lunedì 14 novembre 2016

Candido Erotico

Claudio Giorgi aka Claudio Giorgiutti aka Claude Miller aka Claudio De Molinis ha recitato in una manciata di film e ne ha diretti ancora meno tra i '70 e i primissimi anni '80. Tutto cinema di genere. Tra le sue produzioni registiche il film che più spesso viene citato è Candido Erotico ('77) con Lilli Carati, ma su Cineraglio ci siamo anche occupati di Tranquille Donne Di Campagna. Candido Erotico discende dalla genia inaugurata da Ultimo Tango A Parigi, ovvero l'irruzione del tema sessuale (più o meno esplicito) nell'ambito del dramma. Un conto erano le commedia sexy, un conto le pellicole drammatiche e/o sentimentali dove la libido spesso e volentieri faceva breccia ricorrendo alla psicologia e a Freud come cavallo di Troia. Il film di De Molinis è certamente uno di questi, anche se il travaso della sessualità nella psico(pato)logia è orchestrato ad arte. Tra le righe si può anche leggere qualche velleità di contestazione alla società borghese decadente dell'epoca, da filtrare in chiave anni '70, tuttavia l'obbiettivo principale che la storia si pone non mi pare sia dare una visione critica della (allora) contemporaneità, quanto piuttosto trovare un espediente narrativo per rappresentare un circolo erotico vizioso.

Mircha Carven (Carlo) è un italiano emigrato all'estero, un estero indeterminato ma mittel/nord europeo (Marco Giusti dice Amburgo, su Davinotti ho letto Copenhagen, io avrei detto Londra, fate vobis, poco importa). Si esibisce in un locale di nome Piccadilly come fenomeno da baraccone, è un freak, uno stallone sessuale ben dotato che inscena coreografie con partner nude che poi possiede dal vivo in mezzo ad un avido pubblico pagante fatto di canuti signorotti incappottati e snob, sotto sotto marci, laidi (e, secondo Carlo, pure impotenti). Riallaccia i rapporti con Veronica (Maria Baxa), sua vecchia conoscenza, fotografa un po' osé e coniugata con Paul (Marco Guglielmi), un riccone del posto. Marito e moglie propongono a Carlo di arrotondare lo stipendio concedendosi per un rapporto a tre, nel quale il marito della Baxa perlopiù ha funzioni contemplative (pare di capire sia impotente pure lui). Questa frequentazione offre l'opportunità a Carlo di conoscere Charlotte (Lilli Carati), figlia di primo letto di Paul. Veronica teme subito questa amicizia, un po' per gelosia, un po' perché sa che Carlo non si lascerà frenare da principi morali. Ed infatti tra i due nasce un rapporto di amore che porta addirittura alle nozze. Tuttavia Carlo custodisce i segreti pruriginosi dei genitori di Charlotte, e d'altra parte le cose con Charlotte non vanno meglio poiché, pur amandola sinceramente, Carlo ha un blocco sessuale.- SPOILER: Dopo anni ed anni di vita eticamente borderline, Carlo ha sviluppato la sua depravazione, è in grado di sfogare la sua potenza sessuale solo se qualche voyeur sbircia l'amplesso, ecco che durante il film i momenti più favorevoli a Carlo sono proprio quelli durante i quali un pescatore, un passeggero del treno e la stessa Veronica osservano i suoi atti d'amore con Charlotte. Sconfitto dalle sue pulsioni impossibili, Carlo accetta l'ennesimo incontro a tre con Veronica e Paul, ma è una trappola ordita da Paul per far cogliere Carlo in flagrante da Charlotte. Svuotato, l'uomo torna in sordina ad esibirsi al Piccadilly e Charlotte gli si presenta un'ultima volta, facendosi possedere in pubblico per la prima (e ultima volta) prima di abbandonarlo per sempre.

Il candore del titolo è probabilmente da riferirsi a Charlotte, il personaggio di Lilli Carati, una ragazza solare, dolce, capace di amare sinceramente, che in qualche misura cerca anche di comprendere Carlo, arrivando fin dove può. Ma il contesto che la circonda è guasto, irrecuperabile, a cominciare dai genitori. Il suo gesto finale è una sorta di rivincita, di umiliazione imposta a Carlo in primis e ad ogni altro attore della sua tragedia. Ogni personaggio porta in dote con sé un carico di grande squallore e miseria umana, amplificata dagli esterni freddi e spersonalizzanti della città mitteleuropea che ospita la vicenda. Per quanto anche la negazione dell'ottimismo, per come ce la racconta il Candido di Voltaire, ha più di una ragione per essere ricordata qui. Grande prova della Baxa, sensualissima, e ovviamente fari puntati sulla splendida protagonista. Una vena di malinconia un po' necrofila scorre lungo tutto il film. Quando Charlotte scopre i genitori con Carlo, assiste quasi ad una scena cannibalica, con Paul e Carlo riversi sulle carni della languida e infida matrigna Veronica. Le riprese al luna park chiuso aggiungono la solitudine dei luoghi a quella dei protagonisti. Sgradevolissima anche la scena in treno col disgraziatissimo Fernando Cerulli. Fidenco ricicla brutalmente le musiche di Emanuelle. Sceneggiatura di Luigi Montefiori (che forse aveva immaginato la parte del protagonista per sé, chissà). Piccolo ruolo anche per Ajita Wilson, modella che realizza un servizio fotografico un po' lesbo e che si esibisce con Carlo al Piccadilly. Kitsch e psichedelici gli show del locale (così come altrettanto onirica e "tossica" è l'orgia a cui partecipa Carlo). All'epoca Carven si spacciava come figlio illegittimo di Clark Gable. La Carati successivamente definitì il film un polpettone (è un po' vero, dai.)

martedì 8 novembre 2016

La Morte Negli Occhi Del Gatto

Prolificissimo regista di genere del nostro cinema bis, Antonio Margheriti firma nel '73, col suo inseparabile nome d'arte Anthony M. Dawson, l'horror La Morte Negli Occhi Del Gatto. Il titolo richiama il micio a Nove Code di Argento (avviatore della stagione zoofila del giallo thriller nostrano), uscito due anni prima. Nel '77 sarà la volta de Il Gatto Dagli Occhi di Giada di Bido, e assai più in là arriveranno pure i titoli felini di Luigi Cozzi (Il Gatto Nero, '89) e Fulci (Un Gatto Nel Cervello, '90). Il rimando a Argento esiste puramente nel titolo, poiché il tipo di pellicola nulla ha a che vedere con il "nuovo" giallo di stampo argentiano che si fa largo all'inizio del decennio, quanto piuttosto rimanda ad una impostazione classica anglossassone, vedi le pellicole prodotte dalla Hammer e/o dirette da Roger Corman. Qualcosa che appare immediatamente retrò; se ne rende conto lo stesso Margheriti, il quale dice di aver cercato di svecchiare il testo letterario di Peter Bryan, intitolato "Corringa" (il nome della protagonista, interpretata da Jane Birkin). Mai chiarito se dietro il nome di Bryan si celasse un autore italianissimo di trame gialle da edicola o lo sceneggiatore della Hammer. Quello che è certo invece è che il "musico" dello score è Riz Ortolani, che si cala perfettamente negli scenari anglosassoni, scozzesi per la precisione.

La famiglia MacGrief è preda di dicerie e leggende; se uno di loro muore per mano di un familiare si tramuta in vampiro, un non morto in cerca di vendetta. E se al funerale un gatto si getta sulla bara, questo sta a significare che la salma ivi contenuta è quella di un vampiro. Purtroppo di decessi in seno alla casata se ne verificano e se ne sono verificati in quantità. Lo mette a verbale Corringa, nipotina della padrona di casa Lady Mary (Françoise Christophe), che vede assassinati uno dopo l'altro la propria madre, due servitori, un medico (amante di Lady Mary, ma anche di Suzanne, una prostituta che frequenta il castello spacciandosi per istitutrice di James, figlio mentalmente instabile di Lady Mary, e immancabilmente anche Suzanne troverà la morte). - SPOILER: l'indiziato numero uno è proprio James (Hiram Keller), pazzerello e turbolento; ben presto Corringa scoprirà che il ragazzo è vittima di pregiudizi (è accusato di aver ucciso la sorella), e anzi se ne innamorerà. I suoi sospetti cadranno allora su Lady Mary, ambigua e macchinosa, ma il vero colpevole si rivelerà essere Padre Robertson, cappellano di famiglia, o meglio, un impostore che ne ha assunto l'identità dopo averlo ucciso. Il finto Robertson (Venantino Venantini) è in realtà un MacGrath emigrato in America e tornato per ereditare i beni di famiglia, sfruttando le credenze diaboliche che ne circondano il nome. Per fortuna, al climax del racconto, l'ispettore di Polizia (Serge Gainsbourg, doppiato da Oreste Lionello, in un curioso corto circuito con Woody Allen) fredderà con un colpo di rivoltella l'assassino, prima che questi si abbatta contro Corringa.

