martedì 21 febbraio 2017

Rocky III

Il terzo Rocky a torto o a ragione è stato a lungo tempo considerato uno dei peggiori, perlomeno fino al 1990, quando il quinto capitolo ha dato una diversa fisionomia al franchise del pugile italoamericano. In effetti le fasi sono fondamentalmente tre: 1) quella dei '70, (episodi I e II), che vede la creazione del personaggio e del mito, si parte dal basso, le ragioni sociali sono umili, Rocky è il simbolo dello sconfitto che cerca il riscatto e lo trova per l'incredibile abnegazione e per lo spirito di sacrificio, più che per delle reali qualità sportive e pugilistiche. La rivalsa del piccolo uomo acciaccato dalla società, la cui cornice sono le periferie e i quartieri poveri d'America; 2) l'esplosione parossistica del mito (III e IV), la sua consacrazione in dimensioni super eroistiche, il tutto a colpi di kitsch, glamour, lusso, tecnologia e anabolizzanti; 3) il ritorno ad una dimensione più umile e dimessa (episodi V e VI), che sostituisce la fame di riscatto alla dignità di un tramonto malinconico ma moralmente sempre rigoroso. Rocky III è la chiave di volta dalla prima alla seconda era, e anche per questo ha prestato il fianco alle critiche, oltre ad una sceneggiatura ritenuta debole. Da molto tempo non lo rivedevo, e pigramente mi ero un po' adagiato su questo refrain quando invece, dopo esserci tornato sopra, mi sono reso conto che le cose non stavano affatto così.

I due Rocky degli anni '80 scontano ovviamente il decennio a cui appartengono, il peccato originale di essere tutti muscoli e zero cervello, cinema puramente commerciale contro quella minima vena d'autore che invece altri capitoli della saga avrebbero (perlomeno il I e il VI in modo più marcato di altri). Come per molti film di Stallone, si è evocato lo spauracchio del cinema reaganiano, con tutto l'annesso e connesso metaforico-allegorico (deteriore) che ne consegue. Ora, è fuori di dubbio che Rocky III, ed il suo successore ancor di più, non sia cinema espressionista tedesco, né contenga eco di Kurosawa o Fellini, e che quindi come cinema sostanzialmente commerciale e d'intrattenimento vada inteso; detto ciò, contesto vivamente la sua retrocessione a peggior film della serie (per altro largamente attribuibile allo scialbo Rocky V). Non lo è affatto. Il prodotto è ben girato e confezionato, i suoi meccanismi, semplici, elementari e prevedibili quanto si vuole, sono oliati alla perfezione. Si parte con lo scontro spettacolare con Hulk "Labbra Tonanti" Hogan, che concede una scappatoia grossolana, ipertrofica e un po' cialtrona fuori dai confini della boxe, si prosegue con la sfida lanciata da Cluber Lang (Mr. T) a un Rocky Balboa imborghesito; quindi è il momento della scoperta di una carriera "morbida" e accomodata da parte dell'inseparabile coach Mickey (Burgess Meredith), il quale pare assai acciaccato. E infatti, in concomitanza con il primo incontro di Rocky vs Clubber Lang, ci rimette le penne, sfiancato dall'età e dalla tensione. Rocky, disorientato, viene martirizzato sul ring da un infoiato Lang e vede sgretolarsi ogni certezza e punto fermo della sua vita, prim'ancora che della sua carriera. Ecco predisposto lo schema tipico di Rocky, la dura e faticosa risalita dalla melma all'alloro della gloria. Rocky deve riscattarsi, ancora e sempre, lo fa affidandosi ad un chirurgico Apollo Creed. Ma le motivazioni tardano a venire, perché l'uomo si scopre fragile, spaventato. Il momento più intenso ed emotivamente significativo del film - a mio parere (anche se tutti direbbero la morte di Mickey) - è la chiacchierata sulla spiaggia losangelina con Adrian, compagna eternamente silenziosa e in disparte, che nei momenti cruciali però si dimostra una tigre, e motiva il suo Rocky come nessun altro saprebbe. Rocky è scosso fino alle fondamenta, riacciuffa le redini di una battaglia che stava per perdere e getta il cuore oltre l'ostacolo. Finalmente arrivano gli occhi della tigre, l'unica arma in grado di sconfiggere Clubber Lang.

E' il giorno della rivincita, l'incontro della vita o della morte (come lo era stato quello con Apollo e come sarà poi quello con Drago). Le parti si rovesciano, Lang è satollo del suo titolo, Rocky lo rivuole con la bava alla bocca. E lo otterrà, lottando come un indomabile ed infaticabile mulo, disposto ad incassare millemila colpi senza andare al tappeto, ma anzi caricandosi come una torcia elettrica. Nel mezzo ci sono i Survivor di "Eye Of The Tiger", la statua di Rocky alta 260 cm, donata alla città di Filadelfia e detestata dai critici d'arte, una Talia Shire bellissima, una serie infinita di pantaloncini, stivaletti e guantoni giallo fashion, il flipper di Rocky. La terza avventura dello Stallone italiano è tutto fuorché priva di emozioni maschie, virile ed epiche. Non ha ne vuole avere la sottigliezza della narrazione omerica o virgiliana, è solo cinema americano, sportivo, volitivo, combattivo, adrenalinico, motivazionale. Ecco, per me questo Rocky può tranquillamente stare sullo stesso piano di Ogni Maledetta Domenica quanto a vigore e motivazioni per affrontare una sfida a schiena dritta e pervasi da un entusiasmo irriducibile. Entrano in ballo i sentimenti e il giudizio non può ridursi ad un'analisi meramente estetica, critico-cinematografica o peggio, intellettuale. E' cinema della carne, del sangue che pulsa, della volontà d'acciaio, del crederci sempre, del coraggio. Ed è anche il cinema della mia adolescenza.

lunedì 20 febbraio 2017

La Tarantola Dal Ventre Nero

All'indomani delle piume di cristallo argentiane e del relativo successo raccolto in sala, i gialli zoofili andavano come il pane, un circo Togni di animali sempre connessi a terribili assassini e ammazzamenti spettacolari, in un crescendo di glamour killing che avrebbe portato lo stesso Argento ad innamorarsi perdutamente del profondo rosso e di molti altri colori derivanti dal mondo delle fiabe e dall'eredità di Mario Bava. Tra questi, ad appena un anno di distanza dall'esordio di Argento, ci fu anche La Tarantola Dal Ventre Nero di Paolo Cavara, già aiuto regista (e qualcosa di più) di Jacopetti per i suoi Mondo movies. La Tarantola è un film su commissione, voluto dal produttore Marcello Danon (quello della Da.Na Film) che ne curò anche il soggetto. La sceneggiatura venne affidata a Lucilla Lukas, penna nell'orbita di Tonino Guerra. Il film venne girato in Italia con un cast tecnico italiano, un cast artistico internazionale e soprattutto un respiro e finalità internazionali. L'idea era andare bene anche e soprattutto all'estero, dove per altro il nome di Argento avrebbe conquistato molti consensi ed estimatori.

Un serial killer agisce in città, prende di mira donne belle e piacenti, ma con qualche peccatuccio "morale". Il rituale è sempre lo stesso, la donna viene prima immobilizzata con una tecnica derivata dall'agopuntura, quindi - lucida ma immobilizzata ed impotente - sventrata, alla stessa maniera della vespa con la tarantola, come scientificamente ci viene mostrato durante il film da un entomologo coinvolto nelle indagini. Del caso si oocupa il dolente e stropicciato commissario Tellini (Giancarlo Giannini).  - SPOILER: Con il progredire delle indagini i sospetti convogliano tutti su di un salone di massaggi. La proprietaria, d'accordo con un fotografo, ricattava le sue clienti, tuttavia il vero colpevole è il massaggiatore (finto) cieco, mosso da frustrazioni personali che riversa sulle sue clienti troppo disinibite.

