in casa sua, senza riguardi né remore. Sono diversi i siparietti in cui il pover'uomo si vede costretto alla ritirata perché un qualche energumeno giace con Cristiana nel suo letto o sul suo divano, suo malgrado.

Una relazione così complicata e battagliera genera naturalmente situazioni paradossali e grottesche. Anche perché Cristiana si è messa in testa di trovare una compagna per Dario e quest'ultimo, soggiogato, si lascia incomprensibilmente guidare in questo labirinto di malizia. Fioccano di continuo numeri telefonici ai quali fanno seguito improbabili appuntamenti ai quali Dario conosce donne con cui immancabilmente non conclude alcunché. Necrofile innamorate dei cimiteri (cameo di Anna Palco), esose che lo interrogano immediatamente sulla sua situazione finanziaria, polacche ansiogenene e logorroiche, ragazzine debosciate e volgarotte (Giulia Marzulli), etc. Anche laddove il professore si imbatte in possibili candidate papabili (una modella bionda o una sua collega docente) il "matrimonio" non si combina, vuoi perché è lo stesso Dario a rovinare l'idilio, vuoi perché Cristiana si mette di mezzo. Nessuno dei due in fondo desidera veramente che una unione dell'altro si compia, alltrimenti si rovinerebbe il meccanismo perverso che li ha portati a giocare sin qui, quel prendi e lascia, batti e ribatti che li ha impegnati da sempre ed al quale evidentemente sono segretamente affezionati.

A questa tenzone amorosa fanno da contraltare alcune scene che vedono Liana Volpi ripresa dal vero mentre interpreta una canzone in uno studio di registrazione. Cristiana è un'aspirante cantante nel film ed anche la Volpi, a quanto leggo, coltiva la stessa passione. Oltre ciò, non si può soprassedere sulle numerosissime parentesi che vedono la Volpi sfoggiare micro lingerie ai limiti del consentito o veri e propri balletti erotici sui quali - comprensibilmente - Fratter si sofferma ampiamente dietro la MdP. Veramente statuaria la Volpi, il cui magnetismo "animale" (detto in senso buono) si proietta su tutta la pellicola, riuscendo con vigore a reggere sulle proprie spalle un ruolo da protagonista. Il film è incorniciato da un'apertura ed una chiusa metacinematografiche, nelle quali è la stessa Cristiana a rivolgersi direttamente allo spettatore, dapprima presentando le vicende, poi concludendole e ipotizzando dei possibili finali, una trovata originale che rende ancora più estrosa e dinamica la sceneggiatura. Da qualche parte ho letto di presunte citazioni di Almodovar a proposito di Sono Tutte Stupende le Mie Amiche, e può anche essere, ma a me è venuto piuttosto in mente Tinto Brass, che in queste geometrie variabili e licenziose ci sguazzerebbe come un ragazzino in un negozio di caramelle dolci e profumate.

martedì 31 gennaio 2017

Femminilità (In)corporea

Roger A. Fratter lo sto imparando a conoscere con relativo ritardo. La sua filmografia è già piuttosto estesa e Femminilità (In)corporea è la sua penultima produzione in ordine di tempo, tuttavia sto recuperando il tempo perduto, recuperando contestualmente anche i dvd dei suoi film (pur se con qualche difficoltà). Il suo website lo definisce "un regista amico dei filmakers"; bergamasco, classe 1968, attratto dal cinema e dal video fin da bambino, lavora in una tv dove si forma come montatore, è appassionato di western, realizza una infinità di cortometraggi e nel '97 arriva al suo primo lungometraggio. I suoi riferimenti sono Leone, Zulawski, Antonioni, Pasolini, Petri ed il cinema di genere declinato nei vari Fulci, Castellari, Canevari, Di Leo, etc. (su alcuni di questi ha prodotto anche dei documentari). Ha un forte legame con Nocturno, rivista per la quale scrive alcuni dossier sul genere western (ma che non gli risparmiano critiche negative ad alcune sue produzioni da parte del magazine).