Innanzitutto devo dire che la visione del film è stata pesantissimamente viziata ed alterata dal pessimo dvd Dagored, una vera e propria truffa. Qualsiasi prezzo lo paghiate è comunque troppo. Resistere davanti allo schermo per 95 minuti (che poi sono meno, perché oltrettutto è pure sforbiciato) è una sfida, un atto d'amore per il film, Margheriti e per il cinema di genere in sé, che talvolta richiede queste prove di disciplina per i pessimi prodotti messi a disposizione dal mercato homevideo. In effetti in giro c'è di meglio, lo stesso titolo è uscito per Surf e X Rated, ma io questo avevo e questo mi sono dovuto - ahimé - sciroppare. Che sia un film gradevole, per fortuna, traspare comunque, ma certo una buona fetta del piacere e del divertimento viene letteralmente scippata dall'edizione inqualificabile della Dagored. La pellicola è fuori tempo già al tempo, ma conserva un suo fascino vetusto, che Margheriti tenta di contaminare con vari elementi. Intanto non si tratta di un horror puro ma si innestano elementi tipicamente gialli (e pure argentiani), come l'omicida che avanza in soggettiva, coi guanti neri e il rasoio scintillante ben in vista. Poi c'è il gattone rosso fuffoso (certo uno nero avrebbe contribuito maggiormente all'atmosfera generale), sempre presenta agli sgozzamenti (anzi, pare quasi li compia lui coi suoi unghielli), per dare quel tocco di esoterico che metta sulla cattiva strada lo spettatore. La Suzane di Doris Kunstmann è l'accento erotico della pellicola, si concede ad Anton Diffring ma non disdegna la compagnia femminile, tanto che in una scena nella quale la Birkin si spoglia con fare un po' civettuolo, Suzanne si morde la lingua e pregusta la prelibatezza proibita (anche perché poi forse la stessa Corringa è effettivamente "aperta" sull'argomento). Poi ancora c'è il gorillone di Keller, che fa tanto Delitti della Rue Morgue, pure quello un diversivo, una specie di falsa pista che a un certo punto parte e tenta di fuorviare lo spettatore. Insomma, di carne al fuoco ce n'è, tant'è che la tramma è abbastanza complessa e ricca di situazioni e disvelamenti. La fotografia - mi si dice - sarebbe di derivazione baviana, e io ci posso pure credere (lo confermano gli stralci del film presenti su Youtube), peccato che la Dagored abbia fatto di tutto per farmi detestare il lavoro del povero Carlo Carlini, al quale Margheriti aveva affidato le immagini.

sabato 5 novembre 2016

Tre Giorni D'Amore

Pasquale Fanetti non ha manco una pagina italiana di Wikipedia, ci vuole quella tedesca (o IMDB) per sapere la sua filmografia, divisa tra operatore di macchina, sceneggiatore, capo elettricita e regista. Tutto cinema di genere, ma nell'ultimo caso si tratta di una lista di titoli quasi esclusivamente erotici, e tra questi, nel 1991, Tre Giorgi D'Amore con Petra Scharbach, firmato con lo pseudonimo di Frank De Niro. Una pellicola ai limiti dell'autobiografismo per l'attrice e modella (poi pure pittrice e blogger) tedesca naturalizzata italiana. Petra, quella vera, negli anni '80 vince concorsi di bellezza, lavora come modella e fotomodella, tenta la strada della musica, recita in pellicole softcore, realizza servizi fotografici per Penthouse e Playmen e lavora in tv; Lulu, il personaggio del film, è una modella, fa servizi fotografici osé e ospitate a pagamento. In Tre Giorni D'Amore la protagonista è in perenne attesa del suo uomo, mentre passa da set fotografici a discoteche, e inganna il tempo facendo shopping di lusso. Il rapporto con il suo impresario è pessimo, e più in generale tutti gli uomini la vedono come un mero oggetto sessuale. Questo perlomeno è ciò che lei attribuisce loro, arrivando ad immaginare persino come ognuno di essi vorrebbe possederla, e ammettendo per altro che la cosa - dopo un fastidio iniziale - la eccita. Finalmente Massimo (Carlo Mucari), il suo grande amore, la degna di interesse, ma anche questo rapporto è complicato e intenso. La loro frequentazione (i famosi tre giorni del titolo) è tutta incardinata sul sesso, rapporti, ammiccamenti, una sfida reciproca continua, apparentemente condotta da Massimo ma alla quale Lulu soggiace piuttosto volentieri. Fino a che Massimo non tira troppo la corda, coinvolgendo Lulu (a sua insaputa) in un rendez vous a quattro, con altre due donne. Lulu, offesa, decide di mollare Massimo, il quale continua a dichiarare il suo amore per la donna più importante della sua vita, ma senza rinnegare al contempo il bisogno di una tensione erotica sempre presente. Tre giorni di lussuria terminano così, come una cerino che avvizzisce dopo aver bruciato per tutto il tempo possibile.

Non si fa fatica a trovare rimandi con 9 Settimane e 1/2, uscito nell'86. Da metà film in poi - praticamente da quando compare Mucari - Fanetti insegue un vero e proprio remake, con richiami di scena quasi telefonati. Tre Giorni D'Amore (pochi ma buoni, verrebbe da dire) pare la versione camp del successo americano al botteghino, con una coppia d'attori sotto ipnosi (tale è la loro fissità), delle location provinciali e cheap, ed una generosa abbondanza di scene erotiche, nelle quali la Scharbach è con la macchina da presa sempre addosso, sia che amoreggi con Mucari, sia che provveda a darsi piacere in autonomia. Petra è bellissima, una vera icona degli anni '80, e la sua presenza scenica basta ed avanza a rendere meritevole di visione un'operetta del genere; tuttavia, la trama, la messa in scena e l'intero progetto sono davvero modesti, e come attrice grosse qualità non si può dire che emergano (complice anche un doppiaggio sciagurato). Pellicola cult ma anche e soprattutto trash, che ha il suo unico fulcro di interesse nelle parti anatomiche di Petrea e in come Mucari le sfrutta, le cavalca e le doma per tutto il film. I dialoghi sono abbastanza aberranti e lo sviluppo psicologico dei personaggi e da annuario di psichiatria. Le scenette kitsch diventano momenti imperdibili, come ad esempio il gioielliere che feticisticamente vuole riempire di perle e perline le nudità di Petra, il duetto lesbico con Cinderella (aka Monika Rak) o, ancora, i tremendi balli in discoteca con bellimbusti al seguito, un trionfo di cattivo gusto. Nello stesso anno di Tre Giorni D'Amore la Scharbach parteciperà anche a Paprika di Brass e girerà una sorta di seguito del suo film più rappresentativo (Lolita 2000), sempre con Fanetti, ovvero Lolita Per Sempre (nel cast pure Carmen Di Pietro e Malù).