Il progressivo disvelamento dei misteri criminali è certamente una delle molle d'interesse di questo film, unitamente ai contenuti ammiccamenti erotici femminili, al buon cast e alle spettacolari tecniche di uccisione dell'assassino, tuttavia, oltre alla trama prettamente gialla, è meritevole sottolineare l'attenzione che la storia pone sul personaggio del commissario. Giannini dà corpo e anima ad un uomo stanco e nauseato dal suo lavoro e dal male che giocoforza lo compenetra. Più va avanti più Tellini non vuole continuare, dice di non sentirsi "tagliato" per il mestiere, che invece svolge coscienziosamente e con competenza, non lasciando nulla di intentato ed avendo cura ed attenzione per ogni minimo particolare che possa condurre alla scoperta dell'identità del maniaco omicida. Sono sue tutte le intuiszioni, suo il merito della fine della carneficina, anche se rischia di pagarla a caro prezzo. La Tarantola Dal Ventre Nero è un buon film di mestiere, che non inventa nulla ma svolge ottimamente il compito di inserirsi in un solco e valorizzarlo al meglio, secondo gli stilemi ed i cliché previsti dal filone. La risoluzione dell'enigma forse non è brillantissima, soprattutto le motivazioni che spingono l'assassino ad uccidere sono blande e tirate via (oltre che sempre le "solite"), ma a quel punto l'adrenalina è già calata,, il meglio lo abbiamo visto scorrere sullo schermo, ed il nostro bisogno di spavento ed eccitazione è stato soddisfatto.

Notevolissimo il parterre di attrici, dalla Sandrelli a Barbara Bach, da Claudine Auger a Barabara Bouchet, da Annabella Incontrera a Rossella Falk. Accreditata anche una giovane Eleonora Giorgi tra le addette della beauty farm. Tra i maschietti, oltre al commissario, il sottile e sempre ambiguo Eugene Walter, un Silvano Tranquilli in versione vecchio maschio d'antan tutto d'un pezzo, il fotografo corrotto Giancarlo Prete, il massaggiatore cieco Ezio Marano (beato lui, sotto le sue grinfie passa la Bouchet!) e lo scalcinato ma efficace investigatore Catapulta (Ettore Mattia). Un film col baricentro decisamente più femminile (e persino un accenno saffico), anche se le donne sono vittime sacrificali. La Bouchet in particolare venne scelta per il preciso motivo di essersi resa disponibile alle scene di nudo (anche se piuttosto caste), pratica che le italiane sembravano non gradire troppo (perlomeno davanti alla MdP). Citazionistica la scena dell'assassinio tra i manichini dell'atelier (ovviamente Bava) e forse, a suo modo (più ideale che contenutistico) anche quella iniziale, che a me ha fatto venire in mente Barbarella, solo che qui Barbarella è Barbarella Bouchet, mentre lì era Jane Fonda. Un bel clima, musiche di Morricone mai banali ed una scena finale alla Martin Scorsese, con l'ispettore provato e stanco della vita, che si perde come una comparsa nella fiumana di persone tra le vie della città.

lunedì 13 febbraio 2017

Independence Day: Resurgence

Independence Day nel '95 sbancò i botteghini. Non mi è mai sembrato un gran film, ma ebbe il merito di recuperare la visione più manichea e semplicistica degli alieni, quella degli anni '50, da clima della guerra fredda. Gli alieni erano nemici irriducibili, invasori (comunisti) con i quali ogni contatto o trattativa erano tempo perso, loro volevano distruggere noi dovevamo difenderci. Stop. Spazzati via anni e anni di film spilbeghiani con buffi alieni fuffosi disegnati da Rambaldi o creaturine filosofiche venute per portare pace, amore e fratellanza. Via tutto, bisognava tornare a imbracciare il fucile. Un po' mancava questa sensazione di assedio venuto dallo spazio e Emmerich prontamente la recupera. E' un trionfo al botteghino, con almeno una scena iconica che entrerà nella storia del cinema, la Casa Bianca adombrata dalla astronave che vola sulla testa del Presidente Bill Pullman.

20 anni dopo esatti esatti arriva il sequel. Se ne era parlato quasi da subito. Emmerich voleva farlo, alla Fox avevano fatto tira e molla, Will Smith voleva parecchi soldi e poi c'era la faccenda che il regista tedesco voleva girare due sequel collegati. Prima era stato un no, poi un si (all'indomani del successo di Avatar) poi un forse. Infine siamo approdati ad una sceneggiatura senza Smith (che per Emmerich era "assolutamente necessario") e con un primo film che potrebbe preludere ad un terzo capitolo. Conclusivo speriamo. Si perché Independence Day: Resurgence è or-ren-do. Emmerich mi è sempre piaciuto poco. Pur essendo uno che la macchina da presa la sa tenere in mano, nonché uno che gestisce con nonchalance megaiperultra produzioni faraoniche, i suoi film - stringi stringi - mi sono sempre sembrati orizzontali, un dispiego di forze clamoroso che non sa tradursi in una bella storia con bei personaggi e momenti intensi. La montagna partorisce il topolino e l'unica certezza è che hai assistito al dispendio di un sacco ma proprio un sacco di soldi.

Independence Day: Resurgence è cinema playstation all'ennesima potenza. E' un film che dopo mezzora ti sta già annoiando a morte. Non ha la minima costruzione di tensione, tutto è spiattellato in faccia allo spettatore a secchiate. Vuoi effetti speciali? Tie'. Vuoi astronavi? Tie'. Vuoi scene nello spazio? Tie'. Vuoi attori fighi che fanno cose? Tie'. Vuoi super battaglie nei cieli con psiuuun psiuuuun fosforescenti ed esplosioni ovunque, anche a caso? Quante ne vuoi, un chilo, due chili, cinque? Non fare complimenti, accomodati, c'è il 3x2, super offerta fino ad esaurimento scorte. I vari Jeff Goldblum, Bill Pullman, Vivica Fox etc., vengono riesumati dal sarcofago (evidentemente costavano meno di Smith) e circondati di un cast teen sparatissimo con l'intenzione di renderlo la cosa più cool e testosteronica che mente umana abbia mai osato immaginare. Naturalmente risultano solo quella più antipatica e lo fanno in 3...2...1... non saprei trovare un singolo aspetto accattivante di questo film, veramente terribile in tutto. Anche la durata è sfiancante perché quando sei saturo già al primo fotogramma e devi aspettare due lunghissime ore prima che la parata circense si concluda, rischi il blocco intestinale.

Resurgence riesce nella non facile impresa di farmi rivalutare il già noiosetto Independence Day del '96, una passeggiata al confronto. Emmerich trasforma ogni cosa che tocca in una sagra del "tanto al kg", non si pone mai il problema del "come" e del "quale" ma solo del "quanto", e per lui quanto significa tanto. 165 milioni di dollari di budget, un incasso pari a poco più del doppio, non esattamente un trionfo per un film che avrebbe dovuto scoperhiare le sale worldwide, come l'astronave degli alieni sopra la Casa Bianca. Una delle (numerose) dimostrazioni che puoi avere tutti i soldi e i finanziamenti che vuoi, ma se non hai uno straccio di idea (eccetto "riportiamo la gente al cinema sfruttando il primo film") non vai da nessuna parte. Emmerich non sviluppa niente. Anche l'idea della fusione intervenuta tra la tecnologia umana e quella aliena, a seguito dell'incontro/scontro di 20 anni prima, è buttata lì come carne avariata per i maiali. Tutto si traduce in mega cannoni laser e elicotteroni dal design fashion.  Ammazza che minimo sindacale! Roba che Starship Troopers è il Riccardo III. Brutto, insulso, inutile, dialoghi da mentecatti, espressioni da pubblicità del cellulare top di gamma ultimo modello; andiamo spacchiamo, trionfiamo. E siamo fighi. Pessimo.

mercoledì 8 febbraio 2017

L'Amico D'Infanzia

Tra il '93 ed il '96 Pupi Avati rimette in circolo un po' di adrenalina nel suo cinema, sempre più indirizzato verso tenerezze, languori malinconici e nostalgie poetiche. Fatta eccezione per Dichiarazione D'Amore, il regista bolognese mette in fila Magnificat, L'Amico D'Infanzia e L'Arcano Incantatore, tre pellicole molto eterogenee. Medievale, agreste e millenaristica la prima, esoterica e misteriosa l'ultima. Nel mezzo un thriller di estrazione prettamente americana (anche se parte del cast tecnico e artistico è italiano), ovvero L'Amico d'Infanzia. Avati spesso si innamora di questi soggetti apparentemente avulsi dal suo cinema e riesce testardamente e sapientemente a costruirci sopra storie e progetti. Se nessuno vi dicesse che il film è una sua produzione non vi trovereste alcun elemento immediatamente riconducibile alla cifra avatiana.