La via al cinema di Fratter è quella di un autore indipendente e soprattutto autarchico, in grado di vivere e sopravvivere del proprio ecosistema. Oltre ad essere autore, sceneggiatore, regista, montatore e protagonista delle proprie storie, Fratter si circonda sempre dello stesso cast artistico, al quale di volta in volta affida le diverse parti in commedia. Seguendo dunque la sua produzione, titolo dopo titolo, si comincia a familiarizzare con quelle facce (e quei corpi), scoprendole ogni volta impegnate in ruoli diversi tra loro (o forse neanche tanto). Una sorta di comune applicata ad un teatro itinerarnte che racconta storie. Leggendo di Fratter e scorrendo i suoi lavori, appare evidente come il regista abbia per una buona metà di carriera (almeno sin qui) frequentato il cinema exploitation thriller e horror, sulle orme dei maestri dei cosiddetti b-movies nostrani degli anni '70 e '80. Il giallo rosa, ovvero quella commistione di nero (cronaca), rosso (sangue) e rosa (sentimenti e financo erotismo) che aveva costituito la formula vincente del cinema schietto e commerciale molto caro anche a Nocturno.

Femminilità (In)corporea appartiene alla produzione recente di Fratter (2012), nella quale il regista sperimenta altre strade, pur mantenendo una liaison con quanto fatto in passato. Ritroviamo gli attori, ma soprattutto le attrici dei suoi film, e sopravvive quello spirito intrinseco di cinema di genere che permea la "scuola Fratter". La storia è più metafisica del solito, con un povero Cristo, Raffaele (Fratter), stretto nella morsa della routine, della quotidianità e delle abitudini (tra queste rientrano anche la moglie Paola/Anna Palco e l'amante Greta/Monika Malinowska) che cerca un riscatto intellettuale e spirituale nell'arte, a tal punto da crearsi una donna immaginaria ricavandola da una tela, un'amante sublimata (Rachel Rose Wood) mediante la quale prendersi le sue rivincite sulla soffocante realtà oramai priva di stimoli.

Il tono della narrazione è drammatico, seppur con sporadiche aperture alla commedia e all'erotismo. Quest'ultima sfumatura è perlopiù garantita dal parterre di attrici (e da qualche momento d'amore); si perché Fratter non se le è scelte proprio proprio anonime. Non tanto per una questione di celebrità, quanto per la fisicità che non passa inosservata. E questo - per quanto ho potuto vedere sin qui - è un trademark del regista lombardo; difficilmente le sue attrici hanno l'aspetto di normali casalinghe o di una Margherita Buy qualsiasi, per dire. L'accento sulla sensualità, sulla voluttà e sulla carnalità delle sue muse è sempre fortemente pronunciato. Questo da una parte irretisce lo spettatore (ovviamente maschio) dall'altra però presenta l'insidia di distrarre e allontanare dall'essenza vera della storia. Impossibile ad esempio guardare le scene con Anna Palco senza indugiare sul suo seno, così come le mise delle varie Malinowska, Giulia Marzulli (Gianna, la figlia di Fratter nel film), della Wood (quasi mai vestita per la verità) e della stessa Palco (gran profluvio di lingerie) sono sempre piuttosto ammiccanti, aggressive, erotizzanti, glamour e mai "casual". A conti fatti, rimane da capire se questo sia un vantaggio o uno svantaggio del film, ma indubbiamente è una cifra stilistica acclarata di Fratter.

Femminilità (In)corporea incuriosisce per certi versi, lascia più perplessi per altri. Il tema è ostico, soprattutto perché affrontato con un piglio un po' onirico, filosofico, volutamente sui generis e simbolico. Insomma impegnativo. Non sempre è chiarissimo come dipanare il senso della scena ed il modo in cui si raccorda (o si sovrappone) a quella che la precede. Noin aiutano alcuni tempi morti della recitazione, che magari intendono dilatare istanti spazio-temporali alla maniera di un Antognoni, ma che in una produzione indipendente a basso budget e senza premi Oscar davanti alla MdP finiscono col tradursi in acerbità ed ingenuità. Il film procede a fasi e strattoni, in alcuni punti arranca in altri decolla, anche se nel complesso si lascia seguire piacevolmente e, se non altro, porta con sé un senso di freschezza e "novità" che di certo manca al nostro cinema attuale affogato di film tutti uguali. Molto accattivanti le riprese notturne di Bergamo, sempre sul filo dell'inquietudine e di una quarta dimensione segreta e non detta. E' il mondo delle ombre e delle presenze ultraterrene che del resto popolano anche la storia e soprattutto la mente (o la realtà) di Raffaele. Meno allettanti le musiche, nota dolente delle produzioni di Fratter per quanto visto (e sentito) fin qui. Ma, come detto, sono un neofita dell'autore, dunque avrò modo di approfondire proseguendo nelle visioni.