lunedì 24 ottobre 2016

Intimo

Appena un anno dopo aver lavorato per Fellini in Intervista, la ex benzinaia del veronese Eva Grimaldi interpreta Intimo di Bob J. Ross, il cui nome assai meno hollywoodiano risponde a Beppe Cino. Sono anni febbrili per la Grimaldi (pure lei all'anagrafe fa Milva Perinoni), lanciata televisivamente da Drive In, per il quale senza ombra di dubbio aveva il physique du role. Alterna pellicole varie, d'autore, commedie, erotici, biopic, action, horror, frequentando perlopiù il cinema di genere a basso costo. Cino è un regista colto, Maturità Classica, studi in Scienze Politiche e Filosofia, diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, aiuto e collaboratore di Rossellini; a partire dall'87 circa si scopre attratto dal genere erotico, firmando il trittico Oggetto Sessuale, Fatal Temptation e Intimo, pellicole entrate stabilmente nel novero degli stracult italici, sempre ad un passo (e oltre) dal trash. Intimo - ma nei titoli di testa la scritta che compare recita Io Intimo - si offre da subito come un film con pesanti velleità letterarie, psicologiche ed intellettuali. Ma queste vertiginose intenzioni fanno a cazzotti con la messa in scena poveristica, il cast e la reale portata della sceneggiatura. La storia è quella di Tea (Eva Grimaldi) una cameriera che arrotonda facendo sfilate di biancheria intima (di qui presumo il titolo). Ha un fidanzato normale, che la ama e la rispetta, ma è proprio questa "noiosa" tranquillità sentimentale che pare aprire il varco ad una tempesta ormonale. Karl (Leonardo Treviglio), uno spasimante che la osserva durante le sfilate, inizia a tampinarla, riempiendola di parole e frasi lusinghiere (sempre molto criptiche). Tra i due si instaura un rapporto morboso e abbastanza violento, sul quale - come se non bastasse - si svorappone anche quello con il depravato e mefistofelico portiere (Thomas Arana) dell'albergo nel quale risiede l'amante della Grimaldi. I due uomini si contendono le grazie della cameriera modella, giocando al gatto col topo, fino a che, così come tutto era cominciato, improvvisamente cessa. Il focoso spasimante di Tea sparisce nel nulla ed il portiere la congeda con un sibillino "arrivederci". Ecco che la Grimaldi, forte delle sue esperienze sessuali di grande intensità, torna al suo vecchio amore, il ragazzo tranquillo (al quale si presume farà scorprire mondi finora inesplorati).

Lo stesso fiume di parole e parolone che stordisce la povera Tea, facendola capitolare, rintontisce anche lo spettatore, esausto dopo appena un quarto d'ora di proiezione. Le frasi fatte ed altisonanti prounciate da Treviglio (che farebbero capo addirittura ai vari Wedekind, Lautréamont, Céline) sono totalmente fuori contesto, immotivate, gettate in pasto alla storia un tanto al kg. Roboanti dichiarazioni completamente appese, svuotate di profondità e recitate strumentalmente per ottenere unicamente le pudenda della burrosa Grimaldi, qui al top del suo look panteresco e volgarotto. L'assurdo non-sense è dato dal fascino che un buzzurro manesco come Karl esercita sulla "principessina" Tea, finora vissuta nella candida innocenza (si fa per dire, viste le sfilate a cui si dedica con tanta convinzione). Siamo al rovescio del femminismo o, volendo, alla conferma del famoso teorema di Marco Ferradini ("prendi una donna, trattala male...."). Tea potrebbe godersi un fidanzato belloccio, dolce, premuroso e "umano", ma naturalmente i suoi pruriti sessuali sono tutti rivolti ai personaggi desadiani rappresentati da un viscidissimo (ed impotente) portire d'albergo, che si diverte a deflorare le donne con un bastone di vetro, e da un quarantenne sdrucito che recita a memoria passi letterari come fossero i bigliettini dei Baci Perugina, e pure lui chiacchiera più di quanto in realtà concluda. Ne esce fuori un quadro di caratteri abbastanza disarmanti, ottusa e stupidina lei, maniaci sessuali loro; per non parlare delle colleghe modelle con cui Tea sfila, tre sgallettate assai disinibite, che arrotondano come escort, visto che a turno si prestano alle voglie di Arana. Tra queste c'è Valentine Demy (accreditata come Marisa Parra), obbligatoriamente da segnalare perché sfoggia uno dei fisici più incredibili della storia del cinema erotico italiano (anche se purtroppo ha avuto modo di deturparlo poi a dovere).

La Grimaldi andò a pubblicizzare il film al Maurizio Costanzo Show e si fece intervistare dall'Europeo: "Parlerei di erotismo interiore [...] una strategia di progressione del desiderio [...] nel film finisco sotto un torrente di parole che mi aggrediscono, mi lusingano e mi assillano di continuo, esercitando una grande carica di violenza. E io mi lascio travolgere, comandare, usare [...] l'ho accettato per il miscuglio di temi letterari che danno uno spessore alla materia erotica [...] ma non è solo un film di idee". Il tema letterario che nobilita l'erotismo è un grande classico tra gli argomenti usati dalle attrici che devono giustificare pellicole poi rimproverate e rinfacciate dalla critica. Va spesa una parola anche per i set drammaticamente cheap, sempre all'insegna di una fotografia (addirittura di Delli Colli) buia che più buia non si può. Le telefonate col fidanzato avvengono sistematicamente sotto un ventilatore perennemente in movimento; la pedana delle sfilate ha una disposizione spazio-temporale incomprensibile (dove cacchio sono posizionati tutti i tizi che regolarmente attaccano bottone con Tea? Sembrano sulla pedana pure loro). E che dire dei camerini o dell'albergo? Terribile anche la scena di sesso tra Treviglio e la Grimaldi, quella nella quale (finalmente) i due concludono qualcosa. Inizia dall'ascensore (dove Karl rivolge raccomandazioni assurde a Tea), per poi proseguire lungo i corridoi (contro le cui pareti la donna viene ripetutamente sbattuta, in tutti i sensi), e terminare quindi a letto (ah.... meno male!). Indubbiamente un film culto del genere "so good so bad", da prendere ovviamente con le dovute cautele, soprattutto per quanto riguarda le dinamiche comportamentali dei personaggi, antitetiche ad uno straccio di realtà degno di tale nome.

lunedì 10 ottobre 2016

Una Storia Ambigua

Era rimasto qualcosa in sospeso, dal lontano 1986. Ricordo che un cinema a luci rosse in pieno centro città aveva in bella mostra i manifesti del film, rigorosamente vietato ai minori, mi pare di 18 anni, nonostante - una volta tanto - non si trattasse di un porno ma di un softcore. Succedeva che saltuariamente la programmazione si aprisse a pellicole non strettamente del filone, ad esempio ci proiettarono pure Il Ragazzo Della Curva B con Nino D'Angelo. Vabbè, direte voi, magari suppergiù il tipo di pubblico era lo stesso. In ogni caso, da allora mi è sempre rimasto in mente Una Storia Ambigua, "quel famoso film che proiettavano all'Italia..." e che chissà cosa aveva di speciale. Nel mercato dell'homevideo non è mai uscito in dvd, solo in VHS, tuttavia anche in questo caso ero ancora troppo giovane per prenderlo in considerazione. Finché (come direbbe Carlo Lucarelli) succede una cosa: la Minerva, detentrice dei diritti di -anta film succulentissimi, magari neppure mai editi, apre il canale Youtube Films&Clips e carica in versione "full" alcune di queste pellicole, tra le quali, indovina un po', proprio Una Storia Ambigua. Bingo! Due le versioni, una "televisiva", da circa 56 minuti, ed una integrale (che immagino durerà molto poco online, visti gli standard restrittivi di Youtube).

Bene, innanzitutto grazie alla Minerva per l'opera filantropica e meritoria di dare al mondo fotogrammi di cinematografia sepolta e arcana. Venendo al film, trattasi di erotico filo-samperiano ma che sceglie come ambientazione il ventennio littorio; impossibile quindi non vengano in mente anche le firme di Brass, Cavani, Visconti. Un nipotino oramai fattosi ragazzotto (Gabriele Gori) va a trovare lo zio romano, conte e gerarca (Pietro Gerlini). Lo zio vive con la moglie mignotta (Minnie Minoprio) e la figlia (Beba Balteano), che dalla madre ha preso le medesime inclinazioni. Da subito il nipote è preda delle attenzioni delle due donne di casa, che però si manifestano in opposizione; mentre infatti la Minoprio fa di tutto per irretirlo, la Balteano disprezza, anche se, come è noto... chi disprezza compra. Molto presto l'ingenuo putto si rende conto che in casa la più tranquilla ha bisogno di impacchi di ghiaccio ad altezza inguine per passare la nottata, e non ci mette poi troppo a capitolare con la matrona di famiglia. Dopo il fatto però la Minoprio assume un atteggiamento sprezzante, avuto il giocattolo tratta con sufficienza e scherno il ragazzo; ed è a quel punto che la Balteano subentra di gran carriera, mossa da "sincero interesse" (dimostrato però con i piedi per tutto il film), ma ricevendo a sua volta il due di picche. Gori giustamente realizza di essere finito in una casa di pazze infoiate ninfomani, riprende il treno e torna al sud. Alla Minoprio non rimane altro che consolarsi con il giardiniere, il quale d'abitudine si apposta alla finestra per vedere gli striptease delle contessine del Duce.