Siamo tra Chicago (Illinois) e l'Indiana. Un anchorman televisivo si è tolto la vita e il network annaspa per sostituirlo alla conduzione dello show serale in prime time. Il suo posto viene preso da un caro amico del defunto, Arnold Gardner (Jason Robards III), per la verità piuttosto restio ad apparire in video e non esattamente affine alle politiche editoriali aggressive e ciniche dell'emittente. Puntata dopo puntata Gardner conquista il pubblico con un giornalismo pungente e con la schieda dritta. La sua popolarità scatena però anche la bellicosità di uno stalker che sembra provenire dal suo passato e conoscerlo molto bene. - SPOILER: Gardner ha alcuni scheletri nell'armadio e il suo ex compagno di liceo Eddie Greenberg ha una gran voglia di spolverarli e metterli in pubblico. All'epoca del Liceo i due drogarono ed abusarono di una ragazza della quale era infatuato Eddie ma che a sua volta era innamorata di Arnold. A seguito di una gravidanza imprevista, la famiglia della ragazza estorse diversi soldi a Arnold e sostanzialmente costrinse Eddie a sposarla. Tra i due compagni venne stretto un giuramento, Arnold sarebbe andato a Chicago per trovare fortuna e avrebbe poit irato fuori dalle beghe Eddie. Arnold però si volatilizza per 20 anni, fino a quando un ormai malato terminale Eddie lo vede in tv e decide di perseguitarlo per screditarne la reputazione.

L'Amico D'Infanzia è un thriller dove non c'è niente da scoprire, chi fa cosa (e perché) lo scopriamo in tempo reale, senza flashback o colpi di scena nel finale. I personaggi raccontano normalmente i fatti, disinnescando qualsiasi meccanismo thriller e depotenziando ogni elemento di tensione eventualmente presente nel film. E' evidente come ad Avati non interessi quel tipo di impostazione, quanto piuttosto se ne serva, la lambisca, per raccontare altro, una vicenda drammatica, dove il punto nevralgico è il riaffiorare dal passato di eventi sepolti e affatto graditi. In questo senso il film funziona, ovvero inteso come una gigantesca macchina del fango un po' kafkiana in cui progressivamente il protagonista rimane invischiato ed oer colpa della quale infine si vede costretto a capitolare. Quanto accaduto nel suo passato mette in discussione i suoi affetti familiari, il suo lavoro, la sua figura pubblica; in sostanza la sua intera vita. Arnold Gardner non è un eroe, non è un uomo qualunque, non è una figura positiva. E' scorbutico, ambiguo e col prosieguo della storia appare chiaro come sia anche moralmente poco limpido. Avati ci risparmia l'uomo buono, è quasi più facile empatizzare con il persecutore che con la vittima, tuttavia il nodo scorsoio che passo dopo passo gli stringe il collo rimane asfittico e angosciante, anche se rivolto ad una persona non proprio esemplare.

La regia ha un sapore un po' televisivo, vuoi perché magari Chicago non era l'Emilia che Avati conosce a menadito e nella quale si sente indubbiamente assai più a suo agio, vuoi perché il registro del thriller puro nemmeno gli è congeniale (Avati sfrutta pochissimo il discorso dei Media, che lo avrebbe potuto portare nella dirazione di un Quinto Potere, per dire), vuoi anche perché tutti gli anni '80 televisivi ci hanno abituato a talmente tante serie poliziesche che pensare di essere dentro una tv anziché tra i fotogrammi di una pellicola è un attimo. Non ci sono guizzi paerticolari nel girato, tutto molto ordinato, regolare, formale, a tratti un po' freddo e asettico. La mano di Avati però è quella di uno che i film li sa fare e dunque non si arriva al termine dei 100 minuti con una gran fatica. Bruttina la locandina.

lunedì 6 febbraio 2017

Rapporto Di Un Regista Su Alcune Giovani Attrici

Rapporto Di Un Regista Su Alcune Giovani Attrici  fin dal titolo riecheggia film di genere come Rivelazioni Di Un Maniaco Sessuale Al Capo Della Squadra Mobile, Rivelazioni Di uno Psichiatra Sul Mondo Perverso Del Sesso, Rivelazioni Di Un'Evasa Da Un Carcere Femminile Tutte "rivelazioni" quelle, d'accordo, e anche pesantemente allusive, tuttavia Fratter credo conosca e bene quel tipo di pellicole e si sarà certamente divertito a citarle, seppur in modo tangente e subliminale. Un po' tutto il suo film del resto pare un gioco di metacinema. Sono tantissime le scene in cui si vedono locandine e manifesti cinematografici; tutte quelle ambientate negli uffici della rivista di cinema diretta da Paola (Inga Sempel), oltre al consueto Nocturno in bella vista sui tavolini (e relativi cameo redazionali). Poi c'è l'abbigliamento da cowboy che Antonio estrae dall'armadio, o i suoi cortometraggi didattici nei quali le scazzottate hanno i suoni tipici dei film dei gringos o di Bud Spencer e Terence Hill. Fratter cita anche se stesso, mettendo tra le altre locandine pure le sue. E nella storia il suo ruolo è quello di Antonio, un regista in crisi creativa. Perché in crisi? Perché dopo una prima parte di carriera come "autore" di film impegnati adesso Antonio vuole provare la via del trash, vuole sperimentarsi ad un livello più commerciale, anche e soprattutto per dimostrare al pubblico (e ai critici) che la sua versatilità non teme di misurarsi  con quel cinema che dice di aver sempre disprezzato, quello che non serve unicamente ad andare a qualche festival d'essai bensì a riempire le sale (o le videoteche) e a strappare applausi e consensi a scena aperta.

E qui Fratter gioca come al gatto col topo; eh si perché lui nella realtà va facendo il percorso opposto e contrario. Nato come estimatore e profondo conoscitore del genere western, amante del cinema "stracult" dei decenni passati, cineasta indipendente dedito massicciamente al filone thriller-horror tra il 1998 ed il 2007, proprio con Rapporto Di Un Regista Su Alcune Giovani Attrici si cimenta con "altro", non dirigendo un film propriamente e chirurgicamente "d'autore" (perlomeno non nell'accezione più snobistica e pretenziosa del termine), ma certo virando su tematiche di maggior analisi ed introspezione psicologica e sentimentale, con un occhio attento alle dinamiche relazionali tra i personaggi, tra il sesso maschile e quello femminile, tra ambienti diversi di provenienza. E così la crisi di Antonio nel film riflette, magari un po' ludicamente (ridendosela sotto i baffi), la metamorfosi di Fratter nella realtà. I lavori successivi a Rapporto saranno infatti di estrazione assai distante dall'horror, ovvero commedie, drammi e un po' di erotismo (trasversale alle sue produzioni, per la verità).