Ho volontariamente ridicolizzato un po' la trama, lo ammetto, ma guardate che parlare di trama è una roba forte. Le paginette di sceneggiatura sono due, il nipote arriva, le donne se lo trastullano, il nipote torna al paesello. Stop. Questi eventi salienti sono infarciti il più possibile da dialoghi demenziali e pretestuosi, da lingerie in grande spolvero, e da "ciullate" di riempimento, a ulteriore testimonianza che per le due protagoniste ogni lasciata è persa. La Minoprio tenta disperatamente di far fare al proprio marito il suo dovere coniugale ma, da bravo fascista tronfio, sono più le parole che i fatti, e allora Minnie va persino in bagno, in solitaria. La Balteano invece, oltre a deliziare il giardiniere di cui sopra, si diletta con l'amica del cuore (una Manola D'Amato in formissimissima!), la quale a sua volta esegue pure lei spogliarelli in diretta per il vicino di casa e, all'occorrenza, giace lesabicamente con la Balteano sempre per i piaceri voyeuristici del guardone condominiale. Una Storia Ambigua ambigua non lo è per niente, poiché è assolutamente cristallino che tutto si risolva in una serie continua di accoppiamenti. Non siamo difronte ad un capolavoro di semantica ed approfondimento psicologico dunque; detto ciò, e interpretato il film nel suo contesto adeguato (un erotico di Mario Bianchi senza nulla a che pretendere, se non mostrare nudità ed amplessi, e con una ricostruzione storica non esattamente filologica), devo dire di aver gradito non poco l'epopea dei Conti Guerrieri.

La Minoprio è un unicum nel genere. La starletta televisiva gira pochissimi film in carriera e questo è l'unico un po' bollente. Contemporaneamente a Una Storia Ambigua escono certi servizi fotografici su certi giornaletti che sono soliti leggere certi uomini; in quel periodo evidentemente la piacente Minoprio (44enne) ha bisogno di rilanciare la carriera come può, cedendo anche al déshabillié spinto, ma se ne pente all'istante, andando in tv al Costanzo Show, contrita, a chiedere perdono e a giurare che mai più sarebbe accaduto. Oggi, sul suo sito web, non esiste alcun riferimento tangibile a questo film, come non fosse mai esistito. Ripeto, non si tratta di una pellicola irrinunciabile nella storia del cinema italiano, ma alla fine di una piccante e divertente commedia erotica si. Di quelle fatte con budget modesti, attrici molto disponibili (almeno in quel momento storico), buon mestiere da parte del regista (del resto, Bianchi, una garanzia), e un bel vdere. Io poi avevo il valore aggiunto, dovevo esaudire quella promessa fatta a me stesso nel lontano 1986...

lunedì 26 settembre 2016

Concerto Per Pistola Solista

Nel 1970 Michele Lupo dirige un giallo-rosa godibilissimo, d'impostazione tutta anglosassone (inevitabile l'eco delle pagine di Agatha Christie), ma con il cast per una buona metà italiano. Siamo da qualche parte, nei possedimenti albionici del duca Henry Carter, appena deceduto. Il suo testamento, letto in seduta plenaria dal notaio, crea qualche sconquasso, poiché il malloppo che conta viene destinato a Barbara (Anna Moffo), l'adorata nipote che è stata compagna assidua del duca nei suoi ultimi anni. La famiglia individua subito la nipote come la nemica da abbattere, e nei giorni immediatamente a seguire iniziano a verificarsi omicidi a catena, sui quali indaga Scotland yard, nelle vesti dell'ispettore Grey (Lance Percival) e del sergente Thorpe (Gastone Moschin). La stessa Barbara non ci rimette le penne per miracoilo. Col passare dei giorni ed il crescere della tensione, i vari abitanti della magione iniziano a mostrare ognuno il proprio lato oscuro. Relazioni più o meno torbide e clandestine si intrecciano, debiti e vite sregolate vengono a galla, in particolare il giovane Georgie (Christopher Chittell) si segnala per disturbi della personalità, plagiato ed ossessionato dalla opprimente madre Gladys (Marisa Fabbri), nonché fortemente attratto dalle grazie della cameriera Orchidea De Santis (come dargli torto!). - SPOILER: I vari sospettati degli omicidi vengono via via accoppati a loro volta o scagionati dal compiersi di altri delitti, fino a che il sergente Thorpe ha l'intuizione che risolve il caso. L'assassina è la stessa Barbara, il testamento è falso, è stato modificato a suo tornaconto, e successivamente sono stati assassinati tutti coloro che potevano intralciarn i piani, non ultima Isabelle (Eveline Stewart), moglie di Anthony, sua vecchia fiamma mai sopita.

Lupo trova il bilanciamento perfetto tra gli elementi gialli e quelli comico-sentimentali, rendendo Concerto Per Pistola Solista un film arguto e scoppiettante. Ad una visione superficiale potrebbe magari persino risultare una pellicola un po' "sempliciotta" (soprattutto per via della marcata caratterizzazione grottesca del sergente di Moschin, che rischia di diventare un'imitazione di Jerry Lewis a causa del doppiaggio di Carlo Romano, voce storica dell'attore americano), ma in realtà le ambientazioni agresti inglesi, l'accuratezza di ogni personaggio, il buon cast, le musiche (Tchaikovsky la fa da padrone, è suo il tappeto sonoro sul quale il virtuosismo omicida si scatena), l'humor che percorre tutta la sceneggiatura, sono tutte tessere di un mosaico assai ben riuscito, e soprattutto divertente. La componente gialla non è pretestuosa, lo spettatore può davvero esercitarsi nella caccia al colpevole, mestiere assai poco confacente invece allo spocchioso e ottuso ispettore Grey. Decisamente più acuto ed intuitivo il sergente di Moschin, all'apparenza stolto e buffo, ma poi deues ex machina della risoluzione del caso. La pellicola si chiude con l'accoltellamento di Georgie, finzione o verità? Già perché, sin dall'inizio, lo svitato piccolo lord ha evidenziato la propensione a inscenare macabri scherzi di morte, con grande generosità di sangue. Beryl Cunningham, nelle vesti di Pauline, ha il compito di aggiungere un elemento di sensualità alla pellicola, ma certo la vera regina in materia è la splendida Orchidea De Santis, qui alla sua ennesima servetta piccante, che regala l'unico vero momento apertamento erotico del film. Esempio di cinema di genere italiano dell'epoca con un respiro internazionale, non privo di qualche invenzione con la MdP da parte di Lupo, e con la fotografia curata da Aristide Massaccesi.

mercoledì 14 settembre 2016

Un Uomo A Nudo

Non avevo mai visto questo film americano del '68, mi è passato davanti agli occhi in tv e sono rimasto folgorato. Lo dirige Frank Perry, forse maggiormente noto per essere stato lo zio di Kate Perry che per la sua filmografia, almeno di qua dall'Oceano. L'adattamento cinematografico deriva dal racconto The Swimmer (1964) di John Cheever. Interprete principale (e totalizzante) è Burt Lancaster, che per l'intera durata della pellicola indossa unicamente un costume da bagno, sfoggiando un fisico invidiabile a 55 anni. Il buffo è che per un film chiamato Il Nuotatore viene scelto un attore che non sa nuotare e che si vede costretto a prendere appositamente lezioni. Ma il cinema è finzione, e in questo caso particolare di irrealtà ne vedremo parecchia. La storia è quella di Ned Merrill, stimato membro di una contea del Connecticut, che in un giorno di sole e cielo terso, decide di compiere un percorso per tornare a casa attraverso le piscine dei vicini, come si trattasse di un unico lungo fiume ininterrotto. I titoli di testa scorrono sui boschetti delle ville che Merrill sta attraversando, dunque vediamo Lancaster già pronto per il primo tuffo. L'azione è decontestualizzata, sta già tutto avvenendo, senza che si sappia cosa accadeva un minuto prima del fotogramma iniziale. Per ogni piscina che Merrill tocca assistiamo alla socializzazione con i diversi proprietari, apparentemente tutti conoscenti di Ned e della sua famiglia, composta dalla moglie Lucinda e dalle due bellissime figlie che "stanno giocando a tennis" (lo ripete ossessivamente).

- SPOILER: La pellicola è tranciata nettamente a metà, ed è proprio un evento in particolare che fa da spartiacque tra il prima ed il dopo. L'incontro con Julie Ann Hooper (Janet Landgard), bellissima ed enigmatica ex babysitter delle bimbe di Merrill. Adesso la ragazza è una splendida ventenne, impiegata e prossima a trasferirsi in città. Molto affezionata a Ned, decide di seguirlo nel suo bizzarro proposito di attraversare la contea di piscina in piscina. Tra i due si stabilisce un clima di complicità, che offre il fianco a confessioni e rivelazioni di vecchie infatuazioni, ma quando Ned cerca di baciare Julie Ann, la ragazza indispettita fugge via. Di colpo, l'intero incantesimo sembra rompersi, ed ogni nuovo incontro di Merrill si traduce in una sua umiliazione e mortificazione. Progressivamente l'uomo scopre di essere schernito e poco gradito dalla comunità, è indebitato, ed anche la sua famiglia gode di poche simpatie. Incontra persino una donna che è stata la sua amante e che Merrill ha gettato via dopo averne approfittato a piacimento. Dopo aver saputo che persino le sue amatissime figlie lo denigrano a sua insaputa e sparlano alle sue spalle, Merrill provatissimo moralmente (e acciaccato fisicamente in seguito ad una distorsione), riesce finalmente a raggiungere casa, per scoprire che si tratta di una villa abbandonata e deturpata dallo scorrere del tempo. Mentre infuria la tempesta, Merrill cerca di farsi aprire la porta ma il luogo è alieno e disabitato.

Coerentemente con lo stile di Cheever, Un Uomo A Nudo è un film assolutamente strambo, imprevedibile, quasi interamente giocato sul piano della irrealtà, allegorico, metafisico e simbolico fino allo sfinimento, ma soprattutto irrisolto. Dualismo umano, dualismo della realtà (ciò che sembra, cio che è), conflitti sociali e familiari, sicurezza della quotidianità, destabilizzazione derivante dall'improvviso. Sulla vicenda di Merrill si possono costruire un miliardo di interpretazioni diverse e fantasiose. Volutamente il film non dà elementi certi a cui appigliarsi. Merrill è completamente fuori dalla realtà, e dal suo stesso vissuto; realizza strada facendo cose sul suo conto personale che sembra ignorare. Come se fosse appena uscito dal coma, come se fosse dentro un sogno (o peggio, un incubo), come se fosse appena stato deportato da Marte. Il suo linguaggio estremamente figurato, aulico, lirico, contribuisce a definirlo come un personaggio fuori contesto. Sbaglia fatti ed eventi passati, non ricorda chi e quando, passa di palo in frasca. La sua unica sicurezza pare essere l'amatissima famiglia, salvo poi trovare il deserto quando torna a casa.

Perché Merrill si incaponisce a girare la contea a nuoto? Perché "deve". Perché ha perso il lavoro, è indebitato, e inviso a tutti e non ha affatto una famiglia felice? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Neppure lui lo sa. Assistiamo solo al suo declino, al suo disincanto, al passaggio da un mondo idilliaco, fatto di agi e certezze, ad un mondo ostile, fatto di amarezza, solitudine ed incomprensione. Con molta nostalgia Merrill stesso rievoca il periodo della fanciullezza, quando per un quarto di dollaro falciava i prati, sgombro dalle preoccupazioni e dai pensieri degli adulti. Sente ancora il profumo dell'erba, mentre di colpo realizza che una intera vita è trascorsa e niente è andato come doveva. Si è parlato di metafora del fallimento del  sogno americano (i coniugi che millantano orgogliosamente il lusso sfrenato con cui hanno appronatto la propria piscina, badando a non fare economia, come fosse un peccato mortale, e sfoggiando poi il tagliaerba ultimo modello, sembrano proprio invcarnare l'ottusità del Capitale), oltre che della crisi di mezza età del protagonista. Un Uomo A Nudo rimane aperto a qualsiasi interpretazione. Ogni fotogramma è un simbolo di qualcosa. La Columbia rimase molto spaventata del possibile esito al botteghino, ritenendo il film troppo cervellotico ed intellettuale. L'incontro tra Lancaster e la Landgard (personaggio estremamente ambiguo, apparentemente la brava e pura ragazza americana, in realtà un fabbrica continua di aneddoti pruriginosi e ammiccanti) venne fatto rigirare a Sidney Pollack e l'uscita in sala venne procrastinata di due anni, con l'ovvio risultato che la risposta del pubblico fu tiepida. Onore a Lancaster che disse di ritenerlo il suo film migliore. Molto efficace anche la colonna sonora, a tratti degna di un film di Hitchcock.

venerdì 2 settembre 2016

Buck Rogers Nel 25º Secolo

Io Buck Rogers in tv lo guardavo (stiamo parlando all'incirca del 1982/'83, su Italia 1). Assieme a Battlestar Galactica mi sembravano i fratelli pezzenti di Star Trek, anche se in realtà l'idea di chi produceva le serie era fare i soldi di Star Wars. Qualcosa in comune l'avevano, il marchio Glen A. Larson. Negli States Buck Rogers va in onda, suddiviso in due stagioni per un totale di 37 episodi, tra il '79 e l'81; nel '29 Philip Francis Nowlan lo inventa e da allora il Capitano William Anthony Buck Rogers viene declinato in strisce a fumetti, racconti, programmi radiofonici e televisivi. Il nome originale dello show è Buck Rogers In The 25th Century e prima della messa in onda televisiva, come avviene di solito, viene realizzato un episodio pilota, che poi va nelle sale americane dal 30 marzo del 1979. Il responso al botteghino è positivo (21 milioni di $ del Nord America) e la serie viene effettivamente messa in cantiere. Molte scenografie, attrrezzature e costumi di Battlestar Galactica (che cronologicamente viene prima) vengono impunemente reciclate per l'occasione.

Oggi, quasi 40 anni dopo, Cult Media edita in Italia il dvd del film pilota, (quasi) col suo titolo originale (Buck Rogers al posto di Captain Rogers). 87 minuti di preludio a quella che sarà la battaglia tra la Terra e i Draconiani nel 2491 e seguenti. Visto oggi, l'episodio appare un filino fuori tempo. Vuoi che si trattava sostanzialmente di un prodotto televisivo e seriale, vuoi che il budget era quel che era, vuoi che sono passati 4 decenni, oggi il povero Buck pare la quintessenza dell'anacronismo, della vecchieria e dell'antiquariato. Il film in questione è ai vertici della Coppa Campioni della pezzenteria, con momenti di kitsch oltremodo imbarazzanti (su tutti, il ballo di gala con le musiche electro e le coreografie con le palle in mano, coreografie che poi Buck spariglia chedendo del buon rock 'n' roll). Il capitano del XX° secolo è un guascone buontempone, arrogante e sborone (con la faccia yankee di Gil Gerard), ha la battuta facile, è un maschio alfa, ha una filosofia di vita che assomiglia preoccupantemente alla politica estera americana dei governi Repubblicani (prima darle, poi si ragiona) e ovviamente - ça va sans dire - è un latin lover imbattibile. La stessa Principessa Ardala (Pamela Hnsley), pur coniglietta di Playboy ad honorem, non può resistergli, e se la deve giocare con Erin Grey, la quale, per quanto più pudica, non è proprio la Mariangela Fantozzi della situazione.

Nel film in questione viene spiattellato l'antefatto della serie; con valide e solide motivazioni scientifiche (...) si spiega che Rogers parte per una missione nell'87 e torna 500 anni dopo grazie ad un perfetto bilanciamento di ingredienti nella cabina del suo shuttle che lo criogenizzano a dovere (lui e tutti gli strumenti, lascia fare che sono macchine analogiche e lui è fatto di carne e ossa), oltre allo sbalestramento in un'orbita galattica che vattelappesca. Torna 5 secoli dopo, le cose sono un po' cambiate, pare di essere tornati ai tempi di Conan, solo con le pistolette laser, però vabbè, alla fine Ardala vestita da capa barbara interplanetaria fa la sua "porca" figura, idem la sua guardia del corpo Tigerman (molto wrestler in effeti). Buck spara battute sfrontate a raffica, vive avventure impossibili e fa comunella con un droide nano con i capelli a paggetto che ripete sempre e solo "BIDIBIDI". Accade l'impossibile, le brutture più brutture non ci vengono risparmiate, effetti speciali terribili, citazioni dei post atomici urbani con agguati notturni di sub proletariato appestato, cimiteri futuribili di Chicago che sembrano il New England, civiltà aliene così avanzate da sembrare Sodoma e Gomorra, un progresso che è un regresso a tutti gli effetti, e che infatti non genera alcun contraccolpo in Buck Rogers, che si trova pienamente a suo agio. La visione è senz'altro divertente, a patto di avere la consapevolezza di star guardando un film fuori dal tempo. Attenzione alla presenza di Henry Silva, cortigiasno ambiziosissimo della Principessa, che sfodera tutto il suo repertorio di cen... cinquan... diec... tre... una espressione, quella da Henry Silva.