Antonio è un fortino assediato da tre donne, la sua ex moglie Paola, interessata a usare la sua professionalità per un'iniziativa editoriale del giornale che lei dirige, la sua amica sceneggiatrice Tosca (Roberta Spartà), interessata a far dirigere il suo film a Antonio, la figlia di una sua antica fiamma Mara (Jill Campbell), procace lolitina interessata a ricevere qualche aiutino per sfondare nel mondo del cinema. Come se non bastasse, Antonio ha appena scoperto il tradimento (omosessuale) di sua moglie - altro dejavu che trova sponda nel film, come in un gioco di scatole cinesi e incessanti rimandi, quando Tosca gli propone di inserire un elemento di amore omosessuale nella sceneggiatura che Fratter dovrebbe dirigere - sorpresa a letto sul più bello. Ogni tre giorni Fratter incontra una studentessa di cinema a cui tiene lezioni private, e spesso e volentieri visiona provini di attrici tra le quali non mancano quelle "disposte a tutto" pur di avere successo. Antonio insomma capisce rapidamente che chiunque vuole qualcosa da lui, come dice Paola "non si fa mai niente per niente". E Antonio non sembra attrezzatissimo per respingere tutte le avances, a qualcuna cede, a qualcuna rischia di cedere, a qualcuna resiste stoicamente. Tuttavia tutte queste "crisi" esistenziali turbano il suo lavoro, rimettendolo continuamente in discussione; prova ne sia che per più volte Antonio torna sopra il soggetto ed il genere del film che vuole produrre. Dapprima pensa di mutuare alcuni suoi servizi documentaristici in un lungometraggio, poi si orienta sul western, quindi sull'erotico, infine approda al porno conclamato (tre punti esclamativi), quasi come rivalsa per quello che gli sta accadendo intorno. Degna conclusione della storia, il cedimento anche alla studentessa, l'unica con la quale per tutto il film aveva coltivato un rapporto tutto sommato formale e professionale.

Come al solito, si rivedono facce note del cinema fratteriano, in una girandola di attori che si avvicendano davanti alla sua macchina da presa. Non mi ha soddisfatto molto il doppiaggio. Mi ero abituato alla voce naturale di Fratter, mentre qui viene doppiato da uno stentoreo maschio alfa che non mi aspettavo. Così come il resto del cast (in stragrande maggioranza attrici) è chiaramente doppiato. Intensi i ruoli delle tre co-protagoniste femminili, bella e seducente la Sempel, generosa e burrosa la Spartà, peperina e un po' eccessiva (come richiedeva il personaggio) la Campbell. Non sempre ottimale la costruzione delle luci o dell'inquadratura, ma è chiaro che i potenti mezzi finanziari di Hollywood non presiedevano alla realizzazione di un film indipendente come questo. Fratter bilancia come può, con qualche invenzione estemporanea di "video arte" (lo dice pure Antonio nel film), ovvero qualche elemento di raccordo tra una scena e l'altra, penso ad esempio al "rumore" bluastro che inframezza alcuni fotogrammi, oppure penso agli spari in chiave "western" che sottolineano delle scene "tematiche" e simboliche sul finale. Momenti di rottura e sospensione della "sospensione dell'incredulità" che dovrebbero scuotere lo spettatore, facendolo transitare ripetutamente dalla narrazione (fiiction) al documentario (realtà) e viceversa, si vedano ad esempio anche i provini della attrici, che sembrano quasi provini veri insertati nel film in stile appunto "cronachistico".

domenica 5 febbraio 2017

I Guerrieri Dell'Anno 2072

Il poliedrico e instancabile Lucio Fulci nel 1964 si avvenura in una sorta di peplum rivisitato in chiave fantascientifica. In una manciata di anni il regista mette in fila horror, fantasy, thriller, erotici, insomma un percorso tipiamente fulciano, nulla di cui stupirsi. E' il 1984 (un anno significativo per l'immaginario distopico) ma noi siamo nel 2027, a Roma, in pieno impero, quello della WBasic che tesse e disfa i destini dei telespettatori, sinonimo di cittadini. Fulci non si limita a proiettare in avanti una vicenda "classica" come quella che vede contrapposti dei gladiatori al Potere tiranno, ma butta nel calderone varie suggestioni. Non può naturalmente mancare l'horror, derivante da un'ambientazione molto buia ed opprimente e da qualche uccisione "forte"; ci sono elementi action, confinati alle scene di "motocross", gli inseguimenti e le lotte nella New Coliseum Arena; e c'è la fantascienza con flash che rimandano a Rollerball, Arancia Meccanica (volendo anche Spartacus e volendo anche 2001: Odissea Nello Spazio), 1997: Fuga Da New York, Quinto Potere, L'Implacabile (successivo a 2072 ma tratto da un romanzo di Stephen King dell'82). Tutte pellicole che condividono una idea disturbante e asfittica di futuro. Fulci ha sempre detto che non stava rifacendosi a quei film, perlomeno non consapevolmente, ma il soggetto non era suo e nella sceneggiatura le teste pensanti furono ben 5 (Briganti, Dardano, Sacchetti e Frugoni, oltre lui). Dunque pare difficile immaginare che nessuno abbia realizzato che molti spunti provenivano da altri autori.

Il totalitarismo di un network televisivo, la sua esistenza e amministrazione pari a quella di un regime politico oscurantista, le riprese esclusivamente in notturna della città, i giochi circensi per soddisfare le folle, i concorrenti prelevati in modo coatto dalle carceri, la formula "vivere e o morire", il condizionamento delle menti e dei ricordi, la banda di assassini canterini (o meglio, fischiettanti), l'ossessione dello share televisivo, non sono pochi gli elementi che rimandano altrove, al cinema dei Jewison, dei Kubrick, dei Carpenter, dei Lumet. E allo stesso tempo questa ricchezza e versatilità tematica consente a Fulci di non limitare al perimetro della pura fantascienza da intrattentimento il suo film. Tanto estro enciclopedico permette anche di bypassare la pochezza dei mezzi finanziari e realizzativi, nonostante i quali Fulci confeziona ugualmente un prodotto assolutamente dignitoso. Fatti salvi magari i raggi verdi immobilizzatori, un po' pacchiani, e il comparto sonoro di effetti, quasi sempre dozzinali e improbabili, l'aspetto visivo di I Guerrieri Dell'Anno 2072 è tutto sommato soddisfacente considerando che siamo nel recinto del cinema (povero) di genere italiano dei primi anni '80.

Il cast è decisamente interessante, Jared Martin si assume le veci del James Caan della situzione, supportato da uno stuolo di caratteristi di prim'ordine, facce conosciutissime al pubblico italiano: Fred Williamson (il nero), Howard Ross (con una buffa uniforme corredata di un enorme cappellone degno Spaceballs), Claudio Cassinelli (con una zazzera inguardabile), Al Cliver (la scena della elettrocuzione è notevole), Hal Yamanouchi (stavolta mongolo). C'è poi Eleonora Brigliadori, con una parrucchetta a caschetto biondo. Fa un certo effetto vederla in una simile produzione (ma del resto questi film riservavano spesso sorprese del genere, si pensi alla Kanakis di 2019 di Martino); non solo la Brigliadori di oggi è (tristemente) lontana da simili orizzonti, ma anche limitandosi alla sua carriera di attrice, dopo il suo esordio proprio con Fulci, passerà sostanzialmente alle commedie (con l'eccezione dell'erotico La Cintura). Era bella la Brigliadori, peccato che tutto il resto non funzionasse.

Non mi sono piaciute granché le scene di azione, sembrano girate un po' svogliatamente, sono qualunque, anonime, prevedibili, prive di reale adrenalina, né vi è qualche trovata genialoide (a parte l'uso sapiente delle luci). Fulci risolve tutto in modo sbrigativo. Evidente quanto poco gli interessasse questo aspetto, a fronte dei contenuti distopici e delle intuizioni "artigianali" (le tante belle parentesi dutante la prigionia dei gladiatori, le scene degli allenamenti e dei tentativi di condizionamento psicologico). Curiosa anche la contrapposizione tra futuro e presente romano. Penso ad esempio a quando la Brigliadori trova il suo ex professore di Stanford confinato in una chiesa, con tanto di santini, madonne e impalcature. Pure il finale è molto tirato via, però è interessante l'interpretazione del ruolo dei computer nel mondo degli umani. Colonna sonora pomposa di Riz Ortolani. I Guerrieri Dell'Anno 2072 è un film molto divertente e pieno di spunti; in un ideale percorso del post atomico all'italiana occupa certamente un suo posto preminente.

mercoledì 1 febbraio 2017

Sono Tutte Stupende le Mie Amiche

Come promesso, approfondisco progressivamente l'opera di Fratter; nello stesso anno di Femminilità (In)corporea, dunque il 2012, il filmaker bergamasco produce anche Sono Tutte Stupende le Mie Amiche, di taglio e genere completamente diverso. La speculazione onirica e l'intensità emotiva del primo lasciano il passo (o lo seguono, poiché credo che la sequenza cronologica sia inversa a quella da me scritta) ad un registro leggero e rilassato, tutto appannaggio di una commedia dai sapori frizzanti, un po' piccanti, il cui intento è divertire ed intrattenere lo spettatore senza elucubrazioni troppo vertiginose sull'esistenza e le sue leggi immanenti (o continuare a farlo ma da tutt'altra angolazione). Anche qui Fratter si circonda  quasi esclusivamente di partner femminili, elevate all'ennesima potenza poiché il suo Dario è sostanzialmente un pianeta in una galassia di donne, le più diverse, disparate, complicate, ingestibili.