Circle

Un fanta-thriller che prende spunto, origine ed ispirazione da La Parola Ai Giurati, un'idea bizzarra ma che potrebbe risultare molto originale. Se ne incaricano Aaron Hann e Mario Miscione, registi di Circle, pellicola low budget americana del 2015. Il contesto è un po' quello dei Manetti Bros di L'Arrivo Di Wang, ovvero un'idea forte calata in una scenografia claudtrofobica, una sceneggiatura che vive trasmettendo la fantascienza agli spettatori esclusivamente mediante dialoghi e recitazione, con un minimo di disvelamento finale dell'enigma. Effetti speciali ridotti all'osso ed una tensione costante. Almeno sulla carta, questi gli ingredienti costitutivi di Circle (non possono non venire in mente anche Cube e la saga della sega, Saw). 50 individui, apparentemente assortiti in modo vario e casuale (neri, bianchi, asiatici, uomini, donne, giovani, anziani, sani, mutilati, malati, etc.) occupano ciuascuno una casella circolare di un'area altrettanto circolare. Al centro una specie di sfera nera che ad intervalli regolari di 2 minuti elimina fisicamente una vittima mediante una specie di scarica elettrica. Vietato lasciare il cerchio che si occupa, anche in quel caso, è morta certa. Non c'è ragione, non c'è spiegazione, non c'è memoria del quando, come e perché, bisogna solo sopravvivere, se possibile, allo sterminio. Un ulteriore dettaglio, ognuno dei presenti, muovendo la propria mano può esprimere una sorta di voto su chi debba essere il prossimo sacrificato, indirizzando la scarica. Dopo i primi istanti di spaesamento, iniziano a delinearsi strategie, riflessioni e soprattutto bassezze umane. Si creano fazioni su basi ora etniche, ora morali, ora del tutto casuali. La legge della sopravvivenza richiede di mettere a nudo il proprio vicino, magari evidenziandone le scarse virtù etiche, perché nero, immigrato, omosessuale, poco produttivo per la società dei consumi, madre single.

Perché sta accadendo questo massacro e perché proprio a loro? Parallelamente all'incessante materializzarsi delle scariche (preannunciate da una ansiogena musichetta ad orologeria), la piccola comunità votata al martirio cerca di interrogarsi sulle ragioni di una simile situazione senza uscita, poiché forse in quelle motivazioni potrebbe risidere la salvezza. Quei pochi che ricordano qualcosa sul "prima", hanno vaghe immagini di loro stessi intenti a fare qualcosa, poi il buio, ed il risveglio in questa specie di camera da esperimenti, dove dominano il rosso ed il nero, come in una roulette (russa.... anzi aliena). Se si trattasse di extraterrestri? Già, e perché? Per un'indagine "sociologica". E a che scopo? Vedere di che pasta sono fatti gli umani, come si comportando davanti a decisioni estreme. Studiarci facendoci ammazzare l'un l'altro? Che bizzarria. Ma perché no? E mentre tutto ciò accade, uno dopo l'altro i 50 piccoli indiani vengono decimati, secondo regole, alleanze e casualità feroci. Vietato affezionarsi ad uno dei personaggi, perché anche quelli più "protagonisti" cadono a terra inesorabilmente. Apparentemente non cì sono vie di uscita, tutte è segnato, sarà un'ecatombe. Il confronto continuo fa emergere i caratteri dei personaggi. Pietosi, cinici, anche disumani. Chi mente, chi gioca sporco, chi sembrerebbe puro d'animo, chi assolutamente innocente perché ha solo 7 anni. Madri che portano un figlio in grembo, cinquantenni con un cancro in regressione, messicani che neppure riescono a parlare l'inglese, bancari con la parlantina facile, poliziotti razzisti, afroamericani vittimisti, lesbiche fiere, soladti d'istanza in Afghanistan. Non c'è scampo per nessuno, la massa orienta le scariche e, chi prima, chi dopo, i corpi vanno giù.

87 minuti interamente condotti in un 'unico ambiente, con unità di tempo e spazio. Quello che vediamo scorrere è il cronometro che segna esattamente quegli 87 minuti di vita nelle esistenze della cavie da laboratorio. I loro ragionamenti talvolta appaiono superficiali e grossolani, ma in una simile situazione di tensione e minaccia (mortale) incombente non c'è tempo per una gran filosofia, e neppure per la generosità d'animo. Gli stereotipi netti e manichei sono propedeutici ad alimentare i confronti verabli tra i personaggi, esattamente come le barzellette con l'italiano, il tedesco, il francese, lo svizzero, etc. I registi risolvono visivamente la decimazione facendo sparire i cadaveri, il che forse toglie un po' di tensione al film. Dove vanno a finire i morti? E cosa accadrà quando si arriverà agli ultimi due? Non si possono votare caselle vuote, non si può votare per se stessi, e se entrambi non votassero andrebbero al ballottagio, morendo entrambi. L'unica soluzione? Uno dei due dovrà astenersi e soccombere per far vivere l'altro. - SPOILER: giunti al terzetto finale, un ragazzo propone alla bimba di 7 anni di sacrificarsi insieme a lui, lasciando in vita la donna incinta poiché portatrice di una vita ancora neppure nata. Tra le lacrime la piccola Katie accetta, ma è vittima dell'inganno di Eric, che vota a tradimento per la futura madre proprio mentre la bimba esce dal suo cerchio, rimanendo di fatto l'unico in vita. Istanti di panico, il gioco non finisce, c'è ancora un ballottagio da risolvere, lui ed il feto, e ancora una volta Eric uccide qualcun altro al posto suo, senza rimorsi né pentimenti. Si risveglia sulla Terra, a Los Angeles, mentre un gruppo di persone guarda attonito un astronave in cielo. Cosa sta per accedere, è tutto finito e gli alieni (magari un po' schifati) stanno per abbandonarci al nostro destino, o è l'inizio dell'invasione?

L'idea, come detto, è interessante, e fino alla fine si rimane con la voglia e la curiosità di sapere come andrà a finire. Detto ciò, non tutte le caratterizzazioni sono riuscite col buco, qualche stralcio di dialogo è un po' forzato, la recitazione è statica ed accentuata - e non potrebbe essere altrimenti, incasellati come sono gli attori - il finale (a mio parere) è troppo aperto e non regge la tensione accumulata per tutto il film. Ovviamente lo spessore introspettivo della giuria popolare di Twelve Angry Men è lontana galassie e galassie solari. Con i pochi mezzi a disposizione tuttavia la pellicola si rivela tutt'altro che malvagia, la regia attua brillantemente tutto il dinamismo necessario a non far sentire allo spettatore la pesantezza delle catene che inchiodano il film ad un luogo unico e mi rimane il capriccio di immaginare la stessa sceneggiatura affidata ai suddetti Manetti Bros, i quali avrebbero saputo infondere ai fotogrammi qualcosa che invece è del tutto assente, l'ironia.

mercoledì 24 agosto 2016

Barbarella

E Roger Vadim nel 1968 inventa la fantascienza pop. Una pietra miliare del cinema degli anni '60, del cinema di fantascienza, del cinema delle belle donne, del cinema della pura invenzione, in sintesi basterebbe dire.... del cinema. I puristi staranno già storcendo la bocca per l'assegnazione della pellicola al sacro genere sci-fi, ma siamo più o meno dalle stesse parti di Flash Gordon, ovvero nei territori di una "meta-fantascienza", autoironica, istrionica, consapevole, pretestuosa, strumento mediante il quale l'autore crea, inventa, mette in scena le proprie visioni (che siano narrative, scenografiche, anche banalmente relegate a costumi, acconciature e oggettistica) delineando un mondo parallelo, un universo che porta la sua firma, al netto degli stretti canoni di aderenza alla fantascienza istituzionale. Barbarella è scienza futuribile per modo di dire, quasi canzona l'argomento, ma con gusto, eleganza, savoir faire, umorismo sottile. Vadim sotto questo punto di vista è un genio, lo ha dimostrato in tuttta la sua carriera, e quanto a bellezza non conosce competitori, basta dare una scorsa alle tante mogli e relazioni che hanno scandito la sua vita, da Brigitte Bardot a Catherine Denevue, da Annette Susanne Strøyberg a Jane Fonda, di splendore in splendore.

Barbarella si piazza a metà del suo percorso artistico; a metà era già un cineasta in grado di tirar fuori dal cilindro un coniglio del genere, rendiamoci conto. L'anno di uscita del film (1968) è cruciale, certamente quello che si respirava in società (segnatamente parigina) in quel periodo ha fatto da humus per la forma e la sostanza del film. Su V-Magazine nel '62 era apparso il fumetto di Jean Claude Forest, prima ispirazione di Vadim. Le fattezze di quella Barbarella richiamavano palesemente la Bardot, ma il regista arriva a fare il film quando la sua compagna è la Fonda e così è a lei che tocca l'onore (e chissà che malumori sapendo che avrebbe dovuto infilare i panni di un'eroina pensata per la rivale in amore, e che rivale!). Il personaggio di Forest è stato definito proto-femminista per la disinvoltura con la quale ricorre all'erotismo per uscire dalle situazioni, per la sua emancipazione, (auto)determinazione e indipendenza, oltre al fatto che risulta, a tutti gli effetti, una protagonista (femminile) dai tratti eroici e non certo una casalinga da focolare. Chiaro che erotismo ed ironia vadano in realtà nella direzione di umanizzare e quindi "depotenziare" lo spessore dell'eroina, o forse questo è solo ciò che viene da pensare in maniera superficiale ai maschilisti irriducibili, poiché, a ben vedere, quei due aspetti aggiungono sfumature e acutezza all'immagine complessiva di Barbarella e del suo mondo.

Il film mantiene le stesse coordinate, sbizzarrendosi magistralmente sul piano visivo. A Vadim il film, inteso come sceneggiatura, dialoghi e azioni, interessa molto parzialmente, sono gli ambienti, i costumi, le musiche, le faccette ambigue, i sottotesti e gli ammiccamenti a solleticarlo molto di più, oltre a tutta la sperimentazione estetica che una pellicola del genere gli consente (basti far caso alle immagini che Barbarella vede sullo schermo della plancia di comando della sua "cosmonave", pura psicehdelia lisergica). E non a caso la canzone dei titoli di testa celebra "Barbarella Psychedella". I titoli di testa... forse il momento più alto dell'intero progetto. Vadim decide di iniziare col botto, regalando agli spettatori uno spogliarello (integrale) della consorte, immaginato in assenza di gravità. Pura magia. Ovvio che oggi risulti qualcosa di estremamente datato; la Fonda è chiaramente su di un piano, mentre rotea su se stessa, e quando leva i guanti si vede addirittura il riflesso del vetro, o plexiglass, sul quale recita. La sensazione di assenza di gravità c'è per modo di dire, ma sono sicuro che anche il più tignoso astrofisico, alla visione di quella scena, non si sarà soffermato granché a contestare gli aspetti più o meno realistici della mise-en-scène.

Barbarella è un'agente intergalattica del XI° secolo (nel quale guerre e violenza sono state abolite e regna la pace universale), spedita dal governatore della Terra alla ricerca di uno scenziato pazzo di nome Duran Durand (sono sicuro che vi farà venire in mente qualcosa, anzi qualcuno). Questi ha con sé il terribile raggio positronico, un'arma che se finisse in cattive mani potrebbe interrompere l'armonia che regna nello spazio, e far ripiombare il mondo nel Medioevo. Barbarella così raggiunge il pianeta Sogo, dove risiede Duran Durand, vive mille avventure e incontra una bizzarra galleria di creature e personaggi degna di Alice nel Paese delle Meraviglie, per poi individuare il mad doctor e sopraffarlo. L'universo è salvo.

Nella prima idea della co-produzione italo-francese finanziata da Dino De Laurentis (girata perlopiù a Roma), Barbarella sarebbe dovuta essere Virna Lisi, che - poco sorprendentemente - non è convinta del progetto e abbandona. Si passò quindi alla Bardot (candidata naturale), ma pure lei glissò per aver ecceduto nei ruoli sexy. Allora fu il turno della Loren, che però era incinta e non si sentiva adatta al ruolo (e infatti, non lo era). Salvo la Bardot, tutte attrici prese in considerazione solo per la loro avvenenza e per il loro richiamo glamour, piuttosto che per una reale aderenza alla parte. Sulle prime anche Jane Fonda si sentì preoccupata dell'interpretazione,  ma poi il marito seppe fare una opportuna opera di convincimento. L'accoglienza di critica e pubblico non fu subito entusiasta, e perlopiù l'equivoco si concentrò sulla eccessiva paraculaggine del film. Era troppo divertito e scostumato per essere adatto ad un pubblico di rigorosi cultori della fantascienza. Cos'era tutto quel ridacchiare, aggeggiare con apparecchi vistosamente improbabili, e mostrare curve muliebri? Non era serio. Ed infatti non era per niente serio, né aveva l'intenzione di essere percepito come tale.

Barbarella è un gioco continuo, a cominciare dalla lingua. Il pianeta Sogo, per dire, altro non è che la contrazione di Sodoma e Gomorra, ovvero il vizio incarnato. Termini come "ghiaccioplano", "psicosessodramma", "girobussola", "antenne ruspanti", "alifusti", "telespia", etc, persino nel doppiaggio italiano rendeono bene il clima di para fantascienza giocosa e sbeffeggiante che aleggia nel film. Le ali dell'angelo Pygar (John Philip Law) sono talmente pacchiane e iconiche da risultare kitsch e volutamente irreali; la Fonda cambia ben otto volte il proprio costume (Paco Rabanne), mostrandosi però sempre estremamente sensuale. Anita Pallenberg (il grande tiranno di Sogo), all'epoca compagna di Keith Richards, è all'altezza di Barbarella, anzi ne è il contraltare moro (imparruccato) ma altrettando seducente. Nel cast appare fugacemente pure Ugo Tognazzi, pelosissimo cacciatore di bambini pestiferi, che gode della fortuna di far l'amore (alla "vecchia maniera") con una sempre disponibile e teneramente svampita Barbarella. Il navigatore computerizzato della cosmonave in lingua originale ha lavoce di Henry Fonda, papà di Jane; in italiano è Alighiero Noschese, tendente ad Alberto Sordi.

L'esploratrice passa di situazione in situazione, vivendo avventure strambe e originali (le bambole assassine dai denti aguzzi sono degne di un horror, così come il Mathmos che tutto inghiotte è una gran pensata distopica). In tal senso Vadim, da estimatore dei comics quale era, intende mantenere un taglio fumettistico della storia, evitando di prendersi sul serio e accentuando la componente erotica, come del resto era nelle sue corde. La Fonda a posteriori ha definito il progetto come "sofisticatamente camp". Per Vadim spesso i personaggi della fantascienza, così immersi nella tecnologia, risultano financo noiosi, ecco che il suo primo obbiettivo (assolutamente raggiunto) fu quello di spingersi sul versante opposto. Barbarella è una pura, non ha morale e quindi non ha sensi di colpa, soprattutto riguardo al proprio corpo; agisce liberamente, secondo l'impulso del momento. Il lascito culturale sugli anni a venire di Barbarella è stato enorme, sono dozzine le popstar che a lei si sono rifatte, le band che l'hanno citata più o meno esplicitamente, la moda "spaziale" che lo stesso Rabanne inaugurò, i film di fantascienza che non disdegnarono affatto di guardare a Vadim come ad una fonte di ispirazione. In Italia persino uan pornostar (Virna Aloisio Bonino, in arte, appunto, Barbarella), ne prese il nome.