La storia è quella del professor Fratter/Dario che coltiva un rapporto "elastico" con la lunatica e bisbetica Cristiana (Liana Volpi). La loro conoscenza data fin dalla gioventù, non si sono mai persi di vista ma più che di un'amicizia bisognerebbe parlare di un conflitto a fuoco perennemente in atto. I due si attraggono reciprocamente ma non concludono mai e tuttavia sono gelosi l'uno dell'altra. Non solo, i rispettivi rapporti sentimentali ne risentono, poiché l'ombra di quella amicizia "particolare" incombe sempre sul malcapitato/a di turno il quale, inconsapevole, prova ingenuamente ad instaurare un legame affettivo. I pantaloni tra i due li porta Cristiana, donna fortissima, anticonformista, e un po' prevaricatrice. I pantaloni in senso figurato, poiché è già grassa se Cristiana indossa una gonna (o un reggiseno). Le sue scollature sono sempre generosissime - Madre Natura non si è risparmiata - il suo aspetto è costantemente provocante, scollacciato, sexy per definizione. Cristiana si prende ciò che vuole, sempre, persino in presenza di Dario, persino quando è ospite in casa sua, senza riguardi né remore. Sono diversi i siparietti in cui il pover'uomo si vede costretto alla ritirata perché un qualche energumeno giace con Cristiana nel suo letto o sul suo divano, suo malgrado.

Una relazione così complicata e battagliera genera naturalmente situazioni paradossali e grottesche. Anche perché Cristiana si è messa in testa di trovare una compagna per Dario e quest'ultimo, soggiogato, si lascia incomprensibilmente guidare in questo labirinto di malizia. Fioccano di continuo numeri telefonici ai quali fanno seguito improbabili appuntamenti ai quali Dario conosce donne con cui immancabilmente non conclude alcunché. Necrofile innamorate dei cimiteri (cameo di Anna Palco), esose che lo interrogano immediatamente sulla sua situazione finanziaria, polacche ansiogenene e logorroiche, ragazzine debosciate e volgarotte (Giulia Marzulli), etc. Anche laddove il professore si imbatte in possibili candidate papabili (una modella bionda o una sua collega docente) il "matrimonio" non si combina, vuoi perché è lo stesso Dario a rovinare l'idilio, vuoi perché Cristiana si mette di mezzo. Nessuno dei due in fondo desidera veramente che una unione dell'altro si compia, alltrimenti si rovinerebbe il meccanismo perverso che li ha portati a giocare sin qui, quel prendi e lascia, batti e ribatti che li ha impegnati da sempre ed al quale evidentemente sono segretamente affezionati.

A questa tenzone amorosa fanno da contraltare alcune scene che vedono Liana Volpi ripresa dal vero mentre interpreta una canzone in uno studio di registrazione. Cristiana è un'aspirante cantante nel film ed anche la Volpi, a quanto leggo, coltiva la stessa passione. Oltre ciò, non si può soprassedere sulle numerosissime parentesi che vedono la Volpi sfoggiare micro lingerie ai limiti del consentito o veri e propri balletti erotici sui quali - comprensibilmente - Fratter si sofferma ampiamente dietro la MdP. Veramente statuaria la Volpi, il cui magnetismo "animale" (detto in senso buono) si proietta su tutta la pellicola, riuscendo con vigore a reggere sulle proprie spalle un ruolo da protagonista. Il film è incorniciato da un'apertura ed una chiusa metacinematografiche, nelle quali è la stessa Cristiana a rivolgersi direttamente allo spettatore, dapprima presentando le vicende, poi concludendole e ipotizzando dei possibili finali, una trovata originale che rende ancora più estrosa e dinamica la sceneggiatura. Da qualche parte ho letto di presunte citazioni di Almodovar a proposito di Sono Tutte Stupende le Mie Amiche, e può anche essere, ma a me è venuto piuttosto in mente Tinto Brass, che in queste geometrie variabili e licenziose ci sguazzerebbe come un ragazzino in un negozio di caramelle dolci e profumate.

martedì 31 gennaio 2017

Femminilità (In)corporea

Roger A. Fratter lo sto imparando a conoscere con relativo ritardo. La sua filmografia è già piuttosto estesa e Femminilità (In)corporea è la sua penultima produzione in ordine di tempo, tuttavia sto recuperando il tempo perduto, recuperando contestualmente anche i dvd dei suoi film (pur se con qualche difficoltà). Il suo website lo definisce "un regista amico dei filmakers"; bergamasco, classe 1968, attratto dal cinema e dal video fin da bambino, lavora in una tv dove si forma come montatore, è appassionato di western, realizza una infinità di cortometraggi e nel '97 arriva al suo primo lungometraggio. I suoi riferimenti sono Leone, Zulawski, Antonioni, Pasolini, Petri ed il cinema di genere declinato nei vari Fulci, Castellari, Canevari, Di Leo, etc. (su alcuni di questi ha prodotto anche dei documentari). Ha un forte legame con Nocturno, rivista per la quale scrive alcuni dossier sul genere western (ma che non gli risparmiano critiche negative ad alcune sue produzioni da parte del magazine).

La via al cinema di Fratter è quella di un autore indipendente e soprattutto autarchico, in grado di vivere e sopravvivere del proprio ecosistema. Oltre ad essere autore, sceneggiatore, regista, montatore e protagonista delle proprie storie, Fratter si circonda sempre dello stesso cast artistico, al quale di volta in volta affida le diverse parti in commedia. Seguendo dunque la sua produzione, titolo dopo titolo, si comincia a familiarizzare con quelle facce (e quei corpi), scoprendole ogni volta impegnate in ruoli diversi tra loro (o forse neanche tanto). Una sorta di comune applicata ad un teatro itinerarnte che racconta storie. Leggendo di Fratter e scorrendo i suoi lavori, appare evidente come il regista abbia per una buona metà di carriera (almeno sin qui) frequentato il cinema exploitation thriller e horror, sulle orme dei maestri dei cosiddetti b-movies nostrani degli anni '70 e '80. Il giallo rosa, ovvero quella commistione di nero (cronaca), rosso (sangue) e rosa (sentimenti e financo erotismo) che aveva costituito la formula vincente del cinema schietto e commerciale molto caro anche a Nocturno.

Femminilità (In)corporea appartiene alla produzione recente di Fratter (2012), nella quale il regista sperimenta altre strade, pur mantenendo una liaison con quanto fatto in passato. Ritroviamo gli attori, ma soprattutto le attrici dei suoi film, e sopravvive quello spirito intrinseco di cinema di genere che permea la "scuola Fratter". La storia è più metafisica del solito, con un povero Cristo, Raffaele (Fratter), stretto nella morsa della routine, della quotidianità e delle abitudini (tra queste rientrano anche la moglie Paola/Anna Palco e l'amante Greta/Monika Malinowska) che cerca un riscatto intellettuale e spirituale nell'arte, a tal punto da crearsi una donna immaginaria ricavandola da una tela, un'amante sublimata (Rachel Rose Wood) mediante la quale prendersi le sue rivincite sulla soffocante realtà oramai priva di stimoli.

Il tono della narrazione è drammatico, seppur con sporadiche aperture alla commedia e all'erotismo. Quest'ultima sfumatura è perlopiù garantita dal parterre di attrici (e da qualche momento d'amore); si perché Fratter non se le è scelte proprio proprio anonime. Non tanto per una questione di celebrità, quanto per la fisicità che non passa inosservata. E questo - per quanto ho potuto vedere sin qui - è un trademark del regista lombardo; difficilmente le sue attrici hanno l'aspetto di normali casalinghe o di una Margherita Buy qualsiasi, per dire. L'accento sulla sensualità, sulla voluttà e sulla carnalità delle sue muse è sempre fortemente pronunciato. Questo da una parte irretisce lo spettatore (ovviamente maschio) dall'altra però presenta l'insidia di distrarre e allontanare dall'essenza vera della storia. Impossibile ad esempio guardare le scene con Anna Palco senza indugiare sul suo seno, così come le mise delle varie Malinowska, Giulia Marzulli (Gianna, la figlia di Fratter nel film), della Wood (quasi mai vestita per la verità) e della stessa Palco (gran profluvio di lingerie) sono sempre piuttosto ammiccanti, aggressive, erotizzanti, glamour e mai "casual". A conti fatti, rimane da capire se questo sia un vantaggio o uno svantaggio del film, ma indubbiamente è una cifra stilistica acclarata di Fratter.

Femminilità (In)corporea incuriosisce per certi versi, lascia più perplessi per altri. Il tema è ostico, soprattutto perché affrontato con un piglio un po' onirico, filosofico, volutamente sui generis e simbolico. Insomma impegnativo. Non sempre è chiarissimo come dipanare il senso della scena ed il modo in cui si raccorda (o si sovrappone) a quella che la precede. Noin aiutano alcuni tempi morti della recitazione, che magari intendono dilatare istanti spazio-temporali alla maniera di un Antognoni, ma che in una produzione indipendente a basso budget e senza premi Oscar davanti alla MdP finiscono col tradursi in acerbità ed ingenuità. Il film procede a fasi e strattoni, in alcuni punti arranca in altri decolla, anche se nel complesso si lascia seguire piacevolmente e, se non altro, porta con sé un senso di freschezza e "novità" che di certo manca al nostro cinema attuale affogato di film tutti uguali. Molto accattivanti le riprese notturne di Bergamo, sempre sul filo dell'inquietudine e di una quarta dimensione segreta e non detta. E' il mondo delle ombre e delle presenze ultraterrene che del resto popolano anche la storia e soprattutto la mente (o la realtà) di Raffaele. Meno allettanti le musiche, nota dolente delle produzioni di Fratter per quanto visto (e sentito) fin qui. Ma, come detto, sono un neofita dell'autore, dunque avrò modo di approfondire proseguendo nelle visioni.

giovedì 26 gennaio 2017

Salvador

Nel 1986 come regista Oliver Stone era poca cosa, non era ancora un nome, mentre come sceneggiatore aveva già sulle spalle titoli come Fuga Di Mezzanotte, Conan Il Barbaro, Scarface, L'Anno Del Dragone. Si era stancato della Hollywood dei colletti bianchi e voleva rischiare in proprio, financo investendo capitali personali ma potendo poi godere di assoluta e totale libertà creativa e realizzativa. Ad esempio realizzando un film "estremo" come Salvador, un film che nessuno a Hollywood avrebbe voluto finanziare e "nessuno spettatore avrebbe voluto vedere". Questo almeno era il parere di Richard Boyle, il giornalista che aveva trascorso un periodo della sua vita in Salvador e che ne aveva tratto un tomo di storie da far pubblicare, senza riuscirci. Stone entra in possesso di questi racconti e si illumina d'immenso. Decide che sono il soggetto perfetto per un film e chiede collaborazione a Boyle. Dapprima stupito, Boyle sposa il progetto e la macchina da presa e organizzativa di Stone si mette in moto. Sarà un film di denuncia, fortemente politicizzato, destabilizzante e coraggioso. Senza mezze misure, come è tipico per Stone.

Il regista va in Salvador per i sopralluoghi e qui è costretto ad ingannare il regime diffondendo una falsa sceneggiatura nella quale i campesinos sono i comunisti cattivi e i militari al potere sono gli eroi buoni. Al contempo i guerriglieri più oltranzisti non tengono in alcuna considerazione la troupe e, pur sapendo che il film andrà a loro vantaggio, freddano uno dei consulenti locali della Produzione. James Woods, scelto come Richard Boyle, non ne vuole sapere di andare in Salvador e buona parte del film viene girato in Messico (che Woods definirà ugualmente "un paese del terzo mondo"). Il rapporto tra Stone e il suo prim'attore durante la lavorazione sarà pessimo. Woods viene descritto da Stone come un borghese matrialista amante del lusso e delle comodità, snob e spocchioso, oltre che capriccioso e pure fifone. All'opposto del vero Boyle, ovvero un cavallo imbizzarrito, schizzato, imprevedibile, un "perdente" di natura ma di animo generoso. Al fianco di Woods viene schierato James Belushi, altro guascone irriducibile. Pure lui battibecca continuamente con il suo compagno di scena, è una lotta per il primato, per l'ultima battuta di ogni dialogo e per l'inquadratura migliore.

Il film vive di una tensione pazzesca, quella dell'argomento, disagevole e spinoso, quella delle location, altrettanto scomode, quella del budget, autonomo ed indipendente dunque certo non faraonico, quella del cast, irrequieto e non troppo convinto del valore del film e della adeguatezza di Stone, quella di Stone stesso, frustrato dai mille ostacoli tecnici, finanziari, politici e ideali. E poi ci si mettono anche le malattie, i virus e i disturbi gastrointestinali che affliggono la troupe. Stone però è un mulo cocciuto, uno che ci crede sempre, uno capace di slanci titanici, uno che aveva visto il Vietnam in prima persona e non era disposto ad arrendersi per molto meno. La pellicola è disseminata di asperità, crudezze, eccessi, volgarità linguistiche, droghe, sesso, abusi e soprusi. Nulla viene risparmiato allo spettatore, dalle prostitute minorenni allo stupro di suore (anche ultra sessantenni), dalle esecuzioni sommarie in mezzo alla strada alle mutilazioni di bambini, innocenti vittime di guerra.

Del resto l'argomento è quello che è e la guerriglia non è roba per signorine. Stone è anche un militante, non uno spirito antiamericano ma uno fortemente critico verso l'operato del proprio paese, segnatamente in politica estera. C'è un accalorato monologo di Woods nel film, rivolto a degli esponenti della Cia, nel quale descrive per filo e per segno di quali nefandezze si sia macchiato lo Zio Sam in Salvador; quel monologo pare uscire direttamente dalla bocca di Stone, anche se poi è James Woods a pronunciarlo per interposta persona. C'è la questione della manipolazione dei governi e dei destini politici di altre nazioni, c'è la guerra sporca, c'è la lotta fanatica al Comunismo (anche laddove il Comunismo è poco più che un alibi), c'è l'immigrazione di profughi politici vittime proprio delle manovre americane, sperimentazioni da piccoli chimici in un laboratorio di povertà chiamato Salvador. C'è la meschinità, l'opportunismo ed il cinismo dell'Amministrazione Carter prima e di quella Reagan dopo nel baloccarsi con le vite dei salvadoregni come fossero formichine anziché esseri umani sofferenti e umiliati.

Quando il film esce in sala dura un paio di settimane poi sparisce dalla circolazione (1,5 milioni di incasso a fronte dei 4,5 spesi). Gran brutto destino per un'opera così sofferta e faticosa. Eppure, dopo quasi un anno, arrivano due inaspettate candidature all'Oscar, per Woods e per la sceneggiatura originale. Non si aggiudicò alcun premio ma il segnale fu importante. Salvador aveva lasciato un segno, una traccia di sé, e fu prevalentemente per la grandezza di Platoon (col quale Stone vinse l'Oscar per il miglior film) che Salvador dovette rimanere confinato un passo indietro. L'interpretazione selvaggia, frenetica e anticonformista di Woods è rimasta altrettanto negli annali. Salvador è un film speciale, a cominciare dagli originali e magnetici titoli di testa, scanditi ritmicamente da una musica roboante e militaresca. La violenza è assoluta, tanto terribile perché vera e non solo "grafica". Il reaganismo copre quasi l'intero decennio ottantiano, quello in cui Salvador esce, e proprio il cinema americano del periodo, soprattutto quello action, è stato più volte definito "reaganiano"; Salvador va nella direzione totalmente opposta, cercando l'antieroismo. Woods e Belushi sono antieroi, strapieni di bassezze ed immoralità, anche se si finisce ugualmente per parteggiare per loro, a causa di un'umanità estremamente accentuata.