Si parlò di un sequel che però non andò mai in porto. Attorno ai '90 De Laurentis recuperò l'idea, che avrebbe dovuto coinvolgere la figlia di Jane, Bridget Fonda, ma pure quel progetto naufragò. Vadim disse più volte di essere aperto ad un sequel, a patto di poter avere come neo Barbarelle Sherilynn Fenn o Drew Barrymore. Accantonata l'ipotesi sequel, arrivò quella del remake. Per un po' si parlo di Robert Rodriguez alla regia (con Sienna Miller, Scarlett Johansson, Megan Fox, Jessica Alba, Anne Hathaway, Rose McGowan, forse anche Valeria Marini e Michelle Hunziker di volta in volta accreditate come possibili protagoniste), ma ad oggi nulla è accaduto, per fortuna, aggiungo io. Barbarella è stato un fumetto, un film ed un personaggio assolutamente figlio del proprio tempo, e reintrodurlo oggi, con l'ansia di attualizzarlo, sarebbe automaticamente sfigurarlo, ma vaglielo a spiegare ai manager conta soldi di Hollywood.

lunedì 22 agosto 2016

Un Uomo, Una Città

Enrico Maria Salerno negli anni '70 fa il commissario a destra e a manca (a Roma ne La Polizia Ringrazia, a Genova ne La Polizia E' Al Servizio Del Cittadino?, a Brescia in La Polizia Sta A Guardare, dover però è questore, di nuovo a Roma in A Tutte Le Auto Della Polizia), aveva il physique du role per incarnare l'amministratore della giustizia, in anni assai difficili per l'Italia. Lo troviamo pure a Torino nel '74, sempre per Guerrieri (col quale aveva già condiviso La Polizia E' Al Servizio Del Cittadino?), a combattere il malaffare della città della Mole. Il suo Michele Parrino è un poliziotto dai modi molto umani, perfettamente in grado di relazionarsi con chiunque, a tutti i livelli, e con una spiccata propensione verso i deboli e quella fascia di popolazione che soffre condizioni di vita non esattamente dorate. La pellicola, riflessiva e crepuscolare, è una derivazione letteraria dal testo omonimo scritto dal poi sindaco della città Diego Novelli, di afferenza comunista e dunque con una prospettiva ben precisa e delineata sui fatti che accadevano nel feudo della più grande industria automobilistica italiana. La Fiat è toccata dalle pagine del libro e dai fotogrammi del film, non fosse altro per il poetico e tenero personaggio del pensionato Tino Scotti, mai ripresosi dalla cessazione della sua carriera lavorativa alla catena di montaggio dell'avvocato con l'orologio sul polsino.

Guerrieri cerca con difficoltà direndere tutte le situazioni descritto dalla penna di Novelli. Micro personaggi, piccole realtà, grandi tragedie, sempre nell'ambito del proletariato e talvolta del sottoproletariato, storie di scioperi, prostituzione, droga, rapine, corruzione, disagio giovanile, difficoltà di adattamento dei "terroni" al nord, infanzie negate, eccetera. In questo senso il film diventa frammentato, dispersivo, a volte si ha l'impressione di perdere di vista la trama principale, immaginando che Guerrieri voglia portarci da qualche altra parte, ma in realtà si tratta di un quadro d'insieme, un film "situazionista" che intende dipingere un luogo ed un momento storico. In tale humus è scaraventato il commissario Parrino, palermitano trapiantato al nord pure lui, scomodamente alla frontiera tra il dover far rispettare la legge e comprendere ed accettare le debolezze degli ultimi. Ed infatti si lascia andare a disamine sociologiche (un po' pesanti) sulla vera essenza della criminalità italiana, che in soldoni è quella dei politici e dei colletti bianchi piuttosto che dei poveracci che vivono di espedienti. Le sue filippiche hanno un che di giustificatorio non sempre apprezzabile, c'è del qualunquismo, così come gli atteggiamenti verso i pederasti risentono tantissimo degli anni ai quali appartiene il film, per certi versi ancora troppo "retrogradi" sull'argomento. Il contraltare (negativo) di Parrino sono i borghesi torinesi, debosciati e disinteressati alla vita dei propri figli, tutti dediti alla noia e delinquenza, chi più chi meno. Lo sparring partner del commissario è Ferrero, il giornalista interpretato da Luciano Salce, figura ambigua, animata da nobili ideali ma poi calata nell'agone della lotta darwiniana della specie, dove per una prima pagina sul quotidiano si è disposti a mortificare la dignità ed i sentimenti della gente. - SPOILER: tuttavia, entrambi i personaggi si redimono catarticamente nel finale; Parrino, oramai trasferito dalla Mobile alla Tributaria, e Ferrero, in rotta col direttore del giornale, vanno a teatro a riempire i bravi genitori benestanti della Torino bene di foto depravate dei figli. Una chiusura onirica, beffarda e grottesca.

Le musiche di Rustichelli sono fuorvianti, poiché per quasi tutto il film pare di essere alla visione di Amici Miei anziché di un poliziesco a tinte noir (a proposito, splendida l'ultima inquadratura su una Torino all'alba, oscura, malinconica e senza redenzione), ed infatti, soprattutto nella prima metà i toni quasi da commedia si affacciano imprevisti. Il parrucchino di Salerno è abominevole, come diavolo gli sarà venuto in mente che così addobbato il povero commissario potesse essere autorevole e credibile non è dato sapere. Le donne del film sono Paola Quattrini e Françoise Fabian, con entrambe Parrino ha un flirt, anche se mostra di preferire decisamente la seconda. Ma c'è pure una comparsata non accreditata di una giovane Ilona Staller nella parte di un'attricetta di filmetti zozzi, la morte sua. Curioso il fatto che Parrino non estragga praticamente mai una rivoltella, non sia un uomo d'azione, preferisca la parola. Con quella infatti salva dal suicidio un ragazzo salito su un campanile, mentre si imbufalisce quando durante una sparatoria ostaggi e rapinatori vengono tutti indistintamente seccati durante lo scontro a fuoco.

venerdì 19 agosto 2016

Occhio Alla Vedova!

Titolo poco frequentato, mai edito in dvd in Italia, rarissimi passaggi televisivi, poche informazoni online. Regia di Sergio Pastore, quello di Sette Scialli Di Seta Gialla (forse l'unico suo titolo edito nel mondo post vhs), film immediatamente precedente a questo, nonostante tra i due trascorra un lustro. La cifra è quella del cinema di genere, che caratterizza un po' tutta la carriera del regista cosentino. Stavolta siamo dalle parti della commedia sexy, anche se il pregio (o il difetto) di Occhio Alla Vedova! è quello di mettere troppa carne al fuoco, senza approfondire mai veramente niente. Siamo in Sicilia, dove Giovanna Lenzi è sposata con Enzo Cerusico, manovalanza della Mafia. Il furbone però inscena un incidente colposo e scappa all'estero con 100 milioni del Signorotto locale. Si sospetta che l'incidente sia una farsa, e la Lenzi viene messa sotto "protezione" per spiarne le mosse. Succede però che assieme al cassamortaro del paese, la procace donnona eredita una fortuna, a patto che si risposi proprio col becchino. E matrimonio sia. Subito dopo le nozze il malcapitato schiatta alla sola vista delle tette possenti della Lenzi, la quale parte per Marsiglia, dopo aver avuto una soffiata riguardo all'ex coniuge. Qui, trasvestita da "svedese", lo abborda e ci finisce a letto; i due si scoprono vicendevolmente e ritrovano l'amore perduto, anche se prima ci sono da evitare le lupare dei picciotti arrivati dalla Trinacria. Naturalmente tutto è bene quel che finisce bene, e i neo fidanzatini possono godersi malloppo malavitoso ed eredità.

Pastore fa in tempo a metterci tutto, la commedia scollacciata (con una Lenzi che promette tantissimo e fa vedere pochissimo), il Mafia movie (all'acqua di rose), lo slap stick con le torte in faccia e le cadute rovinose, il tutto condito da stereotipi, caratteristi in quantità industriale e musichette "terrone" adatte alla bisogna. Il primo problema è che il film non fa mai ridere. Il secondo problema è che l'aspetto erotico, ancorché inserito in un contesto comico, si limita a far immaginare quanta grazia la Lenzi ha ereditato da Madre Natura ma, in soldoni, sono forse tre in totale le scene in cui concede appena un topless. E per tutto il film vediamo sempre e soltanto lo stesso capo di lingerie, un corpetto che la donna indossa senza mai levare per via di un voto alla Madonna (scusa perfetta per fare economia sul set e magari accontentare un'attrice con poca voglia di mostrarsi). Il cast è terribile, non c'è un attore degno di tal nome, ma una schiera di caratteristi (beceri) che tiene in piedi la pellicola. La vera attrice la si vede sul finale; inspiegabilmente fa una comparsata - totalmente assurda - Sylva Koscina, nel ruolo di se stessa mentre beve un caffè a Marsiglia. Ho visto il film per curiosità archivistica, ma in tutta sincerità non vedevo l'ora che finisse. Mi pare un fallimento sotto ogni aspetto.