Drammatica l'edizione speciale in dvd del film della MGM, a causa di numerose scene nelle quali il doppiaggio originale lascia il posto ad un nuovo doppiaggio che probabilmente doveva andare a coprire la mananza di traccia italiana. Sarebbe stato assolutamente preferibile lasciare il parlato inglese, magari sottotitolato, invece si scelgono nuove voci, una più terribile dell'altra, tanto improvvisate quanto improbabili. Davvero il modo più grossolano per "interrompere un emozione". Finale amarissimo che non fa nulla per riconciliare lo spettatore col proprio fegato dopo 122 minuti di sangue e sconquasso. Del resto tra le varie idiosincrasie di Stone c'era pure quella per il lieto fine.

lunedì 23 gennaio 2017

Game Change

Mentre Trump si insedia alla casa Bianca e tutto il mondo si divide in pro e contro, Cineraglio se ne torna agli albori del mito presidenziale di Obama, rivisitando quella campagna elettorale sul versante dell'elefante. Grande outsider del Partito Repubblicano nel 2008 fu la governatrice dell'Alaska Sarah Palin, la quale per diversi mesi monopolizzò internet, stampa e tv anche oltre gli oceani che bagnano gli Stati Uniti. Un fenomeno mediatico che colse impreparati un po' tutti, forse anche lei per prima. Game Change, tv movie della HBO, prodotto nel 2012, vincitore di svariati Award e Golden Globe, tratto dal libro "Game Change: Obama and the Clintons, McCain and Palin, and the Race of a Lifetime", dei giornalisti John Heilemann e Mark Halperin, ripercorre quei frenetici giorni dal punto di vista di Steve Schimdt, deus ex machina della campagna presidenziale del candidato John McCain (poi sconfitto da Obama).

A ritroso, durante un'intervista, Schimdt dice la sua sul confronto elettorale ed in particolare sulla Palin, sua scelta, seppur condivisa da parte dello staff repubblicano. Giusto qualche fotogramma di cornice, poi lo spettatore viene catapultato nei mesi del 2010 in cui tuttò sembrò possibile al team McCain/Palin. Per noialtri europei lo spunto è prezioso ed interessante perché non fu semplice capire quell'oggetto misterioso strappato via dalle lande gelide dell'Alaska e proiettato a Washington, nel cuore dell'America dei colletti bianchi, prossima alla stanza dei bottoni. La Palin era totalmente avulsa tanto dalla politica che conta quanto dallo "stile" della campagna elettorale voluta da McCain (senza colpi bassi, leale e moralmente corretta). Nel film si lascia intendere che la scelta venne si avallata da McCain ma sostanzialmente subita, causa ostracismo nei confronti del vice da lui designato (ebreo, abortista e democratico). Ci voleva una donna per recuperare un gap di 15 punti da Obama sul voto femminile ed una novità che scuotesse l'ambiente e trasmettesse un senso di rinnovamento. Il famoso "rinnovamento a prescindere" che anche in Italia ultimamente è andato tanto di moda. La Palin fu una specie di manna dal cielo, madre di 5 figli, eppure ancora piacente e giovanile, antiabortista a tal punto da aver accettato di mettere al mondo un bambino con la sindrome di down (nonché contraria alle interruzioni di gravidanza anche in caso di stupri o appunto terribili malattie del feto), con un figlio in Iraq a servire la nazione, amante delle armi, cacciatrice, ultra cattolica in odore di creazionismo, contro la ricerca sulle cellule staminali. La Palin avrebbe dovuto accontentare tutti, la base repubblicana non troppo convinta da certi atteggiamenti poco fondamentalisti dell'ex marine McCain, le donne, gli uomini gratificati dal bell'aspetto, i genitori dei figli portatori di handicap, i nuovisti e i giovanilisti, i cattolici e altre 20 o 30 categorie potenziali di elettori.

Tuttavia la campagna della Palin fu una corsa sulle montagne russe, piacque enormemente a buona parte del pubblico repubblicano ma sollevò molti interrogativi riguardo alla sua inadeguatezza al ruolo e alla sua scarsa (per non dire totalmente assente) preparazione su alcuni versanti come la politica estera o la storioriografia moderna e contemporanea. Il libro di Heilemann e Halperin non va giù morbido sulla Palin, tanto da essere stato stigmatizzato come pieno di "falsità" dalla diretta interessata e "inaccurato" da McCain (entrambi hanno dichiarato di non aver visto il film). Schimdt invece, quello vero, lo ha sostanzialmente difeso, dicendo che pur condensando 10 settimane di campagna elettorale in poco spazio, le vicende narrate corrispondo a verità, quello è ciò che accadde. Non molto dissimile fu il parere di altri membri dello staff della Palin. La governatirce dell'Alaska fa una pessima figura, le viene riconosciuto il carisma e la innata capacità di entrare in empatia con i suoi interlocutori, ma al dunque viene descritta come una donna profondamente ignorante, bigotta, con elementi di instabilità emotiva non indifferenti. La Palin appare più che altro come un incidente di percorso, un jolly pescato dal mazzo che si rivela come un incubo per lo staff di McCain, una serie di errori stratificati uno sull'altro fino all'inevitabile sconfitta, non dovuta alla Palin (anche perché contro Obama la vittoria era quasi impossibile) ma perlomeno anche alla Palin.

Julianne Moore interpreta la candidata alla vice presidenza con un misto di candore e spietatezza, ingenuità e horror vacui che inquieta e spaventa. McCain è un imbolsito e un po' annebbiato McCain, Schmidt è Woody Harrelson e il suo braccio destro nello staff è la bella e sensuale Sarah Paulson (che piangerà lacrime amare per non essere riuscita a trovare il coraggio di votare il suo candidato, tale era il disagio suscitatale dalla Palin). Il film è una cronaca, tutto sommato asciutta e scolastica, e a quanto dicono alcuni assai di parte. Probabilmente è così, ma rimane un documento interessante, ancorché il punto di vista di qualcuno ideologicamente schierato. McCain ne esce fuori bene, come un brav'uomo ed un bravo americano, magari non reattivissimo ma onesto e perbene; è la Palin la protagonista e tutta in negativo della storia, una figura a suo modo affascinante per quanto drammaticamente perversa e destabilizzante, oggetto di un ritratto più pietoso che crudele, quello che si riserva a chi è impossibilitato per limiti fisiologici dettati da madre natura, nonostante una ferrea volontà e deterimanzione. Lo stesso McCain non riesce a decriptarla fino in fondo, consegnandole idealmente il testimone del partito per gli anni a venire. Oggi la Palin, quella vera, quella che alle Superiori si è guadagnata il soprannome di "barracuda" per la sua aggressività, seconda classificata nell'84 alle finali di Miss Alaska, diplomata in Scienze Politiche, ex reporter sportiva, ex stipendiata da una compagnia petrolifera, mangiatrice di hamburger, pilota di motoslitte, prima sindaco della sua città natale poi governatrice dell'Alaska, continua la sua carriera politica dentro il partito ma invisa a gran parte del partito. Alle ultime presidenziali ha appoggiato apertamente Trump senza tuttavia ricavarne grossi benefici diretti e personali. Ma la Palin ha appena 53 anni e gli Stati Uniti ci hanno abituato a tutto.

lunedì 16 gennaio 2017

Goodbye Emmanuelle

Da molti è considerato il capitolo conclusivo della originale Emmanuelle saga, quella che appunto  - nonostante i mila titoli ascritto al personaggio ispirato alla e dalla Arsan - chiude l'epopea con Sylvia Kristel, quella pura e primigenia. Intendiamoci, anche in Emmanuelle 4 la Kristel c'è, ma funge da tramite, passa il testimone a una nuova incarnazione di Emmanuelle, interpretata da Mya Nigren. Goodbye Emmanuelle filologicamente è molto corretto, chiude il cerchio poiché stravolge completamente il personaggio, portandolo alle estreme conseguenze, quelle di abbandonare il terreno di gioco, perlomeno nelle fattezze della Kristel. Il film di per sé è il meno interessante dei tre, un po' stanco e ripetitivo, fino a che non accade l'imponderabile, Emmanuelle da libertina sessuale si fa borghese e beghina, e tutto cambia. Anarchy in the UK, anzi alle Seychelles.

Di una bellezza incommensurabile lo sfondo naturale che incornicia la storia. La Pro Loco delle isole africane avrebbe dovuto garantire un vitalizio alla produzione per aver realizzato un documentario così meraviglioso. Terminata la visione, più che essere eccitati dalle peripezie erotiche dei protagonisti si ha solo una gran voglia di correre all'aeroporto, salire sul primo volo e svegliarsi direttamente alle Seychelles, autentico paradiso del non fare niente e dello stare benissimo, mentre intorno la Natura ti culla dolcemente. E' qui che Emmanuelle e Jean (Umberto Orsini) se la spassano, concedendosi a chiunque li desideri, assieme o separati, di diritto o di rovescio, guardando con commiserazione a chi concepisce l'unione di coppia come un'unione di coppia, ovvero solamente a due.

In tutta questa libertà però accade che Emmanuelle rimanga folgorata da un tizio qualsiasi che per caso la scorge mentre amoreggia con uno svedesotto a caso. Una botta di voyeurismo che strega la nostra erotomane. Gli sguardi si incrociano e Emmanuelle è come rapita, vittima di un inspiegabile incantesimo sessuale. Deve scovare quel misterioso sconosciuto e averlo. Si tratta di Gregory (Jean-Pierre Bouvier), regista parigino complessato e antitetico al libero amore professato da Emanuelle e dal suo compagno Jean Orsini. Proprio l'opposizione quasi moralistica che Gregory ostenta verso quei costumi per lui insensati e puerilmente trasgressivi conquista Emmanuelle, secondo una precisa regola degli opposti che si attraggono. Più Jean lotta per riportare Emmanuelle alla sua realtà abituale, più Gregory ottiene di blindarne i sentimenti, convincendola addirittura ad abbandonare Jean e le Seychelles per seguirlo a Parigi. Jean ordisce un vile complotto per ingannare Emmanuelle ma omnia vincit amor, tutto è bene quel che finisce bene, ed il pubblico congeda la propria eroina mentre si imbarca verso la Francia; un capitolo durato tre film è chiuso, per la Kristel Emmanuelle finisce qui.

Davvero curiosa come inversione a U, viene rinnegato tutto quello che era stato professato per due film e mezzo, l'amore coniugale è più potente di quello senza regole; gelosia, possessione, tête-à-tête tornano a dettar legge come in una qualsiasi provincia degli anni '70. Il film decostruisce tutte le architetture erette fin lì, le smonta pezzo per pezzo. Quelli di Emanuelle più che rivoltosi atti di libertà dissacratoria appaiono più compiutamente per ciò che sono, i capricci di una bambina viziata e volubile, abituata ad avere sempre quel che vuole. Idem per i suoi lussuriosi compagni di scorribanda, debosciati ossessionati dalla copula. Gregory sembra un titano a loro confronto. Il punto è che, al netto dell'esegesi sociologica, il film di per sé è poco interessante, piatto, meccanico, freddino. Grandioso il bluray della Universal, come del resto lo sono anche i due precedenti. Ridoppiaggio (maledetto) a parte, la qualità delle immagini è eccellenti ed anche solo per quello (oltre alle Seychelles) la pellicola merita. Ottima la sequenza d'amore della Kristel con Bouvier su una spiagga all'imbrunire, davvero esotica. Piccantissima la cameriera nera (e un po' zoccola) di Emmanuelle. Il resto è ordinaria amministrazione, una catena di montaggio di situazioni erotiche perchessì che alla fine sono perchenno. Di gran lunga preferibili i due episodi precedenti. Musiche del film e ammiccante canzone omonima a cura di un Serge Gainsbourg molto paraculo.

sabato 7 gennaio 2017

La Iena

La Iena D'Amato lo gira nel mezzo di mille porno (1997), un film che ha la funzione di camera di decompressione per Massaccesi, contentissimo - si dice - di potersi dedicare ad altro, distogliere l'attenzione da quelle pellicole alimentari realizzate a ritmo industriale. Non che La Iena sia un film d'essai, con chissà quali pretese autorali, si tratta di un softcore, un thriller vietato ai minori di 14 anni di ambientazione americana, però perlomeno non è un fotti fotti senza un perché....o quasi, ma vediamo un atimo. Dunque, Emy (Cinzia Roccaforte) è la moglie di un uomo d'affari sempre in giro per lavoro. Durante uno dei suoi periodi di solitudine un disgraziato si introduce nella sua villa, secca la cameriera con una pallottola in fronte e mette sotto assedio la mogliettina biondo platino. Prima la stupra, poi le chiede 500.000 $ per liberare la sorella Francesca. Non solo, mostra a Emy delle foto che ritraggono il marito con un'amante. Emy si deprime alquanto, a tal punto da concedersi a Roy il malfattore (David D'Ingeo). In casa non ci sono contanti e le banche sono chiuse fino a lunedì, tocca aspettare e nel frattempo convivere in una maniera o nell'altra (e l'altra sappiamo qual è). Nel frattempo il maritino tutto lavoro e affari è a godersi l'intrallazzo con l'amante roscia, Angela (Linda Comeshaw). - SPOILER: i personaggi sono tutti legati tra loro, Francesca e Roy sono in combutta per fregare Emy, Angela e Roy sono in combutta per fregare Emy, il marito e Francesca. Ma alla fine la vera iena si dimostrerà Angela che, ucciso Roy (il quale ha ucciso Francesca e Emy), fuggirà col malloppo.

Non si salva nulla del film, tranne i seni delle attrici. Al primo fotogramma in cui compare in scena la Roccaforte è già nuda. La cifra del film è chiara, purtroppo. La sceneggiatura è tristemente propedeutica alle scene erotiche, per altro noiosissime, perché tutte uguali e inutilmente tirate per le lunghe. Sembra la fiera del vorrei ma non posso, da una parte D'Amato è felice di staccare dal porno, dall'altro pare sempre essere frustrato dal non poter portare la scena di sesso fino al suo (estremo) compimento. La caratterizzazione di Emy è terribile, la povera Roccaforte deve recitare con una cofana che non le dona affatto, oltre ad assumere atteggiamenti da oca stupidina e vogliosa. Il riferimento sembra quello di una Marilyn scioccherella. Assolutamente incomprensibile ed ingiustificabile il suo twist comportamentale. Va bene la sindrome di Stoccolma, ma che dopo aver visto il cadavere della cameriera trucidata, dopo essere stata stuprata, dopo essersi sentita chiedere mezzo milione per liberare la sorella rapita, decida che Roy sia irresistibile e gli si conceda anima e corpo è francamente insostenibile e rende palese quanto la sceneggitura sia solo uno scivolo verso le scene di sesso. Roy è un inetto assoluto, assalta la casa convinto di ricevere 500.000 bigliettoni pronta cassa, né si pone il problema che è venerdì sera e le banche riapriranno solo dopo due giorni, praticamente uno della Banda Bassotti.

Il resto è folclore, come la roscia infoiata che si ingroppa Roy durante un festino a casa di Emy. Come detto, complimenti ai seni delle tre attrici che si mostrano ripetutamente e generosamente per tutta la pellicola, ma in testa allo spettatore non rimane altro perché non c'è molto altro da ricordare. Massaccesi, a mio parere, gira con poca impegno, quasi con la mano sinistra, sceglie attori dozzinali (la Roccaforte non lo sarebbe ma il contesto è quel che è), per non parlare del doppiaggio atroce che ammazza ulteriormemnte un film già scadente di per sé. Emy, oltre ad avere la voce di Minnie, trascorre quarti d'ora a gemere, chissà che divertimento per la doppiatrice della Roccaforte. Locandina scorrettissima, la Roccaforte quel pistolone non lo imbraccia mai.